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Un thriller psicologico a tratti paradossale, il mito greco riveduto e corretto da Yorgos Lanthimos

Il film "Il sacrificio del cervo sacro" è stato premiato a Cannes per la miglior sceneggiatura. La tragedia greca si cala nel contemporaneo e ci mostra una  famiglia americana benestante. Due medici, lui cardiochirurgo, con due figli, un maschio e una femmina, che vivono un’apparente normalità
Dal blog di Alda Baglioni - 03 luglio 2018 - 11:16

In estate sembra non si debba andare al cinema. Diminuiscono le sale, ma la gente spesso c’è.

 

Per fortuna è uscito il 28 giugno un film che ha vinto anche a Cannes 2018 per la sceneggiatura. Il regista, l’ateniese, in tutti i sensi, Yorgos Lanthimos ci propone “Il sacrificio del cervo sacro”. Progetto a basso budget, finanziato da produttori e amici.

 

Già tre anni fa “The lobster” (premio della Giuria a Cannes 2015) sempre con Colin Farrell, aveva convinto con i suoi paradossi. In questo lavoro Lanthimos, prende spunto da Euripide, “Ifigenia in Aulide” del 400 a.c.. Per placare l’ira degli Dei si sacrifica una figlia.

 

La tragedia greca si cala nel contemporaneo e ci mostra una  famiglia americana benestante. Due medici, lui cardiochirurgo, con due figli, un maschio e una femmina, che vivono un’apparente normalità.

 

Steven cerca di dialogare con il figlio Martin (l’attore Barry Keoghan) di un paziente deceduto.

 

Il medico lo presenta alla famiglia. Nulla sarà più come prima.

 

Il regista ci vuole scioccare già dalla prima scena, cruda, con l’operazione a cuore aperto. Contro le regole sociali la coppia di medici entra nel vortice della violenza. Un finale che va oltre Euripide.

 

Si scava nei sentimenti umani, nei rapporti di coppia per restituire l’immagine di una famiglia ideale.

 

Due ore adrenaliniche grazie alle inquadrature grandangolari, piani sequenza, steadycam, ha fatto scuola “Shining” di Stanley Kubrick. Faceva più paura Jack Nicholson.

 

Qui Steven ha uno sguardo immutato e immutabile. Una sorta di comprensivo amico con manie perverse nell’intimità che Anna (Nicole Kidman), da  moglie freddamente consenziente, asseconda. Lei distesa sul letto ricorda “L’incubo” del pittore Johann Heinrich Fussli.

 

Tra sogno e realtà scappa pure qualche sorriso in sala per scene decisamente paradossali.

 

Ma nelle ultime inquadrature, tutto si ricompone, come un intricato puzzle finalmente terminato.

 

Gli sguardi parlano, s’incrociano e lasciano allo spettatore la scelta d’interpretare.

 

Merito anche alla colonna sonora solenne. Da “Stabat Mater” di Schubert a “De Profundis” di Janne Rattya a Johann Sebastian Bach. Note che solcano inesorabilmente la vicenda.

 

Si ricostruiscono i fatti e le responsabilità rimbalzano, come una pallina da ping pong, tra l’anestesista (amico di famiglia) e il cardiochirurgo.

 

Come in un esempio di malasanità, la “casta” si autodifende, si sa ma non si deve sapere. Il sacrificio comunque si deve compiere.

 

L’unico libero è il cervo e non si fa trovare, in questo gelido thriller psicologico, come gli occhi di Martin, ma anche Anna non è da meno.

 

Ci voleva, in una calda serata di luglio.

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