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Orsi, asini e mucche. Perché gli animali attaccano l'uomo? "Non sono peluche. Bisogna imparare a conoscerli. Ripartiamo dalle scuole"

Dopo le ripetute aggressioni di animali a persone avvenute in questi ultimi giorni, sorge spontaneo chiedersi il perché di avvenimenti del genere ed interrogarsi sul modo in cui gli esseri umani si comportano con gli altri esseri viventi. Ne abbiamo parlato con Andrea Osti, insegnante e titolare di una fattoria didattica in Bondone. "Gli animali vanno conosciuti e compresi. Non sono giocattoli"

Di Davide Leveghi - 25 giugno 2020 - 06:01

TRENTO. In un periodo dove non sono mancati gli episodi spiacevoli coinvolgenti uomini e animali, tra la vacca che ha caricato un uomo in Lessinia, l'asina che ha morso il volto di un 76enne a Paneveggio e l'aggressione di un orso ai danni di un padre ed un figlio lungo un sentiero del Monte Peller, riflettere sul rapporto con la natura appare questione di centrale importanza. Quanto questi eventi, infatti, possono essere stati determinati da scarsi considerazione e rispetto degli esseri umani verso gli animali?

 

Rendere consce le persone della soggettività degli animali non è opera né scontata né semplice. Non tutti, infatti, sono abituati ad avere contatti con altri esseri viventi che vivono in contesti agricoli o montani, finendo per trarre le proprie conoscenze solamente da ciò che vedono in televisione o su internet. In particolare, anche se gli episodi suddetti non li hanno visti protagonisti, i soggetti più sensibili e su cui vale la pena investire sono i bambini. L'educazione al rispetto degli animali e della natura va difatti di pari passo con quella alla convivenza con gli altri.

 

A lavorare in questa direzione, d'altronde, ci sono svariati soggetti, che specie nelle scuole intervengono e accompagnano i più piccoli lungo percorsi di avvicinamento e conoscenza della natura e degli esseri che la popolano. Tra questi, le fattorie didattiche permettono non solo di educare all'alterità ma anche di calarsi in realtà dove si impara il rispetto e la comprensione degli animali e dei loro comportamenti.

 

“Le fattorie didattiche hanno proprio lo scopo di far conoscere e rispettare gli altri esseri viventi – spiega il proprietario della fattoria Camponzin Andrea Osti – nei piccoli infatti bisogna formare a non considerare gli animali come dei peluche o dei giocattoli, cosa che spesso avviene anche con gli adulti. Ciò porta a situazioni in cui ci sorprendiamo se gli animali reagiscono, e talvolta reagiscono male. Le loro risposte non sono che la conseguenza della poca reputazione che si dà loro”.

 

Maestro elementare da ormai 15 anni, Osti “guida” la fattoria didattica da 6, facendo entrare nel “suo regno”, popolato da svariate specie, famiglie, scolaresche e colonie estive. Il tutto per avvicinare i visitatori agli animali, imparandone a conoscere comportamenti e abitudini, immergendosi nella natura. “Insegniamo la cura e il mantenimento degli animali – prosegue – insegniamo a dare la giusta considerazione della vita altra, mostrando come questa non possa e debba essere considerata come se fosse un cartone animato. Gli animali non sono né peluche né giocattoli, hanno un proprio temperamento e un proprio linguaggio”.

 

Questo in particolare è ciò che dico ogniqualvolta devo introdurre qualcuno alla fattoria. Gli animali vanno capiti, hanno le loro giornate storte, lanciano dei messaggi e bisogna saperli cogliere, dando loro credito e ascoltandoli. Tutti comunichiamo e lo fanno anche loro, facendoci capire se magari in quel momento dobbiamo star loro alla larga. Ciò che serve, pertanto, è l'educazione all'alterità. Il primo approccio, invece, è avere qualche nozione”.

 

Non è dunque un discorso che vale solo per i grandi carnivori, su cui negli ultimi anni non sono certo mancate le occasioni di discussione, ma anche nei confronti di animali ben più comuni che capita di trovare nei pascoli alpini, in campagna o nei sentieri di montagna. Rispetto a questi, appunto, le fattorie didattiche offrono percorsi capaci di dare una prima infarinatura pratica e teorica per imparare a conoscerli e rispettarli.

 

“Quando mi portano i bambini delle elementari – racconta Osti – lo scopo diviene quello di formare allo sviluppo di sensibilità e di educare all'affettività. È un lavoro che si fa a prescindere in questa fase della crescita e che vale anche nei confronti del rapporto con gli animali. Si insegna a 'leggere' le emozioni che gli animali esprimono con gli occhi, il muso, le zampe, il pelo. Si accompagnano i bambini in questo percorso, nelle scuole come nelle colonie estive, per le famiglie come per i bambini con disagi ed i disabili. Noi siamo aperti a tutti. Il 'verde' ti cura”.

 

"La reazione più bella è quella della meraviglia. I bambini si rapportano a qualcosa che fa parte della vita e si stupiscono in questo processo d'apprendimento. Inoltre, sporcandosi, toccando gli animali, sentendoli, si divertono e sono felici. E questa è la soddisfazione più grande. A volte se ne escono con delle domande curiose, chiedendo se esista un albero della marmellata, sul perché i polli abbiano le penne o se dalle uova dei supermercati possano uscire i pulcini. Ma a chiedere queste cose non sono solo i bambini. Manca propria la conoscenza della filiera".

 

Le soddisfazioni, d'altronde, non mancano. “Ci hanno portato un bambino due settimane fa che non era in grado di avvicinarsi ai cani. Era terrorizzato. Piano piano siamo riusciti ad avvicinarlo e ora, per lo stupore della mamma, lo prende per il guinzaglio. Bisogna dare tempo alle cose, perché con il tempo di cresce e si matura”.

 

Nonostante ciò, ancora molto rimane da fare. "Uno dei pochi vantaggi del Covid è stata la riscoperta della natura, il ritorno alle attività all'aperto - conclude - in tempi non sospetti le scolaresche venivano per giornate particolari. Ma con il Coronavirus la natura è entrata in classe. I tentativi di renderla una cosa più strutturale non sono mancati, ma spesso la burocrazia oppone resistenza. Si continua a preferire lo studio della natura dai banchi di scuola".

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