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Attualità

Il ghiacciaio arretra e sul Presena si comincia a pensare a spostare le piste da sci?

Si pensa a spostare le piste da sci sul Presena? L'arretramento del ghiacciaio impone delle riflessioni. I teli geotessili rallentano la fusione: ma nonostante questa protezione, e nonostante ogni inverno sul ghiacciaio si depositino 350.000 metri cubi di neve, si registra, una perdita annuale di 600.000 metri cubi di massa glaciale. Ecco la storia di questa pratica, dalle sperimentazioni alle mostre artistiche per parlare di crisi climatica

Di Luca Andreazza | 15 maggio | 13:59
Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Si pensa a spostare le piste da sci sul Presena? L'offerta nell'Alta Valcamonica potrebbe cambiare nei prossimi anni per far fronte agli impatti della crisi climatica.

 

Nell'ultima assemblea dei soci, la società impianti turistici di Ponte di Legno, guidata da Mario Bezzi, ha tracciato un bilancio della stagione (positivo) ma anche di scenari futuri con un investimento da quasi 200 milioni tra la modifica del demanio con Cima Sorti e il collegamento con la parte trentina, l'ampliamento degli impianti nella zona di Passo Paradiso e Cantiere. 

 

"C'è un problema che si inserisce nella crisi climatica e c'è una riflessione", le parole a L'AltraMontagna di Davide Panizza, presidente della società Carosello. "Ma ogni discorso è ancora prematuro perché non c'è un itinerario e un piano che possa portare a una soluzione".

 

L'arretramento del ghiacciaio impone delle riflessioni perché, questione che ormai appare solo di tempo, la parte alta da Capanna Presena fino alla nuova cabinovia (in sostituzione della vecchia seggiovia e dello skilift dell'Angelo) non permetterà più di scendere sul tracciato. 

 

La fusione rende inevitabilmente più complessa (e costosa) la preparazione delle piste e, per questo, si iniziano a valutare altre soluzioni. Concretamente c'è poco ma il tema sci sul ghiacciaio del Presena è sul tavolo. Una storia che è iniziata a cambiare agli inizi del 2000 quando sono affiorate le prime rocce a metà del ghiacciaio e la paura che si possa "dividere" a metà.

 

E' in quell'occasione che la società Carosello, proprietaria degli impianti di risalita del Ghiacciaio Presena e parte del Consorzio Pontedilegno-Tonale, propone una soluzione: l'impiego di teli geotessili per proteggere il ghiaccio durante i mesi caldi. Il progetto, realizzato con il supporto scientifico dei Comitato Glaciologico Italiano e Trentino e dell’Università di Milano, viene in parte finanziato dalla Provincia di Trento.

 

Così dal 2008 si cerca di preservare la superficie con i teli geotessili, particolari tessuti in grado di ridurre del 50% la fusione estiva di neve e ghiaccio, mentre la porzione risulta essersi abbassata di ben 11 metri dove non sono stati applicati. I risultati ci sono, ma non è la soluzione del problema, c'è un rallentamento del fenomeno per costi annuali per la società Carosello a 350 mila euro (acquisto e stesura dei teli, manutenzione, corrente, manodopera e così via).

 

Nonostante questa protezione, e nonostante ogni inverno sul ghiacciaio si depositino 350.000 metri cubi di neve, si registra, infatti, una perdita annuale di 600.000 metri cubi di massa glaciale.

 

Una soluzione, quella dei teli geotessili, che è diventata anche una mostra e un'installazione artistica all'Universität der Kunst di Berlino, portata anche alla Biennale di architettura di Venezia. Un'esposizione inserita nel progetto "The Invisible Mountain" di Giovanni Betti

 

La salute, precaria, del ghiacciaio viene monitorata. Nel 2021 il Muse ha svolto un’analisi per determinare l’evoluzione del Presena con una modellazione di superfici, volumi e spessori del ghiacciaio. Studio che si è basato sulle variazioni glaciali trascorse e con il confronto della fusione che avviene in aree scoperte e in quelle coperte dai teli.

 

Un'analisi che ha poi determinato il futuro del ghiacciaio in base a diversi scenari di emissione di gas serra. Attraverso un monitoraggio estivo si è però visto che i teli sono in grado di dimezzare le perdite che avvengono in condizioni naturali, confermando la loro utilità nel ridurre la fusione estiva.

La conservazione della neve e del ghiaccio offerta dai teli durante l’estate si è dimostrata vantaggiosa per contrastare una dinamica glaciale che, in un’ottica di evoluzione naturale (senza teli), porterebbe il ghiacciaio allo zero volumetrico entro il 2070-2075 (nel peggiore scenario di emissione di gas serra).

 

Se da un punto di vista tecnico i teli sembrano senz’altro funzionare, riducendo in modo significativo la fusione estiva, dall’altro non si possono ignorare i notevoli impatti che queste pratiche hanno da tanti punti di vista. E non si parla solo dell’impatto economico, che rende questi interventi sensati solo se il ghiacciaio in questione offre un ritorno economico, come nel caso di una pista da sci.

 

Bisogna considerare anche gli impatti ambientali, legati alla diffusione di materia plastica nell’ecosistema glaciale e a valle, all’uso dei combustibili per manovrare i teli e al largo impiego di un materiale plastico che ogni pochi anni deve essere sostituito senza al momento poter essere riciclato. 

Intervenire per rallentare un effetto del cambiamento climatico andando a peggiorare le cause primarie di tale cambiamento, è qualcosa che deve far riflettere sull’opportunità di svolgere simili interventi in ambienti così fragili e compromessi. A riprova di ciò non possiamo non ricordare la lettera firmata nel 222 da 40 tra ricercatori e ricercatrici proprio per evidenziare le molte criticità causate dalla copertura dei ghiacciai.

 

Il modello è chiaro. Fino al 2030 c'è una stazionarietà dello spessore di ghiacciaio sotto ogni scenario di emissione e capace di riempire la depressione presente poco a monte della stazione intermedia posta a 2.720 metri. Ma lo sci terminerà prima della fusione completa del ghiacciaio in quanto l’arretramento della massa glaciale comporta inevitabilmente un cambiamento morfologico.

 

Se non verranno applicate rigide norme globali per la protezione del clima, però, la depressione inizierà a notarsi nella seconda metà del presente secolo per emergere completamente entro il 2080. Ciò comporterà una contropendenza che prima renderà difficile e poi impossibile lo sci sul ghiacciaio. 

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