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Cultura | 18 ottobre 2026 | 12:00

Entra in una formazione partigiana, ma rifiuta di portare armi: è con la penna che dà il suo contributo. A quindici anni dalla scomparsa di Andrea Zanzotto

Il 18 ottobre 2011 ci lasciava Andrea Zanzotto: partigiano, insegnante e poeta fra i maggiori del nostro secondo Novecento, che ha fatto del paesaggio la fonte principale della sua poesia

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

È stato l'ultimo dei tre grandi autori veneti del secondo Novecento ad andarsene: dopo Luigi Meneghello, nel 2007, e Mario Rigoni Stern, l'anno successivo, Andrea Zanzotto ci lasciava quindici anni fa, il 18 ottobre 2011, a Conegliano, non distante dalla Pieve di Soligo in cui era nato novant'anni prima e che aveva celebrato fin dalla sua prima raccolta poetica, Dietro il paesaggio, pubblicata nel 1951.

 

Quella terra, quel paesaggio, si imprimono in Zanzotto fin dall'infanzia, con una sensibilità per le immagini che ha nel padre Giovanni, insegnante e decoratore, una figura centrale. Perseguitato dal fascismo per le sue idee socialiste, il padre di Zanzotto, e con lui la famiglia, vivono anni difficili sotto il regime, specie dopo il 1929, quando Giovanni osteggia pubblicamente il plebiscito.

 

Andrea si forma dunque in un ambiente famigliare ostile al regime, e questo ha il suo peso quando, dopo l'8 settembre 1943, tornato fortunosamente a casa da Ascoli Piceno, dove si trova per il servizio militare, compie la sua scelta di adesione alla Resistenza. Nell'inverno successivo entra in una formazione partigiana di Giustizia e Libertà ma rifiuta di portare armi: è con la penna che dà il proprio contributo, impiegato nella stampa clandestina e nella propaganda antifascista.


Zanzotto nel 1975

Si può dire che Zanzotto è poeta da sempre, fin da quando, bambino, si incantava ad ascoltare poesie e filastrocche, attirato dalla musicalità della parola e dai suoi meccanismi. In Autoritratto, pubblicato nel 1977, scrive: "Ricordo […] la profondità di certi stati d'animo […], stati di fertilissimo stupore nei confronti di quella che è la natura, il paesaggio, il vivente, tutto ciò che mi circondava. […] Sentivo che promanava, quasi, da una foglia, da un albero, da un fiore, da un paesaggio, da un volto umano, da una presenza qualsiasi e più tardi anche da un libro, una corrente di energia, un sentimento di corrispondenza da me attesa".

 

Il paesaggio, arcadico alle origini e in seguito devastato dall'industria, diviene la componente fondamentale della sua ricerca poetica; come notato da Giovanna Ioli, "paesaggio non come fondale o pretesto descrittivo, […] ma come sincretismo, fusione di luoghi e lingue, guardato nelle sue innumerevoli mutazioni". Un paesaggio-persona che si relaziona con i suoi abitanti e coi cambiamenti che questi impongono alla natura nel procedere dei tempi nuovi.


Scorcio di paesaggio veneto - foto dell'autore

E se già nella raccolta Vocativo, del 1957, Zanzotto aveva colto il mutamento in atto nel secondo dopoguerra, in quella "buona gente senza più dialetto / senza pallide grandini / di ieri, senza luce di vendemmie", nelle raccolte successive, come nelle prose, si affaccia sempre più forte l'indignazione per lo scempio perpetrato nei confronti della natura: "Monti mirabili, quali perdite / in voi celate, quali depredamenti / abissali?". Così in una poesia del 1993.

 

Poeta complesso tanto nei contenuti quanto nella forma, densi di echi, di rimandi, di stratificazioni, di ibridazioni, Zanzotto fissa sulla carta la profonda trasformazione che, a partire dagli anni Sessanta, la società industriale porta con la violenza di una catastrofe e che spazza via la vita e le memorie stratificate nel paesaggio. In Così siamo, contenuta in IX Ecloghe, del 1962, scrive: "E c'era il romorio d'un'acqua sporca / prossima, e d'una sporca fabbrica: / stupende nel silenzio".

 

Ma è nei decenni successivi che la catastrofe si fa compiuta, definitiva e irreversibile, cataclisma insieme ambientale, linguistico e antropologico. In Adria-aids, del 1995, la denuncia del disastro ambientale nel mare Adriatico prende la forma di una cupa invettiva: "Deliqui del grigio      grigi-mucillagine / affastellati e pure come nel sonno digrignanti / Deliri del grigio che tutto presume / eppure senza voce va sotto, sotto se stesso, / deliri del grigio-deliquio, fitti differimenti, stenti".

 

La battaglia ecologista che Zanzotto porta avanti nelle raccolte della tarda età, così come negli interventi pubblici o negli articoli, ha spesso il sapore amaro della sconfitta, la sua voce quella di chi dispera ormai di trovare ascolto, specie fra chi ha le responsabilità politiche del naufragio.

 

 

Leggiamo già in uno scritto del 1967, oggi contenuto nella splendida raccolta di prose Luoghi e paesaggi: "Si sa quali sono i problemi che travagliano ora l'alto Veneto e […] il Feltrino: paesi che si vanno spopolando […], ritardo nello sviluppo industriale e nella programmazione a tutti i livelli, mentre esplodono altrove energie economiche e tecnologiche incontrollate, in una nevrosi che mette radici e ramifica nel vuoto ideologico e morale tipico delle epoche di transizione. […] Intanto resta quasi dovunque sfregiato il volto antico delle città e le campagne vengono infiltrate da una specie di sfilacciato tessuto urbano, proliferante di costruzioni amorfe".

 

Si arriva così agli anni Duemila. Conglomerati, del 2009, ultima raccolta poetica pubblicata in vita, si apre con un omaggio-epitaffio per Ligonàs, una località di campagna vicina a Pieve di Soligo: "E così il purulento, il cancerese, il cannibalese / s'increspa in onda, sormonta / tutto ciò che con ogni amore e afrore di paese / doveva difenderti". Tutto è distrutto, inquinato, lordato: paesaggio e coscienze, "in una cosca sera / che tutto copre in pece di demenza".

 

 

Convinto, come dichiarava negli ultimi interventi, che la "malattia del clima è, anche, malattia della pianta umana", il poeta fissa nel 2007 le caratteristiche della contemporaneità e del suo infernale processo in un distico tristemente eloquente: "In questo progresso scorsoio / non so se vengo ingoiato / o se ingoio".

 

Cosa direbbe oggi Zanzotto? Ma soprattutto cosa resta del suo impegno, a quindici anni dalla scomparsa? Cosa rimane in un mondo spintosi ancora più in là delle più fosche immagini dei suoi versi? Potremmo dire che resta la sua voce, la sua poesia, quella poesia che "è ferita. Ma è anche farmaco, cura" e che può aiutare a non smarrirsi chi oggi ancora lotta.

 

"Un senso di calma io raggiungo, piano, impegnandomi nella battaglia per la salvaguardia della Terra, per la salvaguardia del territorio" dichiarava il poeta in una delle ultime interviste. Una "spes contra spem" la definiva. E aggiungeva: "La speranza è che si arrivi a un tollerarsi reciproco".

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