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Simone Veil e il sogno di un'Europa sempre più democratica
Dalla Shoah alle conquiste del movimento femminista (è stata l’autrice della legge francese sull’aborto) Veil è stata anche tra le protagoniste della costruzione europea (nel 1979 divenne Presidente del Parlamento europeo). Il giorno della sua morte, il Parlamento europeo ha ricordato il suo primo Presidente definendola come “la coscienza dell’Europa”
Dal blog di Orizzonti Internazionali - 08 luglio 2017 - 13:48

Di Umberto Tulli (docente presso la Scuola di Studi Internazionali. Questo contributo riprende il capitolo conclusivo del libro di prossima pubblicazione “Un Parlamento per l’Europa”)

 

 

All’indomani della sua morte, Simone Veil è stata ricordata dalla stampa internazionale come la donna che, con la sua biografia, ha attraversato tre momenti cruciali nel ‘900: la Shoah (Veil è stata tra i pochi ebrei francesi a sopravvivere ad Auschwitz e a tornare in Francia); le conquiste del movimento femminista (è stata l’autrice della legge francese sull’aborto); la costruzione europea (nel 1979 divenne Presidente del Parlamento europeo). Quest’ultimo aspetto è passato forse sottotono, quasi una nota a margine rispetto al dramma dell’Olocausto e alla violenza della campagna che si sviluppò contro la “sua” legge sull’aborto. Eppure, il ruolo di Simone Veil nella costruzione europea – e nella difesa del suo carattere democratico – non fu affatto secondario.

 

Nel 1978, il Presidente della Repubblica Giscard d’Estaing volle Veil come capolista alle elezioni europee della formazione “centrista, liberale ed europea” UDF – Union pour la démocratie française. La sua scelta fu controversa. Lo fu perché Veil era una donna e, solo in poche occasioni, le donne francesi avevano guidato una lista alle elezioni. Non fu certo un caso che alcuni candidati della sinistra francese sostennero, alla viglia del voto, che la scelta di Veil mostrava come Giscard d’Estaing attribuisse poca importanza al voto per un’Assemblea priva di sostanziali poteri, quale era il Parlamento europeo alla fine degli anni Settanta.

 

Lo fu, in seconda battuta, perché la scelta di Veil indispettiva ed allontanava parte dell’elettorato più conservatore. Era questa la seconda controversia relativa alla scelta di Veil: il suo nome era oramai indissolubilmente legato alla legge sull’aborto, una conquista per tante donne ma anche un’azione che, non senza una buona dose di cattivo gusto, un deputato cattolico francese aveva bollato come “un nuovo Olocausto di innocenti”. Lo fu, infine, perché il suo impegno europeista non fu mai stato celato, neanche in un contesto politico come quello del centrodestra francese degli anni Settanta, dove era ancora forte una certa opposizione verso ogni iniziativa volta a rafforzare il carattere sovranazionale dell’integrazione europea. Per i neogollisti del futuro Presidente Chirac, infatti, l’integrazione europea doveva rimanere saldamente nelle mani dei governi nazionali, lasciando l’Assemblea ad un ruolo marginale.

 

Fu una scommessa vinta, quella di Giscard d’Estaing. La sua lista ottenne più del 27% dei consensi, un dato significativo tanto più se si considera che il Rassemblement pour la République, il partito di Chirac, ottenne circa il 16% dei voti.

Durante la prima sessione del nuovo Parlamento europeo, Veil fu eletta Presidente dell’Assemblea. Da Presidente, Veil riprese e rilanciò un discorso politico volto a fare del Parlamento il motore dell’integrazione. Nel farlo, lo declinò anche alla luce di una nuova consapevolezza: quello della necessità di avvicinare le istituzioni europee ai cittadini e di lavorare per la costruzione di un’Europa compiutamente democratica. Nel suo primo intervento – interrotto più volte dagli applausi – Veil sottolineò come «la nuova autorità» conferita dal voto avrebbe spinto l’assemblea a rafforzare la propria azione su due fronti:

 

“Primo, svolgendo le sue funzioni di controllo democratico e, secondo, agendo come forza motrice nell’integrazione europea. Il Parlamento eletto sarà pienamente in grado di esercitare le proprie funzioni di controllo democratico, che è la prima funzione di ogni Parlamento eletto. […] il Parlamento deve inoltre essere l’organo generale di controllo politico all’interno della Comunità. Non rassegniamoci a credere che gli stringenti vincoli istituzionali sui poteri dell’assemblea possano prevenire che il Parlamento discuta, tutte le volte che lo ritiene opportuno ed in ogni ambito delle attività della Comunità, sulla base dell’autorità politica che gli è stata attribuita”.

 

Veil aveva così tracciato un’agenda per l’azione dell’assemblea che alimentava le speranze di chi voleva costruire un sistema istituzionale incentrato sul Parlamento europeo e i timori di chi si opponeva al suo rafforzamento. Ora che l’assemblea era stata eletta, poteva e doveva usare i propri poteri per porre la questione del proprio ruolo e per agire come «forza motrice» per l’integrazione europea. Gli sviluppi dei mesi successivi sembrarono seguire tale invito. Fu proprio “quel” Parlamento europeo a bocciare, per la prima volta nella storia della Cee, il progetto di bilancio della Comunità per il 1980. Forte della legittimazione elettorale, cercò di sfruttare l’unico potere reale che aveva, quello di controllo sul bilancio, per rivendicare un preciso ruolo istituzionale.

 

Veil fece anche del Parlamento europeo un punto di riferimento per la promozione dei diritti umani. Da Presidente dell’Assemblea, scrisse al Presidente argentino per chiedere che alle vittime delle violenze della giunta militare fosse riconosciuto il diritto di emigrare; si rivolse a Brezhnev per chiedergli di commutare la condanna inflitta al dissidente (e Premio Nobel) Andrei Sakharov; intervenne presso l’ambasciatore turco a Bruxelles per richiamare il governo di Ankara al rispetto dei diritti dell’uomo. Che si trattasse di un giornalista arrestato e vittima di torture, di cinquanta sindacalisti arrestati e condannati a morte o di singoli cittadini turchi in attesa di un giudizio dinnanzi alle corti militari, ogni volta Simone Veil riportò la ferma condanna da parte del Parlamento.

 

Il giorno della sua morte, il Parlamento europeo ha ricordato il suo primo Presidente definendola come “la coscienza dell’Europa” – una coscienza che è stata sempre impegnata per la costruzione della democrazia europea e per la promozione dei diritti umani.

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