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Entro la fine del secolo l'80% dei ghiacciai alpini sparirà. Gravi danni per la biodiversità e il "moscerino del ghiacciaio" non c'è già più in Trentino

Un importante studio condotto al Muse dalla ricercatrice di idrobiologia Valeria Lencioni e pubblicato sulla rivista Nature Ecology and Evolution mostra come negli ultimi 14 anni i ghiacciai si sono ritirati del 2%. I corsi d'acqua che da questi nascono sono sempre più caldi e trasportano sostanze anche inquinanti 

Pubblicato il - 20 dicembre 2017 - 18:33

TRENTO. "Potrebbe essere peggio...potrebbe piovere". Rispondeva così Marty Feldman/Igor nel mitico film Frankenstein Junior, a Gene Wilder/dottor Frankenstein. Una frase che parrebbe calzare a pennello per la situazione dei nostri ghiacciai solo che "peggio", in questo caso, parrebbe non poter essere. La pioggia, purtroppo, cade già troppo spesso sulle nostre montagne e anche in Trentino la temperatura è cresciuta di circa 1 grado negli ultimi 30 anni, 2 se si prende a riferimento il periodo preindustriale (fine '800). A certificarlo un importante studio condotto al Muse dalla ricercatrice di idrobiologia Valeria Lencioni e pubblicato sulla rivista Nature Ecology and Evolution

 

La pubblicazione su Nature attesta che il clima sta cambiando a livello globale: i ghiacciai coprono oggi circa il 10% della superficie terrestre e stanno scomparendo in tutto il mondo con effetti a cascata sugli ecosistemi a tutti i livelli, comprese valli e mare. Addirittura dal 2003, si è registrata un’accelerazione annuale del ritiro dei ghiacci del 2%, non lasciando a piante e animali selvatici alpini il tempo per adattarsi ai cambiamenti. E, infatti, lo studio analizza anche gli effetti di questi cambiamenti sugli animali che popolano i torrenti glaciali. Cambiamenti che si stanno verificando in tutti i sistemi glaciali dall'Europa all'America arrivando alla Nuova Zelanda. Ed è così che le specie "criali" (quelle che vivono solo nelle prime centinaia di metri di un torrente glaciale) stanno risalendo sempre più a monte. Contemporaneamente dal fondovalle risalgono specie adattate ad acque più calde e tranquille che risalgono addirittura a quote molto elevate sopra i 2.000-2-500 metri (assolutamente proibitive per loro in passato).

 

E le proiezioni correnti non potrebbero essere peggiori: solo il 4-18% della superficie di ghiaccio di oggi rimarrà nelle Alpi entro la fine del XXI secolo, con la scomparsa nei prossimi decenni di tutti i piccoli ghiacciai (cioè quelli con una superficie minore di 1 chilometro quadrato). Tradotto? L'80% dei ghiacciai delle Alpi sparirà e questo provocherà moltissime conseguenze comportando la perdita di “servizi ecosistemici” (e quindi di "beni forniti all’umanità dagli ecosistemi naturali") di vario tipo: produttivo (ad esempio si ridurrà la fornitura di acqua per l’irrigazione, per la produzione di energia idroelettrica e per uso potabile); culturale (con la perdita di bellezze naturali a scapito del turismo e riduzione di attività ricreative come lo sci), regolativo (si verificherà sempre più la perdita della capacità di diluizione di inquinanti di varia origine, anche in quota).

 

E poi ci sono gli animali, oggetto specifico di questo studio pubblicato su Nature: laddove i ghiacciai sono ridotti a pochi ettari e il torrente glaciale ha perso le sue caratteristiche ambientali estreme (acque gelide, torbide e turbolente), come detto, le specie “criali” stanno scomparendo. Queste specie hanno nomi diversi nelle diverse regioni del mondo ma svolgono nella comunità lo stesso ruolo, la stessa “funzione”. È questa che, quando viene a mancare cambia la capacità di autodepurazione del fiume, cambia la struttura della rete alimentare.

