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Gesù nel discorso di addio lascia un nuovo comandamento: "Amiate gli uni gli altri"
Gesù si congeda e la notte cala sui discepoli, l'oscurità che produce angoscia in chi è abituato a camminare nella luce. Cala il buio anche su Pietro, la pietra che deve tener salda la fede della comunità
Di Alessandro Anderle - 13 maggio 2017 - 20:55

La lettura di questa domenica è tratta dal vangelo secondo Giovanni: «Io sono la via, la verità e la vita». Il brano rientra nel Primo discorso di addio (Gv 13,31-14,31) di Gesù, secondo l'evangelista parte del testamento spirituale del Rabbì. Gesù, dopo aver smascherato l'intenzione di tradirlo da parte di Giuda durante il pasto dell'ultima cena, lascia il comandamento nuovo ai discepoli: «vi do un comandamento nuovo, che (vi) amiate gli uni gli altri; come (io) ho amato voi, (vi comando) che anche voi (vi) amiate gli uni gli altri» (Gv 13,34).

 

Gesù si congeda e la notte cala sui discepoli, l'oscurità che produce angoscia in chi è abituato a camminare nella luce. Cala il buio anche su Pietro, la pietra che deve tener salda la fede della comunità, ma che «in verità, in verità ti dico, non canterà il gallo, finché (tu) non mi abbia (rin)negato tre volte» (Gv 13,38b).

 

In questa notte in cui i discepoli hanno paura di perdere per sempre la propria guida, il proprio maestro, il Messiah che è veramente da Dio, Gesù si presenta come il mediatore del nuovo esodo: non più per liberare il suo popolo dalla schiavitù in Egitto, ma per ri-condurre il popolo di Dio al Padre. Gesù, in definitiva, dichiara la scandalosa pretesa di essere uno con il Padre: «nell'azione di Gesù Dio si era reso presente nel mondo; egli è l'epifania totale del Padre. I verbi sono al presente perché Giovanni considerava l'esperienza di Dio già in atto» (A. Poppi). Seguiamo ora le parole dell'evangelista:

 

Gv 14,1-12

In quel tempo, Gesù disse: « 1Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: «Vado a prepararvi un posto»? 3 Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. 4E del luogo dove io vado, conoscete la via». 5Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». 6Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 8Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: «Mostraci il Padre»? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 11Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. 12In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre.

 

Il turbamento dei discepoli è reale, palpabile. La frase di Gesù risulta un poco ambigua: che cosa significa: «2nella casa del Padre mio vi sono molte dimore»? È un rimando al cielo, dove si riteneva ci fossero molte “dimore”. «Un apocrifo dell'Antico Testamento (1Enoc 39,4-5) parla delle dimore dei santi e dei luoghi per il riposo dei giusti» (A. Poppi). Gesù, dopo la Pasqua, diviene il vero luogo, la vera dimora per la relazione con il Dio vivente e vivificante. «Io sono la via, la verità e la vita» è il centro verso cui tutto il brano converge. L'incontro spirituale (non intellettuale), la relazione reale, quotidiana, che si sperimenta con Gesù, il Figlio, è la via che conduce al Padre. È la via che svela al mondo la verità e la vita di Dio, il suo essere amore. Il fatto che la verità e la vita siano amore da anche la chiave di lettura inversa: solo per mezzo dell'amore posso raggiungere questo Amore infinito che è Dio, di cui noi siamo «immagine e somiglianza», ma che resta sempre il totalmente Altro che non è mio, non è nostro, ma in cui si è.

 

«E qui sorge una domanda: noi cristiani prendiamo sul serio queste parole? Oppure le ripetiamo senza la consapevolezza necessaria?  […] A volte mi chiedo se noi cristiani, eredi del mondo greco, non finiamo per professare un teismo con una patina cristiana. Dobbiamo avere il coraggio di dire che per noi cristiani Dio è una parola insufficiente. Scriveva significativamente già Giustino, un padre della chiesa del II secolo: “La parola ‘Dio’ non è un nome, ma un’approssimazione naturale all’uomo per descrivere ciò che non è esprimibile” (II Apologia 6,3). Ebbene, ciò che è decisivo per la fede cristiana non sta in Dio quale premessa […] Non si può dunque andare a Dio e poi conoscere Gesù Cristo, ma il cammino è esattamente l’inverso: si va al Padre attraverso Gesù che gli dà un volto, che ce lo spiega e ce lo rivela.

Comprendiamo allora le parole successive: “Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete visto”. Che cos’è la vita eterna? È la conoscenza del Padre, unico e vero Dio, e di colui che egli ha inviato, Gesù Cristo (cf. Gv 17,3), una conoscenza progressiva, amorosa, penetrativa, non una conoscenza intellettuale. Essa avviene attraverso la relazione, l’ascolto, l’intimità, la coabitazione, l’amore vissuto. Conoscere Gesù significa entrare nella sua comunione attraverso l’amore vissuto, l’amore del “comandamento nuovo”: come Gesù ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri» (E. Bianchi).

 

Contro ogni tentativo umano – presente oggi come ieri – di impossessarsi di Dio, contro ogni tentativo umano di dire con queste tre lettere il Tutto, risuonano le parole del teologo luterano D. Bonhoeffer, impiccato il 9 aprile del 1945 nel campo di concentramento di Flossenbuerg: «Dio non si vergogna della bassezza dell'uomo, vi entra dentro […] Dio è vicino alla bassezza, ama ciò che è perduto, ciò che non è considerato, l'insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto; dove gli uomini dicono "perduto", lì egli dice "salvato"; dove gli uomini dicono "no", lì egli dice "sì". Dove gli uomini distolgono con indifferenza o altezzosamente il loro sguardo, lì egli posa il suo sguardo pieno di amore ardente e incomparabile. Dove gli uomini dicono "spregevole", lì Dio esclama "beato"».

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