Contenuto sponsorizzato
Cultura | 22 febbraio 2026 | 06:00

Perché in questi giorni Cortina è tappezzata di bandiere azzurre-bianco-verdi? "Un giornalista giapponese pensava che questo fosse uno stato a sé stante". La questione ladina alle Olimpiadi

"Nessuno ci ha contattato, nemmeno una parola dalla Fondazione Milano-Cortina. Sarebbero bastate dieci o venti righe per dire che qui vive il popolo più antico delle Dolomiti, che parla una sua lingua, che ha le sue tradizioni. E invece nulla". Allora è nata l'idea delle bandiere, nella speranza che qualcuno si chiedesse cosa simboleggiano

Festival AltraMontagna

Camminando per le strade di Cortina d'Ampezzo, in queste giornate olimpiche, è facile scorgere bandiere tricolori e orizzontali: una fascia celeste, una bianca e una verde. Veleggiano un po’ ovunque: sulle finestre delle case, sulle facciate degli hotel, in qualche vetrina. Sono oltre cinquecento, ci è stato detto, e hanno un valore simbolico importantissimo per la comunità che in esse si rispecchia: i Ladini. I Giochi olimpici, con il loro potenziale mediatico, si sono rivelati un’eccezionale occasione per raccontare una traiettoria culturale troppo spesso confinata sottotraccia, con le sue peculiarità, ma anche con le recenti problematiche, provocate anche da un frazionamento transregionale che poco ha giovato alla struttura comunitaria.

Storicamente, la Ladinia ha riunito le valli intorno al gruppo montuoso del Sella: Val Badia e Val Gardena, oggi in provincia di Bolzano; Val di Fassa, provincia di Trento, e Fodom, Colle Santa Lucia e Cortina d’Ampezzo, in provincia di Belluno. Fino alla fine della Prima Guerra Mondiale, tutte queste valli erano unite sotto l’Impero Austroungarico.

 

In origine, la lingua ladina era parlata in gran parte dell'arco alpino occidentale. È stato solo in tempi relativamente recenti che è stata progressivamente schiacciato dal tedesco a Nord, e poi dall'italiano a sud. Oggi, la parlano circa 30mila persone nella Ladinia Dolomitica.

 

Con il Regio Decreto del 1923, il fascismo, in linea col principio "divide et impera", ha diviso le minoranze linguistiche per indebolirle e favorire l’italianizzazione. Da quel momento, la comunità ladina fu separata nelle tre province attuali: una separazione che ha avuto conseguenze profonde fino a oggi e ha portato al referendum costituzionale del 2007.

 

Negli ultimi cinquant’anni la popolazione di Cortina è diminuita del 27 percento e quella di Colle Santa Lucia del 33, contro una media nazionale del meno 7 percento. Al contrario, i comuni ladini in provincia di Bolzano hanno registrato una forte crescita, fino a più 42 percento nel comune di Badia.

 

Si tratta di territori confinanti, con la stessa storia, paesaggio ed economia turistica, la differenza principale è il sistema di autonomia e di tutela delle minoranze della provincia di Bolzano. Questi elementi hanno ricadute che vanno dalle politiche abitative, con case riservate a residenti e sottratte dalla speculazione turistica, all’insegnamento del ladino a scuola, fino a quote di rappresentanza nell’amministrazione.

Ce ne parla Elena Huber, ampezzana, attiva nel campo dei tour operator nonché volontaria dell’Union Ladis de Anpezo. "Mio papà è della Val Badia, quindi riesco a vedere nettamente le differenze. Non è che non vada avanti la globalizzazione lì, anzi; ma c'è più apertura per le minoranze: i bambini, imparando il ladino a scuola, riescono a integrarsi parlando con altri bambini. È così che una minoranza resta in vita, altrimenti va incontro all’estinzione".

 

È proprio in virtù di queste istanze, che nell’ottobre del 2007 fu indetto un referendum costituzionale. I Comuni di Cortina d’Ampezzo, Livinallongo del Col di Lana e Colle Santa Lucia furono chiamati a scegliere se abbandonare la Regione Veneto per aggregarsi al Trentino-Alto Adige. Per l’occasione più della metà degli aventi diritto si recarono alle urne e quasi l’80% dei votanti scelse per la regione autonoma. Da allora, il risultato non è andato avanti, e giace in Parlamento, ma è stato un forte segnale nei confronti del Veneto e dell’Italia delle rivendicazioni ladine.

 

"Se un giorno penseremo a una famiglia (il mio ragazzo è della Val Gardena) - continua l’ampezzana - sicuramente vorremo che i nostri figli andassero alla scuola ladina. Ma non è solo questo, in provincia di Bolzano le persone di lingua ladina hanno diritto a un interprete nei tribunali e a posti nei lavori pubblici riservati. È tutto molto diverso".

 

Di recente, nel pieno dei preparativi per il grande evento a cinque cerchi, queste rivendicazioni sono tornate a farsi sentire, esacerbate dalla mancata considerazione della comunità nell’organizzazione dei Giochi olimpici. A Cortina c'è quindi stato un dilagare di bandiere tricolore. No, non il tricolore italiano. Quello ladino: azzurro (che simboleggia il cielo), bianco (la neve) e verde (i prati e i boschi).

