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Maltrattamenti e suicidio in carcere, il giudice archivia. Per Luca Sorricelli nessuno aveva "previsto" che si impiccasse

Per l'accusa di maltrattamenti è invece necessario che le condotte siano protratte nel tempo "nel maltrattare o denigrare il soggetto passivo"

Di Donatello Baldo - 10 agosto 2017 - 06:48

TRENTO. “Il Giudice per le indagini preliminari, letti gli atti di due procedimenti penali (…) riguardanti le ipotesi di maltrattamento contro detenuti, nonché il decesso di Luca Sorricelli, (…) osserva quanto segue...”.

 

E le osservazione che seguono portano dritto dritto all'archiviazione. Quindi non ci sarà nessun processo: la richiesta di archiviazione presentata dal Pubblico ministero è stata accolta. A nulla è valsa l'opposizione del Garante nazionale dei detenuti, rappresentato da Nicola Canestrini, e non è stata considerata nemmeno la contrarietà del fratello del giovane suicida, rappresentato da Stefano Trinco, che ha perso la vita nel carcere di Spini nel dicembre scorso.

 

Stiamo parlando di due fatti distinti, riuniti in un'unica richiesta di archiviazione, che riguardavano gli episodi di presunto maltrattamento inflitti dalle guardie carcerarie (ignote negli atti) avvenuti all'interno della Casa circondariale trentina e il suicidio di Luca Sorricelli avvenuto nello stesso carcere all'indomani dell'arresto per aver incendiato una pompa di benzina a Rovereto.

 

Di quest'ultimo fatto ha scritto anche ilDolomiti, chiedendosi come mai una persona con una storia clinica di disagio psichico fosse stata considerata idonea alla carcerazione. Sorricelli si era recato in pronto soccorso subito dopo il fatto, spontaneamente, visibilmente alterato. Fu visitato di notte dagli psichiatri che dissero che sì, poteva tranquillamente essere detenuto.

 

Gli altri fatti, quelli di presunto maltrattamento, si riferiscono invece alle testimonianze raccolte dai medici del carcere, trasformate poi in denuncia dal Garante nazionale dei detenuti. Testimonianze circostanziate ma secondo il giudice, se anche fossero vere, non potrebbero trasformarsi in un'accusa per maltrattamenti.

 

Capiamo il perché: “I fatti in sé, singolarmente considerati, non possono configurare il reato di maltrattamenti. Quantunque ritenuti provati questi sporadici episodi di percosse – spiega il giudice – e fermo restando che trattasi, ove veri, di fatti assolutamente deprecabili, non sembra però possibile poterli complessivamente ricomprendere in un contesto unitario”.

 

Per accusare le guardie di maltrattamento, se individuate (le accuse, ricordiamolo, erano contro ignoti), si sarebbe dovuto dimostrare “un constante atteggiamento dell'agente nel maltrattare o denigrare il soggetto passivo”. Questo dice la legge, e il giudice è chiamato ad applicarla.

 

Ma sono anche altri i motivi che hanno portato all'archiviazione, ad esempio la mancata denuncia di parte. Nell'ordinanza di archiviazione si legge però che i detenuti che avevano confidato al medico i maltrattamenti “se interpellati avrebbero negato per paura di ritorsioni”.

 

Ma così è: per i maltrattamenti viene accolta la richiesta di archiviazione perché “fatti occasionali ed episodici, pur penalmente rilevanti in relazione ad altre figure di reato (ingiurie, minacce, lesioni, percosse) (…) non possono assurgere alla normativa (…) il cui requisito oggettivo è la abitualità e il cui dolo è quello di esercitare una persistente tirannia sul soggetto passivo”.

 

Ma veniamo alla morte in carcere, per suicidio, di Luca Sorricelli. Anche questa posizione è stata archiviata. “Nella notte tra il 16 e il 17 dicembre 2016 il detenuto si suicidava mediante impiccamento all'interno della casa circondariale di Trento”. Ecco la scarna descrizione riportata dall'ordinanza.

 

Il Tribunale di Rovereto aveva convalidato l'arresto in flagranza per il reato di incendio doloso: l'imputato aveva appiccato fuoco ad un distributore, così, senza motivo. “Poiché il detenuto aveva gravi problemi psichiatrici – afferma l'ordinanza – i Carabinieri avevano acquisito la relazione di una psichiatra dell'Apss che certificava la compatibilità con il carcere.

 

Ma non fu l'unica a valutare l'idoneità del soggetto alla detenzione, lo stesso fece lo psicologo del carcere: “Aveva giudicato il detenuto con disturbo paranoide, a basso rischio suicidio, ritenendo necessaria una più specifica consulenza psichiatrica”.

 

E nel pomeriggio successivo un altro psichiatra lo visitò: ancora una volta la diagnosi di disturbo paranoide, “in fase di approfondimento diagnostico/terapeutico”. E si scopre che nelle ore precedenti al suicidio il detenuto aveva rifiutato di assumere la terapia prescrittagli mettendo in atto un espediente per indurre in errore l'infermiere. Sembra, ma non è verificato, che la terapia, per uno scambio di persona, sia finita ad un altro detenuto.

 

Ma per la legge, la colpa, e quindi la responsabilità penale, “presuppone la prevedibilità del fatto”. Quindi nessuno dovrà rispondere si questa morte, del suicidio di un giovane con “gravi disturbi psichiatrici”, come sottolineato nell'ordinanza. Nessuno ha ipotizzato un alto rischio di suicidio (solo “basso”, si legge sempre nell'ordinanza), quindi troppo poco.

 

“Nell'assenza di colpe specifiche imputabili ad alcuno – afferma il Giudice – va accolta anche in questo caso la richiesta del Pubblico ministero. Quindi, P.Q.M., come si usa scrivere in questi casi sulle sentenze e sulle ordinanze, “il Giudice per le indagini preliminare dispone l'archiviazione del procedimento penale”. 

 

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