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Tra resti della Grande Guerra e incredibili scoperte preistoriche. Per gli archeologi il ritiro dei ghiacci è un’opportunità

Il dramma del ritiro dei ghiacciai sull'arco alpino rappresenta un'opportunità per chi, come gli archeologi, può scovare tra i ghiacci i resti di civiltà antiche. Le nostre montagne, d'altronde, nascondono non pochi tesori sotto le coltri sempre più fine di neve

Di Davide Leveghi - 29 ottobre 2020 - 16:11

TRENTO. Si dice che dove qualcuno vede un problema, ci sia un’altra persona che individua un’opportunità. Il caso dello scioglimento dei ghiacciai alpini, se da una parte viene indicato dai glaciologi e dagli scienziati di tutto il mondo come una drammatica dimostrazione del riscaldamento globale, le cui conseguenze potrebbero pesare non poco sugli equilibri dei territori interessati, per gli archeologi rappresenta una possibilità senza pari.

 

Sulle montagne trentine, d’altronde, lo scioglimento dei ghiacci apre a continui ritrovamenti di salme e oggetti della “guerra verticale” o “guerra bianca”, cioè degli scontri che nella Grande Guerra videro impegnate in prove fisiche, militari e ingegneristiche incredibili gli eserciti contendenti. Tra casupole di legno abbarbicate tra le crode ghiacciate e i resti rimasti coperti dalle coltre nevosa di militari in divisa asburgica o italiana, il ritiro delle lingue di ghiaccio “restituisce” non poche sorprese (anche piuttosto macabre, se vogliamo, per gli alpinisti che vi si imbattono).

 

Da ultimi si possono ricordare i resti di un soldato austroungarico rinvenuto ancora nella propria divisa sull’Adamello, mentre due settimane prima ciò che rimaneva di un altro militare della Grande Guerra venne trovato raccolto in un tricolore sul Cornicciolo della Presena. D’altronde, il ritiro dei ghiacci non rappresenta certo l’unico disastro naturale con cui si sono potuti rinvenire resti di soldati della Grande Guerra. La tempesta Vaia, ad esempio, permise nell’agosto del 2019 di riportare alla luce una fossa comune nel Comune di Seren del Grappa, semplicemente smuovendo la terra e trasformando la morfologia del terreno.

 

Ma la scomparsa dei ghiacci, su tutto l’arco alpino, può svelare qualcosa di molto più antico. Sempre alla fine dell’agosto 2020, in valle Aurina, a 3200 metri di altitudine, l’alpinista Hermann Oberlechner si imbatteva in una carcassa di animale poi risultato essere un camoscio di più di 400 anni. “La pelle aveva l’aspetto del cuoio – aveva dichiarato l’escursionista – completamente senza pelo. Non avevo mai visto una cosa simile”.

 

I ghiacciai sudtirolesi, d’altronde, non sono nuovi a questo tipo di ritrovamenti, se consideriamo la scoperta il 19 settembre 1991 da parte di una coppia di Norimberga de “l’uomo del Similaun”, noto ai più con il soprannome di Ötzi. Cacciatore di più di 5000 anni fa, fu oggetto dapprima di una disputa internazionale (nulla di nuovo) tra Italia ed Austria, con il coinvolgimento anche del celebre alpinista Reinhold Messner, e poi di una fama cresciuta nel tempo, tra film, ricerche più o meno utili, fake news e perfino tatuaggi sugli arti di qualche divo di Hollywood.

 

Tutto l’arco alpino, nondimeno, presenta questo tipo di “sorprese”. L’inarrestabile e drammatico ritiro dei ghiacci sta portando nella vicina Svizzera a non poche affascinanti scoperte. In un ghiacciaio del Canton Uri un team di archeologi ha scoperto all’altitudine di quasi 3000 metri una “miniera” utilizzata dagli uomini preistorici per estrarre dei minerali utili a produrre manufatti.

 

Il ritrovamento di oggetti in fibra appena scongelati dal ritiro del ghiacciaio hanno permesso di risalire a quasi 6000 anni fa. “Questi ritrovamenti devono essere fatti il prima possibile, per evitare che i manufatti, conservati per secoli o perfino millenni dai ghiacci, si deteriorino”, dicono gli archeologi. A quanto pare, purtroppo, non sono gli unici che hanno le ore contate.

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