Tutt’oggi, come dicevamo, chiunque si trovasse nella città ampezzana sede delle gare, tra i led degli sport olimpici e le bandiere di Cortina ’56 a "tappo di bottiglia", non potrà fare a meno di notare questo insolito vessillo appeso sui tantissimi balconi della città.

La comunità Ladina d’Ampezzo è composta dalle antiche famiglie originarie di Cortina, circa 800 famiglie e 2.500 parlanti la lingua. Il Comune di Cortina conta poco più di 5.000 abitanti, molti dei quali però si sono trasferiti in seguito, in genere per lavorare, soprattutto per la fama che la località ha acquisito con l’Olimpiade del 1956.

 

Vengono quindi considerate famiglie di ceppo ladino quelle che vivevano nella valle nei primi del Novecento, la cui presenza si fa risalire all'anno Mille: parliamo all'incirca della metà dell’attuale popolazione ampezzana, che si riconosce in una bandiera, in una lingua e in una tradizione del tutto peculiari.

 

"Pensavamo di distribuire una cinquantina di bandiere, invece è stata come una bomba". A raccontarlo è Elsa Zardini, presidente dell’Union Ladis de Anpezo, l’associazione culturale nata cinquantuno anni fa per difendere e valorizzare le tradizioni originarie di Cortina d'Ampezzo. "Tutte le famiglie si sono precipitate, ne abbiamo date fuori più di cinquecento".

 

"A quel punto è nata anche molta curiosità, tanto che un giornalista giapponese, intervistandomi, mi ha detto che quando è arrivato a Cortina pensava fosse uno stato a sé stante all'interno dell'Italia, perché di bandiere italiane ne vedeva poche, ma vedeva queste bandiere azzurre, bianche e verdi".

A monte di questa grande partecipazione, non c’è però il comune amore per lo sport e la ventata di entusiasmo che portano eventi come le Olimpiadi, ma semmai il senso di mancato coinvolgimento, da parte della Fondazione Milano-Cortina, della comunità ladina. "Nessuno ci ha contattato - continua la Zardini - nemmeno una parola dalla Fondazione. Sarebbero bastate dieci o venti righe per dire che qui vive il popolo più antico delle Dolomiti, che parla una sua lingua, che ha le sue tradizioni. E invece nulla".

 

Allora - avranno pensato i ladini - visto che il mondo intero verrà a trovarci a casa nostra, visto che quella a cinque cerchi non si può utilizzare, perché non mettiamo fuori la nostra bandiera? Diamo il benvenuto agli atleti e a chi verrà a vedere le gare con i nostri colori. Ecco che forse qualcuno si chiederà che cosa significa questa bandiera, chi c’è dietro.

 

Dietro, in effetti, c’è una minoranza tutelata dallo Stato italiano. Vi è una legge per i diritti delle minoranze che riconosce questa comunità, i cui usi, costumi e la cui lingua (riconosciuta come lingua, non un dialetto) rappresentano per l’Italia un valore aggiunto.

 

A quanto pare, le bandiere hanno avuto l’effetto sperato, e gli occhi del mondo hanno posato il loro sguardo sulla piccola comunità alpina. La presidente dell’Unione Ladini, infatti, dice di aver rilasciato oltre cento interviste, delle quali solo due (la nostra compresa) a media italiani, per il resto gli interrogativi arrivavano da tutto il mondo: dal Giappone all'Olanda, moltissimi dalla Germania, Svizzera, gli inglesi della Bbc.

"A quel punto la Fondazione secondo me ha fatto una bella figuraccia. Noi, dal canto nostro, siamo soddisfatti: Cortina non è solo sport - anch’esso importantissimo - ma qui c'è una cultura che tramandiamo da mille anni e che va valorizzata".

 

Rispetto a cent’anni fa, quando la comunità viveva di pratiche agrosilvopastorali, anche la comunità ladina ha dovuto adattarsi a un mondo caratterizzato da trasformazioni repentine. Oggi la maggior parte dei ladini ampezzani lavora nel settore del turismo, proprio come Elena Huber. Ciò che non è cambiato, però, è il senso di appartenenza che unisce la comunità. Tenerlo vivo però - ci spiega Elena - non è affatto scontato. Per questo è nata l’Union de i Ladis de Anpezo e, sempre per questo, la comunità si sforza a favorire occasioni di coesione sociale come il teatro in ladino, i corsi di lingua ampezzana, il giornale La Usc di Ladins. Per non parlare della Festa delle Bande dove, con le partecipazioni delle associazioni locali, si tiene una sfilata del corpo musicale in abiti tradizionali ampezzani, che si chiude con la canzone "Anpèzo, el nosc paes".

Nonostante le reclamazioni e un po’ di amaro in bocca, l’accoglienza ladina non è venuta meno in periodo olimpico: "Gli atleti e i tifosi che vengono non c'entrano niente, e quindi noi abbiamo voluto accoglierli nel migliore dei modi. Non c’è dubbio che questi giorni sia stato bellissimo per noi vedere gli atleti di tutto il mondo gioire per le loro medaglie, è stato bello condividere il clima di festa con tifosi che parlavano mille lingue diverse. Ma quando si spegneranno le luci di Olimpiadi e Paralimpiadi - conclude la presidente di UldA - mi chiedo cosa succederà. Il timore è che noi resteremo qui a leccarci le ferite".

la rubrica
Circhi olimpici

Le Olimpiadi invernali Milano-Cortina raccontate da L'Altramontagna

Contenuto sponsorizzato