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Tra le tombe del genocidio, i fori di proiettile sulle case e una madre che aspetta di seppellire il figlio da vent'anni, l'esperienza trentina per ridare speranza a Srebrenica

Dalle infrastrutture ai volti delle persone, la guerra nei Balcani, la prima mediatica nel mondo contemporaneo, ha lasciato segni ovunque. L'oratorio di S. Antonio e l'associazione 'Per un mondo migliore' sono andati in Bosnia per ricordare il conflitto e scoprire le nuove generazioni come ripartono

Di Margherita Girardi - 16 luglio 2017 - 18:14

SREBRENICA (Bosnia). Nei Balcani la guerra è tanto recente, quanto dimenticata, oltre che un capitolo di storia contemporanea poco trattato. I segni di quello che è accaduto sono impressi ovunque.

(Il memoriale che riporta il numero delle vittime, accertate)

Le facciate delle case sono costellate dai fori di proiettile oppure si vede ancora il segno della granata esplosa nel cortile della scuola, ma i segni sono anche sui volti, dagli occhi lucidi di una madre che non ha ancora seppellito il figlio dopo vent’anni e spera di non morire prima di poterlo fare alla voce spezzata di una donna che decide di rimanere per non tradire due volte la memoria del padre ucciso, così come nelle parole piene di speranza di un ragazzo che trascinato dal vortice incessante degli eventi per tutta una vita, prende in mano i remi e spinge la sua barca dove gli detta il cuore. A Srebrenica.

(I segni di una granata esplosa)
Srebrenica non è un posto come un altro, non è solo un’altra città che ha visto la guerra, la morte, la miseria. L’11 luglio di ventidue anni fa veniva commesso un genocidio.

(I segni della guerra sulle case)

L’esercito serbo-bosniaco entrò in città e si portò via la vita di 8.372 persone. Questa cifra è provvisoria e comprende solo quelle persone denunciate per scomparsa. La città era stata dichiarata 'Zona protetta', ma questo massacro è avvenuto sotto gli occhi del battaglione olandese della base Onu a Potočari e della comunità internazionale.

 

Le vittime furono principalmente bambini, ragazzi e uomini bosniaci musulmani tra i 12 e i 65 anni. Un'azione per mettere in ginocchio la popolazione musulmana, eliminando così la manodopera maschile e impedendo la nascita di nuove generazioni.

 

Circa 6.000 persone sono state ritrovate, soprattutto in fosse comuni, e successivamente identificate. I loro resti riposano al memoriale di Potočari. Molte persone mancano all’appello, alcune tentarono la via dei boschi, 'la marcia della morte', 'la marcia della pace', come la chiamano ora.

 

Ho avuto la fortuna di visitare questa città, parlare con i suoi abitanti e conoscere la storia: arrivata alla fine di questo percorso sono come tormentata da questi ricordi. Credo sia necessario ricordare oggi ciò che l’11 luglio di questo mese è passato un po’ in sordina: la storia di tre etnie, che convivevano pacificamente, stroncata improvvisamente da una guerra che nessuno avrebbe potuto prevedere.

 

Il conflitto nei Balcani è stato definito da alcuni la prima guerra mediatica contemporanea. I miei genitori la ricordano: le notizie, quelle poche che arrivavano, si leggevano sul giornale. In questo clima, gli interessi di chi stava al potere generarono una campagna propagandistica di odio e ordinarono successive pulizie etniche.

 

L’etnia diventò improvvisamente un tratto che distingueva la vita dalla morte. Questo scatenò non solo la guerra, ma contribuì a creare l’immagine che molti hanno oggi dei Balcani: pericolosi e violenti, ma non è così.  Ho potuto vedere in prima persona quanto questi preconcetti siano lontani dal vero. Sono stata testimone del dolore di queste persone, che è sì, una ferita ancora aperta, ma non porta segni di vendetta, e vorrei essere portavoce del messaggio di speranza che loro incarnano.

 

Speranza. Questa è forse la parola chiave quando si entra in città. Se ne vedono timidi segni, ma richiamano l’attenzione. In mezzo alle rovine, alle case tenute in piedi solo dai pilastri, i tetti sfondati dalle granate, le finestre distrutte, speranza. 

