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Pesticidi nel 70% della frutta italiana. Dati peggiori per uva, pere e pesche. Legambiente: "L'agricoltura va liberata dal chimico"

In linea con il trend degli anni passati, la frutta si conferma la categoria dove si concentra la percentuale maggiore di residui di pesticidi, osservando come nel 70,2% dei casi siano presenti tracce di almeno una sostanza attiva. In questa categoria, gli alimenti che presentano una maggior presenza di fitofarmaci sono l’uva (89,2%), le pere, le pesche, le fragole e le mele (75,9%)

Di L.B. - 17 dicembre 2020 - 12:51

TRENTO. Nel piatto, oltre a quello che all'apparenza stiamo per mangiare, troviamo anche tanti, troppi pesticidi. Specialmente nella frutta. E' questo quanto emerge dal dossier Stop Pesticidi 2020 (eccolo qui), elaborato da Legambiente e presentato oggi, 17 dicembre.

 

Secondo il dossier, quasi la metà dei circa 6 mila campioni analizzati (tra frutta, verdura, trasformati e altre matrici) contiene residui di pesticidi. In particolare, ad aggiudicarsi la maglia nera è stata la frutta (proprio come negli anni passati), dove in oltre il 70% sono stati ritrovati residui chimici.

 

Un risultato non positivo e che lascia spazio a molti timori in merito alla presenza di prodotti fitosanitari negli alimenti e nell’ambiente. 

 

Nello specifico, è stato trovato almeno un residuo di pesticidi nell’89,2 % dell’uva da tavola, nell’85,9% delle pere e nell’83,5% delle pesche, nel 78,7% delle fragole e nel 75,9% delle mele. Tra i campioni esteri, è stata analizzata un tipo di bacca di goji con ben 10 residui e tè verde con 7 residui provenienti dalla Cina.

Diverso il quadro per la verdura: se, da una parte, si registra un incoraggiante 64,1% di campioni senza alcun residuo, dall'altro fanno preoccupare le significative percentuali di irregolarità in alcuni prodotti come i peperoni in cui si registra l'8,1% di irregolarità, il 6,3% negli ortaggi da fusto e oltre il 4% nei legumi

 

Ad accomunare la gran parte delle irregolarità è il superamento dei limiti massimi di residuo consentiti per i pesticidi (54,4%) ma non mancano casi in cui è stato rintracciato l'utilizzo di sostanze non consentite per la coltura (17,6%). Nel 19,1% dei casi, poi, sono presenti entrambe le circostanze.

Tra gli alimenti trasformati, invece, il vino e i prodotti a base di cereali integrali sono quelli con maggior percentuali di residui permessi, contando rispettivamente circa il 57,3% e il 55,7%.

Del resto i consumatori stanno chiedendo prodotti sempre più sani e sostenibili ma il business dell’agricoltura intensiva sembra non voler cedere il passo.

 

“Serve una drastica diminuzione dell’utilizzo delle molecole di sintesi in ambito agricolo, grazie a un’azione responsabile di cui essere tutti protagonisti - ha dichiarato Angelo Gentili, responsabile agricoltura di Legambiente -. Per capire l’urgenza di questa transizione, si pensi alla questione del glifosato, l’erbicida consentito fino al 2022, nonostante il 48% degli Stati membri dell’Ue abbia deciso di limitarne o bandirne l’impiego per la sua pericolosità; l’Italia inizi dalla sua messa al bando. Inoltre, per diminuire la chimica che ci arriva nel piatto è necessario adeguare la normativa sull’uso dei neonicotinoidi, seguendo l’esempio della Francia che da anni ha messo al bando i 5 composti consentiti dall’Ue, e approvare al più presto il nuovo Piano di Azione Nazionale sull’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari”.

 

“Occorre liberare l’agricoltura dalla dipendenza dalla chimica - ha aggiunto il presidente di Legambiente Stefano Ciafani - per diminuire i carichi emissivi e favorire un nuovo modello, che sposi pienamente la sostenibilità ecologica come asse portante dell’economia made in Italy, diventando un settore strategico per il contrasto della crisi climatica. Riteniamo anche necessaria una svolta radicale delle politiche agricole dell’Unione, con una revisione della Politica Agricola Comune che superi la logica dei finanziamenti a pioggia e per ettaro per trasformarsi in sostegno all’agroecologia e a chi pratica agricoltura sostenibile e biologica".

 

"Le risorse europee, comprese quelle del piano nazionale di ripresa e resilienza, vanno indirizzate all’agroecologia, in modo da accelerare la transizione verso una concreta diminuzione della dipendenza dalle molecole pericolose di sintesi, promuovendo la sostenibilità nell’agricoltura integrata e in quella biologica come apripista del modello agricolo nazionale, con l’obiettivo di giungere in Italia al 40 % di superficie coltivata a biologico entro il 2030”.

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