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Il rapporto tra universitari e città non "spritz-a" gioia

Qualche giorno fa l'incontro tra Comune e Consulta degli studenti. La voglia di collaborare c’è ma serve a poco se non subentreranno da una parte e dall’altra un po’ di coraggio e, perché no, un po’ più di fantasia

Di Carmine Ragozzino - 18 marzo 2017 - 20:11

TRENTO. Trento è città di studi, con relativa, numerosa, popolazione di condannati alla futura precarietà. Ma l’accettazione del variegato e pluri accentato universo di giovani abitanti “a tempo” di Trento  stenta a contemplare il naturale cazzeggio post libri. Se gli studenti, insomma, escono a sera inoltrata dalle biblioteche e dagli appartamenti – quelli che spesso spolpano le finanze dei loro genitori - il fastidio sembra prevalere. E’ l’ora in cui ci si scorda che gli universitari fanno “anche” reddito.

 

Consumando oltre che pagando affitti “benedetti”. Cosicché il vociare dei pellegrinaggi in centro apre frequentemente un libro di doglianze da parte di chi in centro ci campa. Le doglianze virano in protesta – singola o collettiva – che scandaglia ogni piega di uno stringente regolamento di polizia urbana che limita orari, misura decibel, promulga sanzioni, eccetera. Chi il regolamento l’ha redatto è tenuto a farlo rispettare.  Il buon senso non è una norma, semmai è un’opzione dalla pratica complicata.  Con un’esagerata amplificazione di problemi reali ma non sempre così grandi, si invocano - e spesso di ottengono – interventi e coercizioni. Le regole – e non la cattiveria – finiscono col colpire i locali di più usuale raduno giovanile. Che sono pochi, e quindi esposti. Ma il disincentivo alle iniziative dei gestori più attirati dalla potenzialità di incasso che da un’anelito cultural-aggregativo non è ovviamente un programma di governo della città.

 

Governo che, infatti,  non perde occasione per ribadire che l’Università è un patrimonio inestimabile di Trento. Senza tuttavia chiarire mai fino in fondo se lo sono anche gli universitari. Cosicchè l’affermarsi progressivo di una città che tende al “silente”  è una realtà di fatto: sanzione dopo sanzione prevale il “chi me lo fa fare” di molti esercenti. Tanto che di recente ha alzato bandiera bianca qualche luogo culto dell’happy hour con uso di concerto.

 

Inutile girarci attorno. E’ impresa ardua trovare la quadra tra diritti opposti. Da una parte il diritto dei giovani, e non solo gli universitari, di vivere in modo scarsamente diplomatico la loro età. Dall’altra parte il diritto degli adulti, ma meglio sarebbe dire dei lavoratori, di vivere la loro serenità quasi sempre televisiva. In mezzo – il più delle volte ad aggravare piuttosto che dirimere le controversie - ci stanno le leggi: rumore, schiamazzi, decoro degli spazi, eccetera. 

 

Se una soluzione, una mediazione, riuscirà mai ad avere cittadinanza a Trento, non potrà essere affidata solo ad uno o all’altro dei due mondi. Due universi che non sono in diatriba: semplicemente sono agli antipodi anche e soprattutto nell’incomunicabilità. Lo si è capito guardando sotto la crosta di un curioso savoir faire dell’incontro di qualche giorno fa fra Comune e Consulta degli studenti. Incontro interlocutorio, il semplice avvio di un percorso di cui è difficile individuare gli esiti futuri. Incontro un poco strambo. Gli studenti sembravano studenti a lezione. Più domande che ragionamenti e proposte. Il Comune – (che ha coinvolto assessori, funzionari, vigili urbani, esercenti e consiglieri) – sperava in suggerimenti non generici. Non pervenuti. E chi ha assistito – senza parte in commedia – ha potuto solo intuire che se mai ci fosse la possibilità di una “movida” edulcorata, la via per raggiungerla è stretta, strettissima. Gli studenti – abituati all’appunto e quindi diligentemente pc- muniti, hanno preso tempo. Primum, conoscere le leggi in  ogni dettaglio. Sapere, insomma, chi ha la responsabilità di cosa. Per poi, ma solo poi, indicare eventualmente ipotesi. 

