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Rotte migranti, dopo 3.700 chilometri il rientro a Trento: ''Tante emozioni, situazioni inaccettabili e molta riconoscenza''

Francia, Balcani e Sud Italia, queste le tappe di venti ragazzi. In viaggio on the road divisi in tre gruppi per percorrere le rotte dei migranti: una verso la Francia e Calais, una verso il Sud Italia e un'altra verso la rotta balcanica e la Bosnia

Pubblicato il - 21 maggio 2018 - 20:23

TRENTO. Ultima puntata di Simone Anzelini del diario di On The road - Sulle rotte dei migranti tenuto da 20 ragazzi e ragazze che si sono divisi in tre gruppi per percorrere le rotte dei migranti: una verso la Francia e Calais, una verso il Sud Italia e un'altra verso la rotta balcanica e la Bosnia (QUI QUINTO DIARIO)

 

Una settimana, 3.700 chilometri, due Stati, tre frontiere e qualche raffreddore. Dopo la partenza del 14 maggio siamo nuovamente a Trento. Carichi di emozioni, ci confrontiamo un’ultima volta, cercando di scorrere insieme i volti delle straordinarie persone incontrate lungo il cammino.

Farog, il primo ad accoglierci con un sorriso a Ventimiglia. Delia, la dimostrazione vivente di come la forza di volontà e la resilienza di una persona possano cambiare la vita di molte altre. Yolaine, l’irriverente “mamì” di centinaia dei giovani fantasmi di Calais. Giulia, la dottoranda che ha deciso di partire alla volta di Calais per aiutare Yolaine e Operation Salam a dare speranza a molte persone.

 

Claire, la nonna buona e sempre sorridente che a Grand Synthe è riuscita a creare accordi perfino con il sindaco per dare ai migranti condizioni di vita migliori. Paolo, presidente di R@inbow4Africa, con la sua onlus è riuscito a garantire un supporto medico notturno a Bardonecchia per chi rischia il congelamento nel rigido clima di montagna.

 

Paola infine, insieme ai ragazzi di Chez Jesus offre un punto di informazioni, appoggio e supporto emotivo a Claviére a coloro che tentano la traversata della frontiera attraverso il passo del Monginevro. Persone meravigliose, piccoli fari di speranza nella vita di ragazzi che nel loro interminabile viaggio hanno perso moltissimo.

I loro racconti, purtroppo, riportano situazioni sconvolgenti e inaccettabili. A Ventimiglia, Calais e Bardonecchia i migranti vengono trattati in modo indegno: le forze dell’ordine e l’amministrazione mettono particolare impegno nel rendere difficile la vita di chi è costretto a spostarsi per sopravvivere e di tutti coloro che mettono loro stessi al servizio di tale sopravvivenza.

 

La polizia ventimigliese tiene sotto controllo il bar di Delia tentando in tutti i modi di trovare l’appiglio giusto che permetta agli uffici amministrativi di mettere fine alla sua attività di resistenza. Il sindaco ha inoltre dato disposizione affinché le fonti d’acqua vicino al campo di migranti situato sotto il ponte della superstrada restino chiuse, costringendo i giovani senzatetto a lavare i propri panni nella Roja. 

 

A Calais i “flick” (nomignolo attribuito ai poliziotti francesi da Yolaine) attuano sgomberi giornalieri dei campi informali sparsi per i boschetti che circondano la città, requisendo illegalmente coperte, tende e vestiario che puntualmente vengono rimpiazzate dai volontari delle associazioni come Salam.

 

In alcuni casi le coperte vengono lasciate, ma cosparse di spray urticante in modo che diventino inutilizzabili, in altri i ragazzi fermati vengono trasportati a chilometri di distanza e lasciati a piedi nudi nella campagna francese.

La distribuzione dei pasti ai fantasmi di Calais si trasforma quotidianamente in una partita a guardie e ladri in cui imperturbabili anziani signori saltano da un punto all’altro della città per distribuire cibo, acqua, coperte ed altri beni utili, puntualmente “rincorsi” dalla polizia nella continua ricerca di un motivo valido per mettere fine alla resistenza di Salam. 

 

Sul passo del Monginevro gli agenti delle gendarmerie, con l’occasionale (ed illegale) aiuto dei militanti di Genération Identitarie, approfittando del buio della notte, sorprendono coloro che tentano di attraversare la frontiera dando vita a pericolosi inseguimenti nei boschi innevati che possono portare a tragici incidenti.

 

Già, perché la frontiera è implacabile, e talvolta uccide. Solo nell’ultima settimana abbiamo infatti ricevuto notizia di tre vite spezzate nella ricerca di una vita migliore. Tre persone morte nel tentativo di attraversare un confine creato da noi, tre vittime delle regole imposte da una società che non ha compreso l’importanza della vita umana, di qualsiasi provenienza essa sia.

