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Cultura | 23 ottobre 2025 | 18:00

Perché posare sassi grandi come pagnotte sui tetti degli edifici montani? Un accorgimento architettonico che aiuta a orientarsi nella complessità del territorio

Le pietre vengono disposte sulle coperture in scandole. Una serie di assi orizzontali ne impedisce il rotolamento. Scopriamo la loro funzione

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

L’usanza di posare sui tetti delle abitazioni pietre grandi come pagnotte mi ha incuriosito durante una recente visita alla Val d’Ultimo, solco alpino incastonato tra i rilievi altoatesini.

 

In Val d’Ultimo è difficile che lo sguardo non sia attratto dalle coperture degli edifici, tanto simili ma al contempo differenziate da un’infinità di variabili. Ogni struttura acquista così un profilo originale.

 

Queste preziose diversità sono in larga parte dovute al legno: a prevalere sono infatti i tetti in scandole, assicelle rettangolari e allungate in prevalenza di larice (anche se in altre località possono essere ricavate da specie arboree diverse), utilizzate come alternativa alle tegole in laterizio.

 

Una forma di emanazione del bosco tra i centri abitati. I larici che chiudono a monte i pascoli si riflettono sulle case di fondovalle o sui masi a mezza costa, esibendo le numerose tonalità in cui il legno sfuma con il passare del tempo: dal giallo-ambrato della gioventù al grigio-argento della vecchiaia. La testa dei paesi e dei masi più isolati - in Val d’Ultimo disposti a coppie - sembra quindi rivestita di squame fibrose, che cambiano gradazioni di colore a seconda dell’età.

 

È proprio sulle scandole che vengono disposte le pietre. Una serie di assi orizzontali, anch’esse in legno, ne impedisce il rotolamento. Tale accorgimento architettonico, chiamato Schwerdach, è applicato sui tetti meno ripidi, dove non viene fatto utilizzo di chiodi per fissare le scandole all’intelaiatura. La posa libera delle assicelle richiede dunque un appesantimento affinché la stabilità aumenti.


Anche in questo caso gli elementi naturali si sposano alle necessità antropiche dando vita a un’elegante osmosi paesaggistica: le pietre richiamano quelle che emergono dai terreni incisi dalla corsa impetuosa dei torrenti.

 

A volte i dettagli aiutano a leggere con più consapevolezza il rapporto tra comunità e territorio. In tal senso, il geografo Eugenio Turri, nel suo libro Il paesaggio come teatro, parlava di iconemi:

 

“Nel suo operare la percezione coglie prioritariamente certe immagini, le fissa, le memorizza, ne fa delle immagini portanti dell’intera visione. Queste immagini di cui si compone il paesaggio sono gli iconemi”.

 

Gli iconemi sono dunque i tratti distintivi di un paesaggio: veri e propri punti di riferimento per individui e comunità; bussole di fondamentale importanza per riuscire a orientarsi nella complessità del territorio. In una società sempre più impersonale, asettica e caotica, questi elementi rappresentano un prezioso supporto: siano essi sassi mossi dalla foga dei torrenti o pietre coricate sul tetto di un maso.

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