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Ambiente

Ascoltare il canto degli uccelli nei boschi montani è un'esperienza di cui far tesoro: tra aprile e maggio il culmine, ma è necessario inoltrarsi in punta di piedi

Addentrarsi in un bosco montano da marzo inoltrato è un cambio di prospettiva acustica, l’inizio di un viaggio sonoro che raggiungerà poi il culmine tra aprile e maggio. Il canto degli uccelli, formidabile mezzo di comunicazione sia tra individui della stessa specie che tra specie diverse, diventa per l'orecchio umano un'esperienza da assaporare e un insegnamento di cui far tesoro: approcciarsi all'ambiente naturale in punta di piedi per scoprire una dimensione nuova

Di Chiara Bettega | 08 aprile | 18:00
Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Molti di voi ricorderanno una canzone ascoltata da bambini, che celebrava l’arrivo della primavera portata dal canto del cuculo. Cucù, cucù, l’aprile non c’è più è ritornato maggio al canto del cucù faceva il ritornello. E’ una canzone tradizionale originaria del Canton Ticino, molto diffusa anche nel nostro Paese e che probabilmente ha condizionato, più o meno direttamente, la nostra percezione dell’arrivo della stagione della rinascita.

 

Tuttavia, quando il cuculo inizia a cantare nei nostri boschi di montagna, dopo le migliaia di chilometri di volo dai suoi rifugi invernali africani, in realtà in quegli stessi boschi il concerto è iniziato già da un pezzo. Se il bosco d’inverno è fatto di piccoli suoni, chiacchiericci acuti e silenzi ovattati, addentrarsi in un bosco montano da marzo inoltrato è un cambio di prospettiva acustica, l’inizio di un viaggio sonoro che raggiungerà poi il culmine tra aprile e maggio.

 

Provate a farlo alle prime ore dell’alba: un’eufonia di suoni vi investirà. Dal gorgheggio liquido che sembra una catenella d’acqua del pettirosso, alle note frettolose della cincia dal ciuffo, che pare dover dire a tutti che è in ritardo; il luì piccolo intona ad libitum le prime tre note di "Frà martino campanaro" do-re-mi do-re-mi, mentre i trilli acuti e fortissimi del piccolo scricciolo sembrano suonati da un flauto irlandese. Il merlo pare invece un flauto traverso, che ogni tanto si confonde con le strofe del tordo bottaccio, il grande imitatore, che nel suo canto riassume i canti delle specie che convivono con lui; così bravo che a volte può trarvi in inganno. In questa orchestra mattutina (peraltro non completa, mancano molti altri “strumenti” all’appello) non possono mancare le percussioni, sapientemente suonate dai picchi che tamburellano sui tronchi. Improvvisamente un suono acuto, mediamente lungo e lamentoso si distingue fra tutti: il picchio nero (detto anche l’ingegnere del bosco, perché costruisce nidi che, una volta dismessi, vengono occupati da una miriade di altre specie), che quando poi se ne vola via lo fa accompagnandosi con un intermittente e inconfondibile cri-cri-cri.

 

Capite allora che il cuculo è in realtà l’orchestrale che arriva in ritardo e come ruba il posto nei nidi degli altri, depositando le sue uova e facendole covare all’ignaro proprietario, così ha inconsapevolmente rubato l’esclusiva di “primo violino” della primavera al resto dell’orchestra. Ma non vogliamone al cuculo, che non ha colpe né per il suo comportamento riproduttivo né per il ruolo che gli è stato attribuito da noi umani.

 

Torniamo invece alla varietà dei canti degli uccelli dei nostri boschi. Se cominciate a farci caso, nelle vostre passeggiate forestali di primavera, vi accorgerete di quanta vita risieda tra quegli alberi. Un bosco ricco di specie diverse di uccelli è un bosco che sta bene (e fa bene), perché attorno ad esse ruota un’intera comunità di specie animali e vegetali. Allo stesso modo potrete capire quando un bosco soffre, perché non ci sarà un’orchestra ad accogliervi all’alba, ma qualche sparuto musicista solitario.

 

Quando Beethoven fu interrogato sui suoi metodi compositivi, la sua risposta fu: “Non posso rispondere con certezza: essi arrivano senza che li interpelli, spontaneamente o no; potrei afferrarli con le mie mani nell’aria, nei boschi mentre cammino”. Diversi dei suoi componimenti furono in effetti ispirati dal canto di determinate specie di uccelli di bosco, e non fu certamente il solo. Il canto degli uccelli è sempre stato una fonte di ispirazione per l’uomo. Perfino Lucrezio, nel suo De rerum natura, dichiarava che “prima assai che potesse foggiar col suono politi canti e dar gioia agli orecchi, l’uomo imitò con la voce il gorgheggiare degli uccelli limpido”.

Attraverso la musica l'essere umano comunica emozioni. In maniera simile, gli uccelli attraverso il canto comunicano ai loro conspecifici (individui della stessa specie) una serie di informazioni: dalla qualità individuale durante il corteggiamento, alla difesa del territorio fino alla presenza di pericoli. Non solo: le ricercatrici italiane Federica Rossetto e Paola Laiolo, di base all'Istituto misto di ricerca in biodiversità di Mieres (Spagna), hanno recentemente scoperto che i cori, in particolare quelli mattutini, che potremmo considerare una vera e propria forma di canto "polifonico" del mondo alato, possono avere anche la funzione di avvertire individui di specie diverse sulla presenza di un ambiente libero da predatori e quindi propizio l'attività canora. Insomma, una sorta di solidarietà tra specie.

 

Pare però che quello che attira noi umani del canto degli uccelli non abbia in realtà lo stesso effetto su di loro, che sembrerebbero invece molto più attirati da precisi dettagli acustici all’interno delle loro strofe. Dettagli che per noi sono invece impercettibili, ma che racchiudono tutte le informazioni necessarie a comprendersi, proprio come il nostro linguaggio. Nonostante ciò, dal punto di vista sonoro abbiamo molto più in comune con gli uccelli che con i mammiferi in generale o addirittura con i nostri diretti parenti primati. Infatti, l’abilità di imparare suoni uditi e di riprodurli come fanno gli umani con le parole e gli uccelli con i canti (apprendimento vocale) è piuttosto rara nel regno animale. Inoltre, l’apprendimento vocale negli uccelli canori e negli umani è controllato da meccanismi molecolari e connessioni neurali simili

 

Che sia questa insolita “convergenza evolutiva” o semplicemente la varietà e musicalità dei canti degli uccelli ad aver affascinato l’uomo da sempre, poco importa. Quello che conta è la lezione che dovremmo imparare, che vale per qualsiasi manifestazione del mondo biologico: un’esortazione ad entrare in punta di piedi nell’ambiente che ci circonda e scoprire una dimensione diversa, in cui il nostro silenzio di umani si fa amplificatore dei suoni naturali.

 

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