 

A essere a rischio di estinzione sono poche specie di insetti, le uniche a essersi adattate ai torrenti glaciali che presentano caratteristiche ambientali “estreme” per la vita. Il principale fattore limitante per la vita è in questo caso la temperatura dell’acqua, che rimane attorno agli zero gradi per tutto l’anno. Per viverci, questi insetti hanno adottato strategie molecolari di interesse anche per l’uomo, come la produzione di zuccheri e proteine antigelo. La perdita dell’habitat glaciale comporterà la scomparsa di queste specie. La nicchia lasciata libera verrà invece occupata da altre specie più “banali”, che risalgono dal fondovalle, a colonizzare un torrente che non è più glaciale. Arrivano specie con ciclo vitale più breve (e che non fanno la metamorfosi) e onnivore (da trituratori di foglie, a filtratori e carnivori predatori). Cambiano “le funzioni” delle comunità, cambia la capacità di autodepurazione del fiume, cambia la struttura della rete trofica del fiume al cui apice ci sono i pesci, gli uccelli acquatici, e l’uomo.

 

In Trentino gli studi sono stati condotti in sei sistemi glaciali in Adamello - Presanella e nell’Ortles-Cevedale che hanno consentito di isolare 4 specie indicatrici di “glacialità”: le troviamo solo dove la copertura glaciale è superiore al 30% del bacino e la temperatura dell’acqua massima rimane sotto i 6 gradi (°C). Nei siti dove queste condizioni non sono più soddisfatte, 1 o più di queste 4 specie sono già scomparse. La prima a scomparire, in Trentino, è Diamesa steinboecki, nota come “moscerino del ghiaccio”, non è più presente in tratti del torrente glaciale Conca sul Carè Alto dove abbondava una ventina d’anni fa. Ma l'aumento delle temperature di 1 grado negli ultimi 30 anni è un dato di fatto e gli effetti principali si vedono nel ritiro dei ghiacciai, nell'anticipo delle fioriture, nella diminuzione delle giornate di gelo, nell’aumento delle ondate di calore, nell'arrivo di nuovi parassiti delle colture e di specie dannose per la salute umana.

 

Oggi, nella nostra provincia, l’estensione glaciale è di 32 chilometri quadrati, il 28% di quella presente nel massimo della “Piccola Età Glaciale” (che si concluse nel 1850, quindi poco più di 150 anni fa). La ricerca in corso del Muse mette in evidenza che si stanno verificando dei cambiamenti anche nella struttura e nelle caratteristiche funzionali delle comunità animali che popolano i fiumi alimentati dalle acque di fusione glaciale. La portata dei fiumi, la temperatura e la torbidità delle acque stanno cambiando e la qualità dell’acqua sta peggiorando. Infatti, con la fusione di strati di ghiaccio “antichi” si liberano nelle acque superficiali sostanze che erano rimaste intrappolate nei ghiacci, dove erano state trasportate dai venti, tra cui pesticidi, elementi radioattivi e metalli di reperti bellici rimasti sepolti sotto neve e ghiaccio durante la Prima Guerra Mondiale.

 

Da un paio d’anni il MUSE collabora con i Dipartimenti Provinciali che monitorano le condizioni meteorologiche della Provincia autonoma di Trento (Meteotrentino) nel monitoraggio di temperatura dell’acqua e portata di due torrenti glaciali, il Rio Careser e il Torrente Mandrone, entrambi alimentati da ghiacciai con una superficie superiore al chilometro quadrato ma in forte ritiro. Una terza stazione idrometrica è stata posizionata sul Rio Presena per la misura in continuo delle portate d’acqua che fuoriescono dal ghiacciaio omonimo. Questi dati sono essenziali per poter comprendere i cambiamenti osservati nella struttura delle comunità di invertebrati in provincia.

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