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Arriva il marchio d'origine del latte e dei prodotti caseari, per difendere il vero "Made in Italy"

Buone notizie per il latte nostrano e i nostri prodotti d'eccellenza, dal Puzzone di Moena al Vezzena di Lavarone dal raro Casolèt solandro alla Spressa della Rendena: d’ora in poi dovrà comparire il paese di mungitura e dove è stato confezionato o trasformato in prodotto caseario

Di Nereo Pederzolli - 19 aprile 2017 - 20:45

TRENTO. Latte sicuro, per tutelare l’origine, per difendere gli allevatori, ma anche per rispettare il consumatore. Da oggi su ogni bottiglia di latte a lunga conservazione dovrà comparire l’origine, dove è stato munto. Non solo latte, anche le produzioni che ‘prendono forma dal latte’, le caserazioni. Etichetta per difendere un comparto duramente provato, specialmente quello che opera in montagna, sulle Dolomiti in primis. Allevatori custodi del territorio che mungono vacche per tradizione, rispettando equilibri montanari, costretti a relegare in secondo piano riscontri meramente commerciali.

 

Ecco allora che la campagna promozionale partita in questi mesi in Trentino Alto Adige assume un ruolo ancora più significativo. Perché il messaggio dei due più importanti ‘marchi’ regionali sfruttano l’immagine del fieno per rimarcare non solo l’origine, ma anche l’assoluta naturalità degli alimenti. Vacche pasturate con fieno d’alpeggio, una garanzia decisamente … dolomitica. Il regolamento europeo – recepito ovviamente anche dalle regioni italiane – obbliga l’etichettatura consentendo anche a yogurt e formaggi vari di smascherare false produzioni ‘Made in Italy’. Perché – stando alla Coldiretti – almeno 3 su 4 cartoni di latte venduti in Italia sono stranieri, così come la metà delle mozzarelle, addirittura cagliate in terre che nulla hanno a che fare con la tradizione campana. Etichettare per cambiare, per una trasparenza indispensabile.

 

Ben 9 consumatori su 10 considerano indispensabile l’etichettatura, specialmente per il latte a lunga conservazione. Spesso massicciamente importato da paesi dell’est Europa a prezzi irrisori, nemmeno 18 centesimi al litro. Latte straniero scarso in tutto. Anche nelle sue peculiarità organolettiche. D’ora in poi dovrà comparire il paese di mungitura e dove è stato confezionato o trasformato in prodotto caseario. Comunque bisognerà mettere in etichetta ogni ‘scambio’ tra paesi UE. L’obbligo dell’etichetta salva dall’omologazione ben 487 diversi tipi di formaggi tradizionali e rispetta anche le peculiarità del latte munto da vacche di razze diverse, proprio per legare il formaggio al territorio dove vivono gli animali.

 

Soddisfatti i responsabili dei vari consorzi. Il Puzzone di Moena come il Vezzena di Lavarone avranno tutela e maggior visibilità, assieme al raro Casolèt solandro – produzione davvero contenuta, con l’unico caseificio turnario ancora in funzione tra le Alpi, quello di Pejo Paese – nonché a certe castrazioni di malga, per poter gustare la vera Spressa della Rendena. Senza dimenticare yogurt e latte. Quello ‘da fieno’ ma anche il salubre – etichettato – latte nostrano.

 

Adesso parte una battaglia per indicare l’origine del grano impiegato nella produzione di pasta italiana e successivamente anche quella sull’origine del riso. Manca l’obbligo dell’etichettatura su diversi prodotti agroalimentari. Salumi, carne di coniglio, derivati da pomodoro, sughi pronti, pure per il pane, impastato, cotto e surgelato davvero lontano, Romania compresa.

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