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Il Muse lancia l'allarme, i primati sono a rischio estinzione

Trentuno esperti internazionali, compreso Claudia Barelli e Francesco Rovero del Museo delle scienze, lanciano un appello per fronteggiare la crisi di estinzione dei primati. I ricercatori del Muse: "La perdita della biodiversità è colpa dello sfruttamento non sostenibile delle risorse naturali da parte dell'uomo"

Red colobus (foto Raffaele Merler)
Pubblicato il - 20 gennaio 2017 - 18:52

TRENTO. Trentuno esperti di fama internazionale, compreso Claudia Barelli e Francesco Rovero del Muse, hanno firmato un nuovo articolo sulla rivista Science Advances, che invita urgentemente a un'azione di tutela delle popolazioni mondiali di primati, in forte diminuzione.

 

I dati infatti sarebbero sempre più allarmanti e riferiscono che il 60% delle oltre 500 specie di primati conosciute oggi nel mondo sono a rischio estinzione e che il 75% presenta inoltre un numero di popolazioni in forte riduzione. In questo studio gli autori si appellano a funzionari governativi, ricercatori, organizzazioni internazionali, Ong, imprese e alla cittadinanza per mobilitare e sensibilizzare l'opinione pubblica riguardo alla situazione dei primati in tutto il mondo, ponendo l'accento sui costi della loro perdita per la salute dell'ecosistema, la cultura umana e la sopravvivenza stessa dell'uomo. 

 

 

I primati non umani (lemuri, lorisidi, galagoni, tarsi, piccole e grandi scimmie, ndr) sono i nostri parenti più stretti e quelli a noi più vicini geneticamente. Per questa ragione sono in grado di offrire spunti fondamentali per interpretare la nostra evoluzione, biologia, comportamento, ma anche il rischio sempre più consistente dell’aumento di nuove patologie in ambito sanitario.

 

I primati sono, inoltre, una componente importantissima per la tutela della diversità biologica tropicale. Contribuiscono in primo luogo alla rigenerazione forestale, così come alla salute degli ecosistemi. Rivestono inoltre un ruolo importante in ambito sociale, basti pensare che trovano collocazione nella cultura e nella religione di molte etnie, così come fanno parte del loro sostentamento alimentare.

 

La perdita di biodiversità – afferma Claudia Barelli, primatologa e ricercatrice del Muse - è preoccupante a vari livelli. In primo luogo per la riduzione drastica del numero di individui. In secondo luogo, per lo stato di salute degli stessi, che risulta in parte compromesso, a causa dello sfruttamento non sostenibile delle risorse naturali da parte dell’uomo, che ha ripercussioni sulla loro dieta e quindi incide sul loro stato fisico. Pertanto, le popolazioni di primati che vivono in habitat degradati - come ad esempio alcune delle foreste nei Monti Udzungwa in Tanzania dove il Muse lavora da più di 10 anni - mettono a rischio la loro salute e quella di altri esseri viventi".

 

Questa situazione è il risultato dell’intenso impatto antropico e dello svolgimento di attività non sostenibili per l’ambiente e chi lo popola. Esempi lampanti sono la perdita di foresta primaria, che avviene in risposta alle richieste del mercato globale, l’espansione delle agricolture industriali, degli allevamenti intensivi di bestiame, del taglio degli alberi, delle trivellazioni petrolifere, delle estrazioni, delle costruzioni di dighe e reti di nuove strade per l’estrazione delle risorse. Tutto ciò avviene proprio nei paesi dove vive la stragrande maggioranza delle popolazioni di primati.

 

La crescita repentina di questa pressione anticipa solo scenari ben peggiori di quelli riscontrati fino ad ora, prevedendo un numero sempre maggiore di estinzioni nei prossimi 50 anni, a meno che non si adottino immediatamente misure di contenimento a livello globale, che sono ciò che i firmatari dello studio auspicano e che vanno dal miglioramento delle condizioni di salute degli abitanti delle zone coinvolte, all’accesso al sistema educativo, allo sviluppo di iniziative sostenibili dell’uso del suolo, con un’attenzione particolare alla tutela del sostentamento tradizionale.

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