 

Terra coltivata, case ricostruite, ragazzi che giocano a pallone, bar aperti, mercato, murales colorati, sorrisi. La gente inizia a ritornare, non è molta, ma ritorna. Iniziano a ripopolare una città che non merita l’appellativo di 'fantasma'. Sono 3.500 gli abitanti a Srebrenica oggi, contro i 6.000 di prima della guerra e i 40.000 durante l’assedio, quando ospitava i profughi dei paesi vicini.

 

La tensione rimane, ma si cerca di andare oltre i confini etnici che sono stati imposti dall’alto. C’è Senad, ad esempio, musulmano scappato per un pelo al massacro che assieme a Radenko, di etnia serba, ha fondato una piccola cooperativa agricola che produce lamponi.

 

C’è Irvin che, assieme a Bernis, Bekir e altri ragazzi, ha ideato un progetto ambizioso, la 'Casa della natura', dove i turisti possono pernottare e seguirli in escursioni sul territorio dove poter ammirare gli straordinari paesaggi bosniaci, conoscere la storia della loro terra e godere dell’ospitalità della gente.

 

Željka e Vesna, insieme ad altri genitori si battono invece con coraggio e tenacia per i diritti dei bambini con disabilità del loro centro, 'Leptir', sfidando la politica locale e tenendo testa alle difficoltà che incontrano quotidianamente. E poi Hajra, presidente dell’associazione delle donne di Srebrenica, insieme ad altre donne ha sporto denuncia contro la Repubblica Serba di Bosnia per quanto successo in città, vincendo la causa e ottenendo il denaro con cui hanno finanziato il memoriale di Potočari. E ancora Begija, vice direttrice di una delle poche scuole che permette a musulmani e serbi di seguire le lezioni assieme.

 

Grazie al supporto del Comune di Trento, noi, un gruppo dell’Oratorio S.Antonio e dell’associazione 'Per un mondo migliore', abbiamo potuto lasciare un segno tangibile di speranza in questa città.

 

Abbiamo completato il progetto di murales già iniziato negli anni scorsi, quindi abbiamo dipinto i muri della scuola di Potočari e l’esterno dello stadio alle porte della città per cinquanta metri. Abbiamo inoltre consegnato materiale didattico, dispositivi elettronici e aiuti umanitari, senza dimenticare la visita al centro 'Mjedenica' di Sarajevo. Abbiamo visto la passione e la dedizione con cui il direttore, Selmir, si occupa di ragazzi con disabilità e li accompagna nel loro percorso di vita.

(Il gruppo all'opera)
Queste testimonianze mi hanno lasciato senza fiato. Secondo i progetti dei carnefici queste persone e questa città non dovrebbero nemmeno esistere più. Invece loro sono lì, a testimoniare che nonostante il terribile colpo subito, si stanno rimettendo in piedi. La loro forza è da prendere a esempio, un inno alla vita. Soprattutto il coraggio delle donne bosniache. La mancanza di due generazioni di uomini si avverte nelle case ancora da ricostruire, nella fatica delle famiglie per tirare avanti, nei ricordi dei figli, ma la tenacia di queste donne che hanno dovuto prendersi carico di tutto è quasi palpabile, una luce particolare nei loro occhi velati di lacrime.

(Il gruppo fuori dallo stadio)

Andarsene non è facile, ci si ente un po’ responsabili del destino futuro di questa città. Mi porto a casa una grande nostalgia e un enorme e profondissimo senso di stima e orgoglio per queste persone. Le ringrazio per avermi dato la possibilità di vedere le cose con un’altra prospettiva, senza filtri.

 

Non credo sia possibile avere ancora pregiudizi, dopo esperienze del genere. Al contrario, si prova curiosità per tutto ciò che non si conosce. Ho una grande voglia di ritornare a dare una mano e credo che il minimo che si possa fare per queste persone sia non dimenticarle. Non dimentichiamoci di Srebrenica, non dimentichiamoci della Bosnia ed Erzegovina.

(Srebrenica oggi)

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