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Pedalando fino a Bonn per la Conferenza sul clima. L'ultima impresa di Antonio Marchi che fa politica anche in sella alla sua bici

Dieci tappe, 1.200 chilometri, un messaggio contro il surriscaldamento globale e l'impegno contro la guerra: "Perché i cambiamenti climatici produrranno scontri tra ricchi e poveri, tra chi avrà le risorse e chi no"

Antonio Marchi, quarto da sinistra in ginocchio, ricevuto con tutto il gruppo dal sindaco di Bonn
Di Donatello Baldo - 12 novembre 2017 - 17:56

TRENTO. E' tornato oggi, il ritorno l'ha fatto con Flixbus, ma l'andata – Venezia-Bonn – se l'è pedalata tutta: 10 tappe, 1.200 chilometri, passando il Brennero fortunatamente senza neve. Sono partiti in cento, fino a Borgo erano in 70, a Monaco 26 e all'arrivo sono rimasti in 16.

 

“Alcuni ci hanno voluto accompagnare per qualche centinaio di chilometri, in modo simbolico – racconta Antonio Marchi – fino a Bassano c'era anche Moreno Argentin”. Sono andati a Bonn in occasione di COP23, il Vertice internazionale sul cambiamento climatico che affronta il tema del surriscaldamento globale.

 

“Siamo stati ricevuti dal sindaco con tanto di fascia tricolore – spiega Antonio Marchi – i soliti ricevimenti che però oltre alla formalità fanno trasparire anche tanta umanità. Il nostro intento era quello di dare un segnale, di partecipare, di prendere parte su un tema enorme che avrà a che fare con la vita delle future generazioni”.
 

“La questione è una – spiega Marchi – curare il clima fin che siamo in tempo. Ma tutti parlano e nessuno fa mai niente. Poi arriva il Tramp di turno e quel poco che si sta facendo rischia di andare a rotoli. Ma anche gli americani si accorgeranno che così non si può andare avanti, la questione è anche economica, l'economia è alla base di tutto”.
 

“L'idea è partita dal Pedale veneziano, non nuovo a queste imprese. Questo gruppo di ciclisti è andato anche Parigi – racconta - sempre per la Conferenza sul clima, ma negli anni scorsi sono arrivati fino a Pechino, 12 mila chilometri”. Antonio Marchi era l'unico trentino del gruppo, “anche se a dire il vero sono trentino di adozione, io sono trevigiano, di Villorba”.
 

Appassionato di bici ma anche di politica, non è uno che pedala per fare le gite fuori porta. “Scherzi? Io sulla bicicletta ci sono nato e cresciuto, per tre anni ho svolto un percorso professionista, prima tra gli esordienti e poi tra gli allievi. Senza enfasi – dice modestamente – ero una speranza del ciclismo trevigiano: i risultati c'erano, la passione anche”.
 

Quelli che al tempo correvano con lui hanno fatto carriera. “Giovanni Battaglin, Claudio Bortolotto – dice per fare alcuni nomi – ma anche Francesco Moser che ha la mia stessa età. Ma poi c'è stato l'incidente: ad Asolo nel 1969, mentre correvo, in seguito a uno scontro con un'auto ho avuto la paralisi del braccio sinistro".

 

"Assieme a un gruppo di amici, di compagni – sottolinea –, sono uscito dalla disperazione che ne è seguita ed è partita la mia battaglia politica”. Con loro fondò un centro di cultura proletaria, che sarà l'embrione dell'esperienza politica che più lo ha segnato, l'adesione a Lotta Continua.

 

Aveva anche ripreso la bicicletta: “Il fisico c'era, anche senza un braccio, ma mi era passata l'ossessione per il risultato”. La politica prevaleva sull'agonismo.“Con Lc siano andati avanti fino agli anni '80 – spiega, ben dopo il suo scioglimento del 1976. Ma con la Strage di Bologna abbiamo chiuso i battenti, avevamo capito che in Italia sarebbe stato impossibile fare la rivoluzione”.

 

Ma la determinazione del combattente non l'ha mai persa, anche di fronte alle sconfitte politiche. Da cane sciolto, si sarebbe detto un tempo, ha partecipato a mille iniziative: per la pace, contro la guerra, per la difesa dei beni comuni, dei diritti. Aggregandosi a chi organizzava le piazze della protesta o partendo in solitaria, in sella alla sua bici.
 

Epico, da inserire tra i Guinnes dell'impegno politico, il viaggio attraverso l'Italia di qualche anno fa: “Ho fatto 3.950 chilometri per ricordare i miei amici e compagni caduti, Alex Langer e Mauro Rostagno. Tutti e due avevano frequentato sociologia, tutti e due di Lotta Continua”.

 

Antonio Marchi ha collegato i due cimiteri, quello di Vipiteno dove riposa Langer e quello di Ragosia in Sicilia dov'è sepolto Rostagno. “Il ritorno l'ho fatto sul litorale adriatico mentre l'andata su quello tirrenico. A Pisa mi sono fermato per incontrare Adriano Sofri, era stato da poco incarcerato perché ritenuto implicato nella morte del commissario Calabresi”.
 

Ma torniamo all'oggi, all'ultima impresa. “Ma in fondo tutto è collegato – spiega Marchi – da anni lottiamo per un mondo migliore, da anni manifestiamo contro le guerre, e questa è un'altra guerra, perché le conseguenze dei cambiamenti climatici sono ad esempio la mancanza di acqua, che genera scontri già adesso, guarda a quello che succede tra Israele e Palestina”.

 

“La nostra generazione passerà il guado, ma la prossima generazione si troverà di fronte a un problema enorme che determinerà ancora una volta una divisione del mondo tra chi ha le risorse e chi no, ancora una volta la sopraffazione del ricco sul povero”. Ancora guerre, dunque. “L'obiettivo quei è la salvezza dell'umanità intera, se viene messa in pericolo si mette a rischio il bene comune, lo scontro è inevitabile”.
 

Antonio Marchi non si definisce però pacifista. “Davanti a questa parola un po' mi irrigidisco – spiega – perché sono pacifista fino a quando il rapporto è basato sul dialogo, ma poi depongo la bandiera della pace e sono pronto allo scontro: si deve tenere conto che se c'è chi non ragiona si deve lottare”.
 

Poi dipende dal contesto – spiega – dove c'è lo spazio per poterlo fare devono essere usate le armi della democrazia. Ma se l'obiettivo è quello di difendere questa nostra Terra le armi sono tante".

 

"Io sono anche situazionista - afferma -  nel senso che le cose le si affrontano situazione per situazione. Nei limiti della nostra vita dobbiamo raggiungere un obiettivo, salvare l'umanità, migliorare la dimensione umana. A tutti i costi”.  

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