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La parabola del "seminatore" dal Vangelo di Matteo, proviamo ad ascoltarla come se fosse la prima volta
In questa domenica comincia, per la liturgia della Chiesa cattolica, la lettura di una serie di parabole. Quella del "seminatore" è tra le più note e merita una lettura "nuova"
Dal blog di Alessandro Anderle - 15 luglio 2017 - 19:21

In questa domenica comincia, per la liturgia della Chiesa cattolica, la lettura di una serie di parabole tratte dal Vangelo secondo Matteo. La prima, una delle più note, è conosciuta come la parabola del “seminatore”. Proprio perché fra le più note, merita una lettura “nuova”, come fosse un testo che ascoltiamo per la prima volta.

 

Matteo 13,1-23  

1 Quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare. 2 Si cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca e là porsi a sedere, mentre tutta la folla rimaneva sulla spiaggia. 3 Egli parlò loro di molte cose in parabole.

 

E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4 E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. 5 Un'altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c'era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo.

 

6 Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò. 7 Un'altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. 8 Un'altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. 9 Chi ha orecchi intenda».

 

10 Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché parli loro in parabole?».

 

11 Egli rispose: «Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. 12 Così a chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. 13 Per questo parlo loro in parabole: perché pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono. 14 E così si adempie per loro la profezia di Isaia che dice:

 

Voi udrete, ma non comprenderete,

guarderete, ma non vedrete.

15 Perché il cuore di questo popolo

si è indurito, son diventati duri di orecchi,

e hanno chiuso gli occhi,

per non vedere con gli occhi,

non sentire con gli orecchi

e non intendere con il cuore e convertirsi,

e io li risani.

 

16 Ma beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. 17 In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l'udirono!

18 Voi dunque intendete la parabola del seminatore: 19 tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada.

 

20 Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l'uomo che ascolta la parola e subito l'accoglie con gioia, 21 ma non ha radice in sé ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, egli ne resta scandalizzato.

 

22 Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l'inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto. 23 Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta».

 

All'ascoltatore che si lascia interrogare dalla parola, non sarà certo sfuggita una certa tensione nella parte centrale del testo: «Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: “Perché parli loro in parabole?”. Egli rispose: “Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato…”».

 

Dal punto di vista della salvezza, la questione non appare per nulla banale: si salva solamente colui che “conosce i misteri del regno dei cieli”? Oppure, eppure, il vangelo è per tutti(?). In fondo il dibattito sarebbe sterile, poiché la questione è tutt'altra.

 

Questa parabola si trova nel vangelo secondo Matteo, ma si ritrova anche in Marco e Luca, sintomo di una tradizione unica che parte, storicamente, da Marco. Quale tradizione? Quella che doveva trovare una risposta (teologica) ad una domanda alquanto delicata: se Gesù è il Cristo, il Messia Figlio di Dio, come possono gli uomini rifiutare di accettare la sua Parola (di salvezza)?

 

In altri termini, il problema non era l'universalità della Parola, ma il fatto che non venisse riconosciuta universalmente. E questo, in fondo, è il grande mistero della Parola e della Verità.

 

Il parallelo di Marco, dice: «E quando fu da solo, quelli che erano intorno a lui con i dodici lo interrogavano sulle parabole. E diceva loro: “A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; ma a quelli di fuori tutto avviene in parabole, affinché guardando non guardino e non vedano, e ascoltando ascoltino e non comprendano, perché non si convertano e sia loro perdonato”».

 

Da questo testo emerge che l'essere cristiano (almeno secondo le prime comunità), più che rappresentare – se così si può dire – un surplus per la vita futura, si concretizza in un profondo cambiamento (esistenziale) qui e ora.

 

In questo senso la parola viva porta chi l'ascolta ad “essere in Cristo”, a rinascere secondo la logica esistenziale del totale dono di sé, della totale apertura all'altro e al totalmente Altro. Una logica, un'apertura, che è e che porta fino alla sua vera totalità, la Croce.

 

Per questo «a chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha», a chi vive nel dono e nell'apertura, sarà - qui e ora - donato di più, vivendo di una vita continuamente rinnovata nell(A)e Relazione(i).

 

Mentre a chi vive nella chiusura, nel rifiuto dell'altro che mi è sempre prossimo, sarà tolto, vivrà – qui e ora – una vita di rifiuto (auto)imposto. Una vita che si lascia consumare dalla morte, molto prima che essa giunga.

 

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