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Giovani, pensioni sempre più lontane. Ianeselli (Cgil): "Diversificare con la previdenza complementare ma in prospettiva serve una pensione di garanzia"

Se le cose non cambiano il trend (dati Istat) dice che nel 2065 gli over 65 anni saranno il 33% della popolazione (nel 1983 erano il 13%). Sarà sempre più difficile "pagare" le pensioni di chi, tra l'altro, fa sempre più fatica ad entrare nel mondo del lavoro. "L'immigrazione può essere valorizzata. Va favorito lo spirito imprenditoriale"

Di Luca Pianesi - 16 maggio 2017 - 07:14

TRENTO. Eppure qualcosa deve cambiare. La discussione è stata aperta ieri dall'intervista al professore di Scienza delle Finanze dell'Università di Economia Gianfranco Cerea: "Per pagare ai nostri giovani le pensioni ci vorranno 300 mila stranieri all'anno fino al 2060". Non una provocazione, ma una constatazione basata su numeri e studi approfonditi che parte da un assunto: dal 2006 sono di più le persone che muoiono di quelle che nascono nel nostro Paese.
 

Ad oggi, infatti, gli over 65 sono circa il 22% (dati Istat) della popolazione totale. Ed è, questo, il dato più alto d'Europa (dove la media è del 18,9%). Si pensi che nel 1983 la quota di ultrasessantacinquenni era del 13,1%. E ovviamente, stante così le cose, il trend non potrebbe che peggiorare. Le stime dell'Istat mostrano che se ad oggi l'età media della popolazione è di 43,5 anni, nel 2065 sarà di oltre 50, i giovani con meno di 14 anni, che oggi sono il 13,7% risulteranno pari al 12% della popolazione contro gli ultrasessantacinquenni che, se oggi sono il 22%, nel 2065 dovrebbero diventare il 33,1%. In mezzo una forbice di persone considerate in "età attiva" che va dai 15 ai 65 anni ovviamente non tutta impiegata attivamente. Crescerà, infine, anche la speranza di vita, che oggi è di 80,8 anni per gli uomini e 84,5 anni per le donne, nel 2065 dovrebbe arrivare a 86,1 per i primi e 90,2 per le seconde.

 

 

“La riflessione di Cerea è assolutamente condivisibile – commenta il segretario della Cgil del Trentino Franco Ianeselli – dobbiamo aprire una discussione sull'argomento seria e strutturata. Il sistema pensionistico a ripartizione (quello in base alla quale le pensioni erogate sono pagate con i contributi di chi è in servizio in quell'epoca. Quello, quindi, che ripartisce l’onere pensionistico sui lavoratori ndr) non si regge se ci sono più morti che nati, più persone che non lavorano di quante lavorano. D'altronde è un modello creato a fine '800 da Bismarck che aveva stabilito che si sarebbe andati in pensione l'anno dopo quello dell'aspettativa di vita media".

 

Che all'epoca era 65anni in Germania. Se vogliamo è un po' come se oggi si andasse in pensione a più di 81 anni per gli uomini e 85 per le donne. Ovviamente un paradosso, che in parte è stato sanato con l'affiancamento al modello pensionistico a ripartizione con la previdenza complementare. Appurato che il mero sistema contributivo non potrà mai garantire al pensionato lo stesso livello di vita che aveva come lavoratore sono state, infatti, introdotte le forme di previdenza complementare. "In sostanza parte di quanto è accantonato viene investito - prosegue Ianeselli - investito nel mondo. Questo non vuol dire azzerare i rischi. Il rischio che qualcosa vada storto a livello di finanza globale resta comunque, come rimane il rischio che qualcosa vada storto nel nostro Paese, però in questo modo si diversifica e quindi si differenzia il rischio. Per questo consigliamo e spingiamo, come sindacato, per aderire a fondi pensioni, come può essere Laborfonds in Trentino. Ma in prospettiva, per aiutare i giovani, sarà necessario inserire delle pensioni di garanzia per assicurare a tutti di arrivare al termine del ciclo lavorativo con una pensione pubblica dignitosa".

 

E intanto? Che si fa? "Bisogna incentivare i percorsi di flessibilità in uscita - prosegue Ianeselli -. Penso alle staffette generazionali. In Trentino il lavoratore che accetta per 3 anni di ridurre il suo orario di lavoro per fare spazio a un giovane ha fino a 10.000 euro all'anno di reddito integrativo dall'Agenzia del Lavoro. E da poco è stata introdotta l'Ape, l'uscita anticipata dal lavoro. Ne esistono di due tipi: l'Ape social riguarda i lavoratori in difficoltà (cassintegrati, disoccupati, chi ha svolto lavori gravosi ndr) per i quali l'onere dell'uscita anticipata (3 anni e 7 mesi) è a totale carico dello Stato. E poi l'Ape ordinaria, che invece è onerosa per colui che va in pensione (gli anni di anticipo saranno finanziati con un prestito da parte di banche o istituti finanziari e il prestito andrà restituito al raggiungimento del requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia). Qui stiamo lavorando con la Provincia per vedere si riesce a creare una forma di sostegno per la restituzione di tale onere".

 

Infine c'è il tema migranti. La frase "se non c'è lavoro per noi figurarsi per loro", anche in questo caso è superata dai dati se è vero che negli ultimi anni (2011/2015), mentre le imprese condotte da italiani sono diminuite (-2,6%), quelle condotte da immigrati hanno registrato un incremento significativo (+21,3%). "La vera scommessa è come li inseriamo nel mondo del lavoro - completa Ianeselli -. Gli Stati Uniti, quelli veri, non quelli di Trump, sono diventati grandi proprio valorizzando il concetto di intraprendenza. Gli stranieri possono, e lo stanno già facendo tra l'altro, creare nuovo lavoro. Sono risorse che vanno coltivate. Va coltivato lo spirito imprenditoriale".

 

La vera sfida, quindi, si gioca sull'integrazione più che sulla paura o i respingimenti. Il mondo, in questa fase, va così. Bisogna prenderne atto. Opporsi a dei flussi migratori necessari (per chi decide di giocarsi la vita pur di venire qui, che scappi da guerre o carestie, è evidentemente necessario "provarci") è praticamente impossibile. Chi riuscirà a convogliare in maniera positiva quest'energia, probabilmente, sarà chi aggancerà il treno del futuro. Non è facile, certamente, ma almeno cominciamo a parlarne.

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