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La piazza spiazza in The Square, finalmente al cinema Astra

Commedia nera o dramma esistenziale, l’ultima produzione del regista svedese Ruben Ostlund ha comunque fatto centro
DAL BLOG
Di Alda Baglioni - 18 novembre 2017

Insegna arte al Bonporti con chaplin nel cuore

Commedia nera o dramma esistenziale, l’ultima produzione del regista svedese Ruben Ostlund ha comunque fatto centro. Palma d’oro al 70° Cannes 2017, dopo quattro lungometraggi Ostlund - con nonchalance - ci mostra una società globalizzata in cui è facile riconoscersi.

 

Christian, un quarantenne rampante, disinvolto, elegante, educato, è il curatore di un museo d’arte Moderna e Contemporanea a Stoccolma. Christian viene intervistato, ha una bella macchina, è affascinante. Ma come in “Forza maggiore” film dello stesso regista, premiato pure nel 2014, (noi lo abbiamo visto al TrentoFilmFestival) gli eventi mettono in gioco i sentimenti dei protagonisti.

 

Esce la parte brutale dell’uomo, che  travolge come una valanga. In “The Square” Christian viene derubato : cellulare e portafoglio.  La valanga inizia a travolgere il protagonista, il convincente attore Claes Bang.  Ci si chiede quanto una persona  davanti ad eventi spiacevoli riesca ad essere se stesso.

 

Il film è frutto di un’idea di questo regista indipendente, attento conoscitore dell’arte contemporanea. Egli crea con l’amico Kalle Boman, nel 2014 a Varnamo una piazza, spazio quadrato perfetto per affermare i propri diritti.

 

L’installazione diviene il leit motiv del film, una sorta di gioco sadico fra ricchezza e povertà. “The Square”, un quadrato bianco che dovrebbe essere uno spazio incontaminato, per condividere diritti e doveri, viene messo in rete, per  pubblicizzare l’installazione.

 

Le due piccole figlie, i genitori sono separati, con la madre che non comparirà mai, assistono mute al susseguirsi degli eventi che anch’esse subiscono.

 

Situazioni surreali, luoghi anonimi, strade di Stoccolma con mendicanti e homeless che dormono in mezzo alla plastica. La Svezia in mostra, un capitolo decisamente controcorrente.

 

Girato solo in bianco museo, tra situazioni grottesche, le inaugurazioni, il catering dove le persone come cavallette affamate si fiondano sui tavoli. Immondizia che diviene trash, in cui Christian si immerge per trovare il numero di telefono che potrebbe risolvere rimorsi e azioni sconsiderate: ha allontanato violentemente un povero bambino che chiedeva giustizia, per aver ricevuto da lui una lettera in cui si diceva - erroneamente - che  aveva rubato.

 

Affermare i propri diritti davanti a gente sorda e cieca è un’utopia? La piazza poi diviene luogo di conflitti in cui l’opinione pubblica rifiuta la campagna pubblicitaria proposta su facebook. Christian dovrà fare le sue scuse e dimettersi.

 

Crollano le certezze, anche con Anna la giornalista con cui ha avuto una relazione. Non si può vivere in un’oasi felice per nascondersi dai problemi del mondo, non si può negare la contraddizione dell’esistenza dei quartieri ghetto.

 

L’arte poi è solo un business lontano anni luce dal piacere estetico.  La libertà di espressione ha dei limiti? Chi si salva da questa società malata?

 

Un uomo affetto dalla sindrome di Tourette che provoca dicendo parolacce durante il vernissage oppure Oleg, l’uomo scimpanzè? La povertà d’animo, l’indifferenza della società contemporanea affiora in questo film surreale e grottesco, un pò lungo, ma tante erano le cose che Ostlund voleva dirci.

 

Coinvolgente la fotografia e la colonna sonora. Finalmente a Trento, all’Astra.

 

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