 

E questi tre esseri umani assumono indegnamente nella nostra narrativa il ruolo di numeri, semplici addendi nell’inesauribile somma delle esistenze interrotte bruscamente dal concetto di frontiera, la barriera che separa “noi” da “loro”.

 

Una barriera che a Ventimiglia, Calais e Bardonecchia è fisica, fatta di divise, blindati, cancelli e filo spinato, ma che nella vita quotidiana è mentale, frutto di pregiudizi, paura, rabbia ed indifferenza. Un’indifferenza che non trova posto negli occhi di nessuno dei tanti amici incontrati durante il nostro viaggio. Un pregiudizio che scompare nel momento in cui il sorriso di un ragazzo afghano riscalda il vento implacabile di Calais.

 

Una rabbia che si trasforma in speranza quando guardiamo donne e uomini come Yolaine, Claire, Delia, Giulia, Paolo, Farog, Robert, Paola, Fatima dare tutto ciò che possono nel tentativo di dare sopravvivenza, voce, dignità ed umanità a coloro che vengono emarginati. Le frontiere sono uguali, ovunque esse siano situate.

 

Ma le persone non lo sono, la compassione non è sparita dal mondo: luoghi come Bardonecchia, dove la popolazione vive seguendo la prima regola della montagna, prestare soccorso a chi rischia la vita, e Grand Synthe, dove il parroco trasforma l’oratorio in una mensa e il sindaco adibisce la palestra di una scuola a dormitorio per migranti, sono la prova tangibile dell’importanza della resistenza all’ingiustizia, della bellezza dell’accoglienza.

 

Questo è il sentimento con cui decidiamo di concludere questo viaggio: la riconoscenza nei confronti dei volontari incontrati, per averci mostrato l’umanità più bella nella situazione più triste, la breccia nella frontiera.

 

ROTTA MEDITERRANEA

È difficile organizzare un pensiero. 

È necessario riflettere ancora molto su ogni singola parola che abbiamo ascoltato nell’arco dell’ultima settimana. 

Ci siamo resi conto di quante cose diamo per scontate nella nostra vita, come l’avere un documento d’identità o l’avere un posto che chiamiamo casa. Percepiamo un diffuso senso di impotenza, in molti racconti di migranti, che li priva del reale possesso del loro tempo, li priva della possibilità di scegliere dove vivere, quale mestiere fare, cosa costruire per il loro futuro. 

Ci accorgiamo di quante vite vengano considerate così poco da farle svanire, rendendole invisibili agli occhi della società. 

Abbiamo ascoltato molte storie, storie di impegno, di coraggio, di dolore, ma anche di grande speranza e positività, che hanno lasciato un segno nel nostro cuore.

Sulla rotta mediterranea abbiamo avuto la fortuna di vedere molte realtà positive: cooperative ed associazioni che funzionano nonostante infiniti ostacoli. Abbiamo incontrato persone motivate dalla rabbia, persone di grande umanità e di un’empatia fuori dal comune, che ci dimostrano quanto una scelta di valori ed una grande motivazione possano modificare radicalmente il risultato delle azioni del loro lavoro.

Abbiamo visto che il Bene ci può essere, e sta nei piccoli e grandi gesti. In un “come stai”, in una battuta, in un sorriso caldo. In un luogo accogliente da poter chiamare anche solo momentaneamente casa. Nel tempo ritrovato, nel provare a vivere e non solo a sopravvivere. 

Nel complesso e totalizzante lavoro di chi quotidianamente sceglie di non voltare la testa e guarda a queste donne e uomini senza paura.

Alice Cirelli

 

ROTTA BALCANICA

Bolzano-Trento-Gorizia-Zagabria-Bihać-Velika Kladuša-Adaševci-Belgrado-Krnjača-Šid-Subotica-Kelebija-Horgoš-Sombor-Vukovar-Brčko-Trento-Bolzano 

Puntini su una mappa, uniti da un intenso viaggio on the road, puntini di una rotta balcanica che abbiamo cercato di collegare tappa per tappa, collegamenti di realtà fisicamente distanti, ma connesse a doppio filo tra di loro. Un'umanità in un movimento, così mutevole da cambiare molto anche nei pochi giorni spesi a cercare di comprenderla. Un contesto di un passato intricato e di un presente del quale crearsi un'immagine chiara è ancora più complesso. Ciononostante, uniamo i puntini, ci allontaniamo per guardarli dalla giusta distanza nel loro complessivo e forse riusciremo a ricavare una sagoma di ciò che sta succedendo, avendo ben definito la cornice degli eventi: una battaglia di resistenza per il rispetto dei diritti inalienabili dell'uomo.

Elisa Caneve, Lorenzo Gretter, Jessica Ognibeni, Gaia Kasseroler, Valeria Menia, Andrea Rizza Goldstein, Jacopo Nicolodi, Maja Malina, Diego Saccora

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