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In Marocco il massacro dei cani. Niccolini: ''Sono arrivati con i fucili e i camion e hanno fatto una strage''

A Taghazout l'educatore cinofilo di Trento Lorenzo Niccolini con la collega Clara Caspani avevano fondato il progetto Stray Dogs International per monitorare e gestire il fenomeno del randagismo in quelle terre. Erano riusciti a fare di quel villaggio un esempio positivo di convivenza tra cani liberi e uomini ma qualche notte fa tutto è saltato

Di Luca Pianesi - 15 aprile 2018 - 18:59

TAGHAZOUT. "Sono arrivati con i camion armati di fucili e reti e hanno messo sotto assedio il paese per due notti. A far loro da guide dei ragazzini del posto pagati per portarli dai cani e poi hanno cominciato a sparare. Avranno ucciso una quarantina di animali, altri li catturavano con le reti e li caricavano sui furgoni per portarli chissà dove. Per fortuna alcuni turisti e persone del posto qualche cane lo hanno nascosto nei ristoranti, nelle abitazioni private, nei locali ma ora c'è paura a farli tornare all'aperto. Si teme li avvelenino o uccidano in altro modo".

 

 

E' l'educatore cinofilo Lorenzo Niccolini a parlare. Nato a Trento 35 anni fa, dopo aver fatto tutte le scuole nel capoluogo trentino con l'università si è trasferito a Bologna e dopo gli studi è diventato insegnante alla Suia, la Scuola Interazione Uomo-Animale, dove tiene dei corsi da educatore cinofilo. Da anni, ormai, collabora in Marocco ad un progetto di monitoraggio, studio e gestione del fenomeno del randagismo in quella terra e assieme a Clara Caspani altra educatrice cinofila hanno fondato “Stray Dogs International Project ” una specifica iniziativa di controllo dei cani presenti sul territorio.

 

 

"Con una serie di associazioni come Le coeur sur la patte - spiega - da tempo lavoriamo per studiare le colonie di cani randagi che si formano nei vari villaggi del Marocco e per far sì che la convivenza con la popolazione locale sia sempre più facile e di minor impatto. E direi che c'eravamo riusciti soprattutto a Taghazout un paese dove su circa 2.000 abitanti presenti, tra centro e villaggi limitrofi, si trovavano un centinaio di cani randagi. Il fenomeno del randagismo, infatti, nelle città marocchine è molto diffuso perché per loro sono animali impuri quindi li lasciano vivere ai margini della società. Sono un po' come i piccioni per noi. Non se ne curano ma non gli danno nemmeno troppo fastidio, finché non diventano troppi e allora scattano le battute di caccia. Sapevamo che questo era il loro modo di risolvere il problema ma speravamo di essere riusciti ad evitare che ciò avvenisse anche a Taghazout e invece così non è stato".

 

 

Proprio a Taghazout, infatti, si è concretizzato il Stray Dogs International Project di Lorenzo e Clara. Qui da tempo i cani venivano censiti, analizzati, curati se ammalati e soprattutto venivano sterilizzati. "Non solo - continua Lorenzo - veniva messo un orecchino ad ognuno di questi cani anche per far capire alla gente del posto che a quel punto quell'animale non poteva più rappresentare una minaccia sanitaria. In questo modo eravamo riusciti ad avere una popolazione stabile che si aggirava sui 70-100 esemplari nella zona. Un numero comunque alto ma sotto controllo e anche la gente del posto, piano piano, si stava avvicinando, cominciava a conoscerli. Poi quella è una zona di surfisti quindi ci sono anche diversi occidentali e qualche australiano che ovviamente erano più sensibili e amichevoli con i cani".

 

 

Erano anche stati stipulati degli accordi con il sindaco e le autorità della zona perché, chiaramente l'attività delle varie associazioni costava: costava sterilizzare i cani, vaccinarli, visitarli, censirli. "Noi abbiamo mostrato il progetto agli amministratori con la raccomandazione che se fossimo partiti loro non avrebbero dovuto utilizzare i loro metodi - aggiunge Lorenzo alludendo alle battute di caccia -. Dietro questo progetto c'erano anche risorse investite oltre a tante energie e lavoro". E il progetto ha funzionato: Taghazout era diventato il villaggio dove uomini e animali liberi convivevano. Un contesto particolare che aveva attirato anche l’università di Vienna che lì ha iniziato delle ricerche sulla comunicazione tra cani liberi e sulle dinamiche relazionali tra cani e uomini

 

Poi sono arrivate le notti del 7 e 8 aprile. Uomini armati sono arrivati nel villaggio e nell'incredulità generale di turisti, abitanti e operatori hanno cominciato a sparare ai cani, a catturarli con le reti, a gettarli sui camion per poi portarli verso non si sa quale destinazione. "Il patto è stato rotto - spiega ancora Lorenzo - non sappiamo bene cosa sia successo. C'è chi dice che dovevano passare dei delegati Fifa per visionare il Marocco in vista di future candidature ai Mondiali di calcio e quindi si sia voluto fare pulizia. Io ci credo poco. Penso invece che queste siano zone sempre più appetibili sul piano turistico e quindi per costruire resort, hotel, villini per un turismo di alta fascia e di massa, penso servano spazi e la libertà, anche quella dei cani, dia troppo fastidio. Ma se il Marocco crede di attirare i turisti e di dare una bella immagine di sé all'occidente ripulendo strade e città in questo modo non ha capito che sta commettendo un gravissimo errore. Si parlava e bene di queste terre e di Taghazout proprio perché c'erano progetti come il nostro che funzionavano. Anche la stampa europea se n'era occupata. Ora verrà ricordato per questa orribile strage?".

 

 

Insomma, effettivamente, non una bella pubblicità per il Marocco. Quello del randagismo è un problema globale che però può essere affrontato solo con la conoscenza e le buone pratiche non certo con stragi e abbattimenti indiscriminati. "In questi giorni sono in Sicilia - conclude Niccolini - dove a fine febbraio, a Sciacca, c'è stata una strage di cani uccisi con del veleno. Qui come in Marocco c'è un problema di cultura. Una delle cose che facevamo a Taghazout era educare la popolazione locale a chiudere i bidoni dell'immondezza e a fare pochi rifiuti, per esempio. Poi sono molto importanti le sterilizzazioni e ci vuole un'alleanza di sistema un accordo di comunità. Ora Taghazout è un paese fantasma. Sono rimasti due o tre cani che girano per le strade. Gli altri sopravvissuti vengono tenuti nascosti in casa. Io non ero lì ma amiche che hanno assistito alle scene sono ancora sotto shock. Quei cani li conoscevamo uno per uno (e alcuni di loro sono nel video qui sopra). Siamo molto amareggiati ma se i riflettori rimarranno accesi su quanto accaduto la speranza che il Marocco si senta osservato e cerchi di cambiare c'è. Noi non molliamo".

 

Qui sotto il murales realizzato dall'artista Pleks dopo il massacro di cani di Taghazout e nella zona. Lo ha dipinto sul muro di fronte alla polizia di Taghazout ed è stato cancellato in poche ore. Per saperne di più questa è la pagina Facebook giusta.

 

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