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Risorgere a nuova vita. Risorgere ora?

Dio, per i cristiani, riconosce Gesù, il Figlio, nella sua storia e nella sua esistenza. Un'esistenza tesa a liberare il volto di Dio dall'immagine che più o meno comodamente si è fatto l'uomo di lui, per riconsegnarlo alla dimensione di un amore sempre presente – e necessario
Dal blog di Alessandro Anderle - 05 agosto 2017 - 16:50

L'episodio della cosiddetta trasfigurazione è sicuramente fra i più noti e fra i più rappresentati dell'intera tradizione biblica. Evidentemente la sua funzione (come testimonia il suo posizionamento nelle narrazioni sulla vita di Gesù) è risultata  centrale per le prime comunità cristiane.

 

Che funzione aveva poco meno di duemila anni fa? E, soprattutto, può ancora dire qualcosa questo racconto all'uomo contemporaneo? Prima di tutto, la Parola:

 

Mt 17,1-9  E dopo sei giorni, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. 2 E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. 3 Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 4 Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». 5 Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». 6 All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. 7 Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». 8 Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. 9 Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».

 

Prima di tutto, vi è da dire che la trasfigurazione in quanto tale non viene inventata dagli evangelisti, il racconto si trova con poche variazioni, ma significative, nei primi tre vangeli: Matteo, Marco (9,2-10) e Luca (9,28-36).

 

Essa appartiene alla tradizione giudaica, alla tradizione religiosa di Gesù, e più precisamente riguarda il personaggio cardine del giudaismo: Mosè. Egli, infatti, dopo la conclusione dell'alleanza con YHWH, venne trasfigurato sul monte Sinai.

 

Una piccola nota di colore: quando Mosè scese dal Sinai con le tavole della legge, dopo aver visto il Signore, le traduzioni contemporanee sono all'incirca concordi. «Quando Mosè scese dal monte Sinai – le due tavole della Testimonianza si trovavano nelle mani di Mosè mentre egli scendeva dal monte – non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con lui» (Es 34,29).

 

In realtà questo versetto e i successivi «riferiscono una tradizione sui raggi del volto di Mosè, espressi dal verbo (ebraico) qeren, “corno”, da cui la traduzione letterale della volgata: “il suo viso aveva corna”» (Bibbia di Gerusalemme). Detto questo, si provi a pensare alla particolarità del magnifico Mosè di Michelangelo...

 

La trasfigurazione di Gesù muove su questo terreno culturale, tradizionale, ma assume altresì una valenza fortemente diversa. Nei vangeli, infatti, dal punto di vista narrativo la trasfigurazione segue la cosiddetta confessione di Pietro (“Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»” Mt16,16) e, soprattutto, il primo annuncio della passione

 

(“Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno” Mt 16,21).

 

La croce è la chiave per interpretare correttamente la trasfigurazione di Gesù che, non a caso, avviene con la presenza di Mosè e di Elia, della Legge e dei Profeti. È un evento importante, in cui si sente la voce di Dio in prima persona: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».

 

Affascinante notare che ciò che Dio chiede, e lo chiede proprio in questo punto così centrale della e per la narrazione, sia il semplice ascolto. Non obbeditegli, oppure sottomettetevi, ma «ascoltatelo».

 

È una gloria particolare e non segretamente fine a se stessa. È una gloria che aveva bisogno della croce perché l'uomo la potesse cogliere nella sua vera potenza. Croce che, ancor oggi, rischia di essere “stoltezza” per chi non coglie l'orizzonte che dischiude.

 

«Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo. La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio» (1Cor 1,17-18).

 

La presenza di Dio, da far cadere, prostrare Pietro, Giacomo e Giovanni, questa presenza si manifesta schiudendo ciò che era già seme. Dio non glorifica Gesù, lo diciamo ancora una volta, per renderlo un idolo – che sarebbe esattamente la logica inversa a quella della spogliazione totale di sé che è la croce.

 

Dio, per i cristiani, riconosce Gesù, il Figlio, nella sua storia e nella sua esistenza. Un'esistenza tesa a liberare il volto di Dio dall'immagine che più o meno comodamente si è fatto l'uomo di lui, per riconsegnarlo alla dimensione di un amore sempre presente – e necessario.

 

È questa logica, questa rivelazione che avviene nel suo accoglimento, a far nascere nuovamente l'uomo dallo Spirito. Nell'originale greco del vangelo, Gesù letteralmente dice ai tre discepoli atterrati ed atterriti: «Risorgete (diverso da risuscitate!) e non temete».

 

L'accoglimento della Parola, sempre viva nella “stolta” logica della croce, è fonte di vita nuova qui e ora. Il compimento della narrazione avviene nel suo ascolto, nel suo essere fonte di risorgimento.

 

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