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IL VIDEO. Fanghi tossici con metalli pesanti e idrocarburi usati come fertilizzante: “5.000 camion carichi di inquinanti”

Un business criminale che ha fruttato alle sette società coinvolte oltre 12 milioni di euro: sono circa 150.000 le tonnellate di fanghi contaminati da metalli pesanti, idrocarburi e altre sostanze inquinanti, spacciate per fertilizzanti che sono stati distribuiti in 12 province del Nord Italia

Di T.G. - 24 maggio 2021 - 11:06

BRESCIA. Oltre 12 milioni di euro di profitti illeciti, 150.000 tonnellate di fanghi contaminati da metalli pesanti, idrocarburi e altre sostanze inquinanti (l’equivalente di circa 5.000 autoarticolati), spacciati per fertilizzanti e smaltiti su circa 3.000 ettari di terreni agricoli nelle regioni Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna: sono questi i numeri dell’imponente traffico illecito di rifiuti, realizzato tra il gennaio del 2018 e l’agosto del 2019, su cui si sono concentrate le articolate indagini dei carabinieri forestali di Brescia coordinati dal Sostituto Procuratore della Repubblica Mauro Leo Tenaglia.

 

Al centro di tutto una società bresciana operante nel settore del recupero di rifiuti, dotata di tre stabilimenti industriali nei comuni di Calcinato, Calvisano e Quinzano d’Oglio, sottoposti a sequestro dai forestali.

 

Secondo l’accusa, l’azienda bresciana, a fronte di lauti corrispettivi, ritirava i fanghi prodotti da numerosi impianti pubblici e privati di depurazione delle acque reflue urbane e industriali, da trattare mediante un procedimento che ne garantisse l’igienizzazione e la trasformazione in sostanze fertilizzanti. Invece, per massimizzare i propri profitti, la ditta ometteva di sottoporre i fanghi contaminati al trattamento previsto e anzi vi aggiungeva ulteriori inquinanti come l’acido solforico derivante dal recupero di batterie esauste.

 

Infine, per disfarsi di tali rifiuti e poter continuare il proprio ciclo produttivo fraudolento, li classificava come “gessi di defecazione” e li smaltiva su terreni destinati a coltivazioni agricole situati nelle provincie di Brescia, Mantova, Cremona, Milano, Pavia, Lodi, Como, Varese, Verona, Novara, Vercelli e Piacenza. Sempre secondo quanto ricostruito dai forestali la ditta bresciana avrebbe trovato l’appoggio (dietro compenso) di altre sei aziende di lavorazioni rurali conto terzi (cinque bresciane ed una cremonese).

 

 

Il meccanismo tramite il quale il sodalizio criminale riusciva a smaltire a basso costo i rifiuti, è emerso anche grazie alle complesse attività di intercettazione telefonica e ambientale. Il metodo era ingegnoso: i proprietari dei fondi venivano convinti ad accettare lo spandimento dei “gessi di defecazione” sui propri terreni con l’offerta a titolo gratuito di tali finti ammendanti, compresa la successiva aratura dei campi di cui si faceva carico la società di recupero dei rifiuti. Gli agricoltori quindi erano allettati non tanto dalle supposte proprietà fertilizzanti del prodotto quanto piuttosto dal risparmio sulle spese di lavorazione dei propri terreni.

 

Un business criminale che ha fruttato alle sette società coinvolte oltre 12 milioni di euro di profitti illeciti: per recuperare tali somme, i militari stanno procedendo in queste ore a sequestrare decine fra conti correnti e altri rapporti bancari (oltre a fabbricati, terreni, autovetture e mezzi agricoli) intestati alle 15 persone indagate. Fra queste ci sono anche due soggetti recidivi, già condannati dal Tribunale di Milano per analogo reato.

 

Il traffico di rifiuti non è però l’unico illecito emerso dalle indagini: vi è anche il reato di molestie olfattive, denunciato anche dalle centinaia di esposti e segnalazioni presentati nel tempo da Comitati e da cittadini costretti ormai da anni a vivere barricati in casa con porte e finestre chiuse a causa dei miasmi ammorbanti prodotti durante il trasporto e lo spandimento dei fanghi, con pesanti ripercussioni sia sulla salute che sulla qualità della vita della popolazione.

 

È stato contestato inoltre il reato di discarica abusiva, in riferimento a tre lotti di terreno ubicati nel comune di Lonato del Garda, appositamente affittati dalla società e sistematicamente destinati all’accumulo dei finti “gessi di defecazione” quando non erano disponibili terreni su cui effettuare il loro spandimento come “ammendanti agricoli”.

 

Infine vi è il delitto di traffico di influenze illecite contestato a un importante dirigente pubblico che, sfruttando le proprie relazioni con politici e funzionari apicali della pubblica amministrazione, si prodigava per favorire la condotta criminale dell’azienda bresciana oggi sequestrata, ottenendo in cambio incarichi di consulenza e altre regalie da parte del titolare di quest’ultima.

 

Il quadro emerso dalle indagini appare ancor più allarmante se si considera che l’omesso trattamento di igienizzazione dei fanghi e il loro successivo spandimento sui terreni ha potenzialmente esposto a un pericolo, oltre che l’ambiente, anche la salute pubblica: sin dall’inizio della pandemia dovuta al Covid-19, infatti, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha evidenziato come il virus possa sopravvivere fino a 96 ore nei fluidi corporei e pertanto ha raccomandato che si intensificassero le attività di vigilanza sulla corretta esecuzione dei procedimenti di inertizzazione dei fanghi provenienti dagli impianti di depurazione, che invece in questo caso venivano completamente disattesi.

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