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Iraq curdo, è plebiscito per l'indipendenza. L'analista del Ce.S.I: "Un popolo fiero e nazionalista, combattono da 100 anni per il proprio Stato"

La questione curda non è affatto banale per gli equilibri di quella regione e la sua popolazione interessa aree sparse tra Iraq, Iran, Turchia e Siria. Il 93% del Kurdistan iracheno si è espresso per lasciare Baghdad. Lorenzo Marinoni: "La politica irachena è debole e il leader curdo cerca consenso popolare"

Di Luca Andreazza - 08 ottobre 2017 - 18:51

TRENTO. Non c'è solo il referendum catalano a tenere banco nello scacchiere internazionale, in Medio Oriente ritorna infatti alla ribalta anche l'indipendentismo curdo: quasi il 93% dei cittadini in Iraq ha votato per la separazione da Baghdad.

 

"L'attuale situazione - spiega Lorenzo Marinone, analista del Ce.S.I e responsabile per Medio Oriente e Nord Africa - si origina al termine della Prima guerra mondiale. Storicamente il Kurdistan non è mai esistito come Stato unitario e la sua popolazione è stata divisa tra quattro nazioni". 

 

La questione curda non è affatto banale per gli equilibri di quella regione e la sua popolazione interessa aree sparse tra Iraq, Iran, Turchia e Siria. Tra le figure di spicco tanti ricorderanno quella di Abdullah Öcalan, politico, guerrigliero e rivoluzionario curdo con cittadinanza turca, ma soprattutto leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan, il famigerato Pkk.

 

Catturato in Kenya nel 1999, è stato condannato a morte per l'attività separatista armata, considerata come terrorismo da Turchia, Stati Uniti e Unione europea. La Turchia nel frattempo ha abolito la pena capitale e la condanna è stata commutata in ergastolo nel 2002.

 

In Iraq però il Kurdistan iracheno può vantare una forte autonomia già dai tempi della Guerra del Golfo: i curdi vengono duramente colpiti da Saddam Hussein che prima utilizza armi chimiche per sterminare la popolazione e quindi promuove l'insediamento arabo nella zona. Stati Uniti e Gran Bretagna intervengono militarmente e istituiscono inoltre la 'No fly zone' per salvaguardare l'area.

 

"I primi movimenti per l'autonomia o l'indipendenza del Kurdistan - evidenzia Marinone - iniziano circa 100 anni fa: la società curda infatti è permeata dal nazionalismo e il 'basso continuo' delle lotte riguardano in particolar modo le differenze di reddito, le classi sociali e le divergenze di trattamento da Paese a Paese. Non sono mancate in passato rivolte attraverso azioni violente e organizzazioni clandestine, negli ultimi anni però la questione si sposta principalmente sul piano politico".

 

E in questo contesto si inserisce il presidente della regione curda in Iraq, Masoud Barzani, promotore del referendum secessionista: "L'attuale presidente - dice l'analista del Ce.S.I. - è un importante esponente della famiglia Barzani, una dinastia di condottieri curdi, che combatterono in Iraq e Iran. E' l'erede di questa tradizione indipendentista: la chiamata alle urne sembra più uno spot elettorale per non perdere consenso popolare più che avviare un vero processo secessionista nell'area".

 

Nel panorama curdo sono infatti nati altri partiti che insidiano il potere di Barzani. "La società curda - analizza Marinone - affonda le proprie radici nei legami tribali e religiosi. Il consenso popolare si basa sulle reti clientelari, la corruzione e l'elargizione di denaro pubblico. I nuovi movimenti politici hanno scompigliato il quadro e quindi Barzani è costretto a forzare la mano: nel 2013 si è fatto riconfermare attraverso un'elezione parlamentare, nel 2015 ha tenuto il potere facendo leva sulla minaccia dell'Isis e dopo la caduta Mosul, roccaforte dello Stato Islamico, ha proposto il referendum per aumentare la sua popolarità e costringere gli altri partiti a seguirlo e restare in sella".

 

Ora il 93% dei cittadini si è espresso in favore del Kurdistan iracheno, quali possono essere le possibili conseguenze? "Gli Stati Uniti sono contrari, la Francia invece non si è espressa in modo chiaro, mentre la Russia attende il delinearsi delle forze in campo e non si pronuncia, anche se sta investendo molto nella regione curda: storicamente i rapporti tra Urss/Russia e curdi sono buoni. Nell'ultimo anno è stato firmato un accordo ufficiale da tre miliardi di dollari, ma fonti ufficiose parlano di quattro miliardi".

 

E l'area mediorientale? "L'area curda rappresenta un terzo del territorio iracheno e un'incognita è proprio Baghdad - commenta l'analista - in quanto politicamente fragile e in trasformazione. Le elezioni della prossima primavera sono sempre più vicine e i partiti sciiti si stanno frammentando. Il governo non sembra intenzionato a dialogare, ma probabilmente si tengono già delle consultazioni informali. A questo si aggiunge che per fronteggiare la minaccia dell'Isis si è ricorsi alla mobilitazione popolare: almeno 110 mila persone hanno imbracciato le armi per combattere lo Stato islamico. Queste milizie da un lato rappresentano un riscatto per il popolo iracheno e dall'altro un bacino enorme di consenso. Difficilmente queste milizie autonome interverranno militarmente, ma si prospetta una battaglia economica e una guerra di nervi".

 

In ballo l'oro nero. "L'unica risorsa dell'area - aggiunge Marinone - è il petrolio e qui entra in gioco anche la Turchia. Il governo turco guarda con preoccupazione al referendum e gonfia i muscoli per non risvegliare rivendicazioni indipendentiste della propria zona, ma hanno il collegamento per far transitare il petrolio e evitare così una crisi economica al Kurdistan iracheno che può esportare 9 miliardi di barili".

 

Più articolata invece la posizione di Damasco, la Siria è pronta ad aprire un dialogo sull'autonomia con i curdi siriani, ma ha escluso di poter accettare un referendum come quello tenuto dai curdi in Iraq. Inutile aggiungere che per il momento la gestione delle zone curde non è la prima nell'agenda di Bashar al-Assad, che prima deve fare i conti con la guerra civile interna.

 

"Anche l'Iran - conclude Marinone - condanna il referendum, ma resta alla finestra. In questo caso entra in gioco il dualismo con l'Iraq nella regione. I curdi hanno appoggiato l'Iran contro l'Iraq e viceversa. Dinamiche abbastanza usuali in quell'area mediorientale".

 

Insomma, la scena è complicata, la guerra più distante di quanto sembri e intanto i curdi possono alzare la testa e festeggiare l'esito del referendum. 

 

 

 

 

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