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La lezione di Trump: la gente è stufa ed è pronta al "rischiatutto"
Si sprecheranno analisi e approfondimenti sul tema ma la realtà è che il mondo è cambiato. In un clima segnato da una crisi di sistema che da economica si è fatta sociale e culturale, l’elettorato è pronto a tutto pur di cambiare
Di #Domani - 10 novembre 2016 - 15:41

Forse si sprecheranno le analisi, le maratone tv e le news da ogni angolo del web, ma una cosa sola è certa: oggi il mondo si è svegliato cambiato. Al di là dei tifi contrapposti, dei sondaggi, delle recriminazioni col senno di poi, il voto americano ci consegna un messaggio forte e chiaro, che non permette a nessuno di nascondersi dietro agli alibi: anche qui, oltreoceano.

 

Questa pagina di storia ci insegna che in un clima segnato da una crisi di sistema che da economica si è fatta sociale e culturale, l’elettorato, la gente, il popolo (“we the people”) sono pronti al “rischiatutto” pur di dire un semplice ma diretto basta, svoltiamo, le cose devono cambiare.

 

L’elezione di Donald Trump, che sembrava impossibile fino a ieri sera, dimostra che l’ondata populista e anti-sistema non è più solo un fatto europeo, ma un elemento ormai strutturale in tutte le democrazie occidentali. Una svolta storica, in questo senso, è costituita dal fatto che il collante dell’ondata che ha portato al trionfo Trump sia costituito da un feroce sentimento antiglobalizzazione che ha acquisito forza dirompente proprio nel paese che della globalizzazione rappresenta il simbolo.

 

È difficile fare una previsione esatta delle conseguenze di questa svolta. Da una parte il sistema istituzionale americano ha una forza tale in grado di contemperare il potere presidenziale. È successo, in negativo, con Obama (le cui spinte riformatrici sono state spesso frenate dal Congresso); può succedere, in positivo, con Trump.

 

A preoccupare maggiormente, però, sono le scelte in politica estera, terreno sul quale i margini di manovra presidenziali sono più ampi: sarà importante vedere, come prima cosa, quali saranno le scelte per le posizioni chiave di Segretario di Stato e di Consigliere per la sicurezza. Non va dimenticato, infatti, che Donald Trump è il primo americano che giunge alla presidenza senza aver alcuna esperienza precedente né di tipo politico né militare. Particolarmente pericolose, in politica estera, le tendenze isolazionistiche e l’aperta ammirazione per leader poco democratici come Putin: questi due elementi potrebbero lasciare un ampio spazio alla politica espansionista e poco responsabile del leader russo in Europa e Medio Oriente, creando nuove problematiche ai paesi europei.

 

Da questo punto di vista va sottolineato che l’arrivo sulla scena internazionale di Trump (dopo la Brexit) rappresenta l’ultimo campanello d’allarme per l’Europa che, a questo punto, o riesce realmente a rilanciare un disegno unitario all’altezza dei tempi o è destinata a deflagrare definitivamente, avvitata nella sua torsione burocratica e tecnocratica, nella totale assenza di un sentimento comune di unità e solidarietà.

 

Per questo crediamo sempre più importante che il fronte riformatore, progressista, democratico, la sinistra comunemente intesa, si ponga - con un drammatico senso dell’urgenza – la necessità di innovare l’offerta politica, rimettendo al centro un programma che sappia coniugare libertà ed equità, sostenibilità e crescita economica, diritti e responsabilità. Soprattutto, ritornando a darsi un profilo popolare, recuperando il meglio della propria tradizione ma sapendo guardare alle trasformazioni del mondo che cambia e che ci pone di fronte nuove disuguaglianze, nuove vulnerabilità, nuovi bisogni di protagonismo, e dunque nuovi diritti da conquistare, nuove politiche sociali da attuare, nuove forme politiche di partecipazione e rappresentanza da inventare.

 

Una delle ragioni della sconfitta di Hillary Clinton sta indubbiamente nella percezione di appartenere ad una “casta” di politici inamovibili, parte costituente dell’establishment tradizionale e, perciò, “oggettivamente” responsabili della devastante crisi economica iniziata con la finanziarizzazione dell’economia. Da questo punto di vista è indispensabile capire, a sinistra, che le ondate populistiche vanno combattute con un surplus di innovazione e non replicando stanche e ormai vuote parole d’ordine che finiscono per far diventare “conservatore” chi nella propria missione dovrebbe rappresentare il contrario.

 

“We the people” ha deciso di cambiare pagina. Anche in Europa e in Italia non sono mancati segnali in questa direzione. Ma per noi, che non crediamo sufficiente girare pagina per cambiare in meglio, questi devono essere segnali di allarme. Perché la pagina che si accinge a scrivere Donald Trump, così come quella che vorrebbero scrivere Marine Le Pen, Frauke Petry, Matteo Salvini, fatta di isolazionismo, demagogia, avversione per il pluralismo, siamo certi che non ci piace. Mentre una nuova pagina della democrazia è ancora tutta da scrivere, ed è forse questo che anche oggi ci può far dire “al lavoro, ancora”.

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