 

Se n’è andato così un sacco di tempo. Circumnavigando senza mai focalizzarlo il tema che forse è il tema di fondo. E il tema è la cultura. La cultura della città nei confronti della sua Università, (e soprattutto degli universitari). Ma anche la cultura degli universitari, (e degli studenti delle superiori) nei confronti di una città poco avezza all’inconsueto a meno che non si tratti dell’assalto danaroso alla pletora commerciale del Natale. Comune e la Consulta non sono schierati l’uno contro l’altra, e viceversa. La voglia di collaborare c’è – è importante – ma serve a poco se non subentreranno da una parte e dall’altra un po’ di coraggio e, perché no, un po’ più di fantasia. Una fantasia che deve essere financo terminologico. Gioca facile parlare di movida e scimmiottare altre storie. Storie metropolitane, storie di altri contesti urbani non paragonabili a Trento. La movida – l’incontro affollato, qualche volta alterato, fa rima con problema quando non riesce a darsi regole minime di convivenza. Ma in un centro città che fisicamente amplifica anche senza bisogno di amplificatori, la convivenza tra le esigenze agli antipodi di cui sopra, passa solo da una diversa concezione del raduno che dalla sera tira notte. Passa, insomma, da una creatività che forse può modificare in meglio, rendendole meno rituali, le sacrosante abitudini giovanili. Una modifica che, a sua volta, potrebbe pure suscitare curiosità, coinvolgimento, partecipazione. Mitigando  le reazioni.

 

Esiste, infatti, anche una creatività del tempo libero di cui dovrebbero farsi carico tanto i giovani quanto le istituzioni e le realtà commerciali. La discriminante, la possibile fuga da un attorcigliamento, ha due punti fermi: varietà e qualità delle proposte, dei cosiddetti “eventi”,  dentro e fuori i locali. Se tutto si riduce – come spesso accade -  ad un’offerta artistica e d’aggregazione di scarsa caratura, se gli “eventi” attira studenti sono il mascheramento nemmeno tanto riuscito della volontà di spilare più birra giocando sul prezzo stracciato, non  ci si può meravigliare di chi ignora l’orologio se c’è da urlare e non rispetto la dignità propria e della città se c’è da pisciare.

 

Dove è scritto che l’incontro ha “valore” solo se ferisce i timpani ma non interferisce con i brindisi? L’arte visiva, la prosa, la lettura, la performance multimediale e, nella musica di città, l’acustico o perfino il classico potrebbero diventare il traino di un’animazione più consapevole del contesto in cui si svolge. Si passerebbe, chissà, dall’obbligo di tutti nello stesso posto, (dove non c’è posto) a fare le stesse cose alla scelta di una più ampia e diversificata di una molteplicità di occasioni  in base a gusti, sensibilità, passioni, curiosità. La concentrazione fisica lascerebbe il posto alla concentrazione tematica. Si attuerebbe – si perdoni il bisticcio –  un decentramento degli appuntamenti con una  sana frammentazione dei frequentatori del centro. E forse molti problemi evaporerebbero. Ma per passare dalla quantità alla qualità – che non esclude né il cazzeggio né la serietà della vita studentesca – urge che ognuno ci metta del suo. I giovani nello sperimentare modalità di aggregazione meno banali dell’assalto all’Aperol o al brulè d’inverno. Gli esercenti nell’accettare di farsi un po’ più promotori di cultura e un po’ meno proponitori di stonatura in offerta speciale. Il Comune nel facilitare  e valorizzare chi si mostra disponibile ad imboccare  questa strada d’innovazione: individuazione di spazi, meno burocrazia, più elasticità, più adesione ai bisogni di calendario e di orario di una popolazione giovanile che non va a letto con le galline ma che, al contrario, si muove quando le galline vanno a letto. Utopia? Può essere. Ma è altrettanto utopico dirsi favorevoli ad una città  “anche” dei giovani senza provare a determinare senza titubanze le condizioni perché questo possa succedere. Il Comune ha l’occasione di sfidare i giovani al protagonismo di una creatività che riempiendo di idee e costanza i deserti di alcune zone cittadine diventerà automaticamente anche sicurezza. I giovani hanno l’obbligo di sfidare il Comune alla coerenza di una disponibilità vera nel momento in cui smetteranno di essere comparse arrabbiate per trasformarsi in attori protagonisti della vita cittadina.

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