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Il carcere è parte della comunità, ma non raggiunge la qualità minima che connota il Trentino
Una Comunità Autonoma non usa i termini "non è di nostra competenza". Volevamo affermare un diritto-dovere di intervento dell'Autonomia anche nella questione della qualità dei servizi di competenza dello Stato erogati nel territorio trentino. Non si è riusciti ad andare oltre i muri
Di Lorenzo Dellai - 22 dicembre 2016 - 15:17

Che cosa distingue una Comunità Autonoma da una semplice provincia? Tante cose. Ma una su tutte: una Comunità Autonoma non ha nel suo vocabolario i termini "non è di nostra competenza".

 

 

Al contrario, sente sempre e comunque il "fuoco" della responsabilità. Le conquiste dell'Autonomia si proiettano sul terreno giuridico, ovviamente,  ma hanno sempre avuto all'origine questo "fuoco". Lo stesso quadro giuridico delle competenze e delle funzioni formali si è sviluppato e si svilupperà in futuro secondo il pulsare di questa spinta.

 

 

Al centro non vi sono le regole giuridiche, pur importanti, ma la persona e la comunità, con i loro diritti inalienabili.

 

Tocca alla Comunità Autonoma farsene carico, anche quando questi diritti rinviano ai poteri dello Stato, trovando con esso le intese e le soluzioni più opportune.

 

 

Per questo "fuoco" la nostra non è un'autonomia come le altre, non per i soldi. Dunque, non condivido affatto l'opinione di chi dice che la Provincia non si deve occupare del Carcere perché di competenza dello Stato.

 

Nel 2001 la Provincia e il Governo Nazionale hanno sottoscritto un Accordo Quadro con l'obiettivo di qualificare l'organizzazione di alcune funzioni statali in Trentino, concernenti in particolare gli uffici giudiziari, il carcere, le Agenzie Fiscali e le strutture militari.

 

L'Accordo - poi via via adattato alle nuove esigenze e al nuovo quadro delle disponibilità - aveva una valenza patrimoniale: la Provincia si sarebbe occupata di finanziare e realizzare le opere necessarie per queste funzioni statali (che da decenni non venivano considerate nei piani di intervento statali) e lo Stato avrebbe rimborsato la Provincia attraverso beni immobili (edifici e aree militari dismesse) di pari valore, salvo conguagli.

 

Sulla base di questo Accordo, la Provincia ha provveduto - tra l'altro - a realizzare il nuovo carcere e i nuovi palazzi per l'Agenzia delle Entrate e mi risulta che si stia provvedendo - pur se con soluzioni diverse rispetto alle idee iniziali -  a riguardo dei nuovi spazi per il Tribunale e per le strutture militari.

 

Fin qui l'aspetto patrimoniale. Ma era evidente fin dall'inizio che la valenza dell'operazione andava ben oltre le questioni immobiliari.

 

Noi volevamo affermare un diritto-dovere di intervento dell'Autonomia anche nella questione della qualità dei servizi di competenza dello Stato erogati nel territorio trentino.

 

Guarda caso, infatti, da tempo si lavora a due Norme di Attuazione dello Statuto con le quali si prevede la delega alle istituzioni autonomistiche delle funzioni statali ospitate dalle strutture immobiliari realizzate. Non considero per ovvie ragioni le strutture militari.

 

Mi riferisco alla delega in materia di amministrazione della giustizia (che sarà adottata in via definitiva dal Consiglio dei Ministri venerdì 29 dicembre) e alla delega delle attività relative alla Agenzia delle Entrate e ad altre strutture statali similari (in via di discussione preventiva, ma certamente negli obiettivi prioritari della Commissione dei Dodici, su indicazione delle Province stesse).
Dai muri alle funzioni, potremmo dire.

 

Per quanto riguarda il carcere, purtroppo, non si è riusciti ad andare oltre i muri.

 

Ma dobbiamo farlo. La condizione strutturale e gestionale del carcere di Spini non corrisponde certo allo standard di minima qualità tecnica e sociale che connota in tutti i campi il Trentino.
Non era questo il disegno. Ricordo perfettamente che la progettazione della struttura aveva come presupposto la volontà di sperimentare una concezione carceraria veramente moderna, orientata al recupero del detenuto e alla qualità del lavoro del personale.

 

Per questo, tra l'altro, furono sottoscritti impegni precisi da parte del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria circa il numero massimo di ospiti.
Tali impegni, tuttavia, scontavano il limite di non poter essere formulati in maniera vincolante, a fronte della competenza statale in materia.

 

Eppure, in forza del principio dal quale sono partito, sono stati definiti nelle forme possibili e più volte ne è stato sollecitato il rispetto.

 

Tutto inutile. Il carcere sta deteriorandosi a vista d'occhio perché privo di adeguata manutenzione e i presupposti di qualità nella gestione anche ai fini del recupero sociale - fondamentale per garantire sicurezza vera alla comunità oltre che trattamento dignitoso ai detenuti - sono ampiamente carenti.

 

Dai muri alle funzioni, anche in questo caso: occorre riprendere l'antico disegno e completarlo. È interesse dello Stato. È interesse del Trentino.

 

Una Norma di Attuazione dello Statuto, che segua quasi come logica conseguenza quella sulla giustizia e che stabilisca forme di cooperazione con intensità da definire nella gestione delle attività carcerarie, potrebbe essere lo strumento più congruo per definire un accordo virtuoso con lo Stato.

 

Sempre secondo l'assunto che una Comunità Autonoma non deve mai pensare che il suo percorso sia arrivato a compimento e che non esistono, in via di principio, responsabilità ad essa precluse.

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