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Bianco, linea rossa e domanda. Sarà il muro del coraggio

Scelto tra trenta progetti nati dalla collaborazione tra gli studenti del Da Vinci e del Vittoria il lavoro che cambierà il volto degradato di via Madruzzo. Una proposta "minimal" che nella sua semplicità ha un grande impatto ma soprattutto ha una forte potenzialità. La risposta alla frase "Chi sei?" potrebbe stimolare un "chi siamo" collettivo e intergenerazionale trasformando il muro in un'Agorà di pensieri "appesi o proiettati". Rischioso ma affascinante.
Dal blog di Carmine Ragozzino - 20 gennaio 2018 - 08:13

 Poteva essere un’opera fatta e finita ispirata al decorativismo, Sarà un’opera minimal, ma non astratta. Fatta e infinita. O meglio, volutamente indefinita. Poteva essere un’opera da chiusura di percorso. Sarà il contrario: aprirà la strada – la indicherà – a più di una prospettiva: confronto, forse provocazione e forse – si spera – dibattito. E riflessioni: singole e collettive.

 

 Sarà un’opera che non interpreta. Semmai è da interpretare. Un’opera che “chiede”. Che pone una domanda. Epperò è la domanda delle domande: “Chi sei?”. Interrogativo al singolare che si può declinare al plurale: “Chi siamo?”.

 

  L’opera si chiama “La linea rossa”. Porta la firma di Asja Pedrolli, classe quinta del liceo delle arti di Trento. Asja è una maturanda prossima del Vittoria. Ha elaborato un’idea già matura per il concorso “Lunghi un muro”. E’ il concorso-esperienza che per un anno ha visto collaborare gli studenti del Liceo Da Vinci e quelli del Vittoria. Studenti accomunati dalla volontà di recuperare – (per se stessi, per la scuola e soprattutto per la città) - un immenso muro scrostato,  degradato, deturpato non tanto dai graffiti quanto dalla loro impersonalità.

 

 E’ il muro – decine e decine di metri - che “segna” una buona metà di via Madruzzo. E’ il muro dietro il quale c’è un bel liceo scientifico. Bello architettonicamente ma ancor più bello per via dei suoi “abitanti”: giovani, con tutte le loro speranze e tutte le loro disillusioni.

  “Lunghi un muro” è stato un singolare itinerario tra didattica e consapevolezza. Entrambe, finalmente, coinvolgenti. La didattica  ha invitato gli studenti a prendere conoscenza e coscienza di un  luogo e della sua storia: dai Tre Portoni al neo quartiere della Albere, al Muse.

 

 La città vecchia e la città nuova. Il passato ed il futuro. La consapevolezza? Indagare un pezzo di città significa certo rispolverare date, eventi e situazioni urbanistiche e umane ma vuol dire, anche e più di tutto, immaginare come e quanto la città si rapporta a chi la vive. E viceversa.

 

  Sulla base di un intenso incontro tra gli studenti delle due scuole, alcuni docenti e alcuni esperti,  sono nati una trentina e più di progetti. Belli? Brutti? Così così? Non conta nulla: conta la possibilità di esprimersi e di esprimere. E ci si può esprimere – si possono dare messaggi – anche immaginando come trasformare un muro – un banale muro – in qualcosa di finalmente diverso dall’inconsistente sfogatoio di macchie, frizzi, lazzi, disegni senza capo ne coda. Una confusione nella quale anche qualche raro esempio di buona mano artistica si smarrisce nell’indistinto degli spruzzi.

 

  Gli studenti del Vittoria – artisti in erba ma di un’erba che sanno trattare con cura e passione - hanno materializzato il lavoro comune con i “colleghi” del Da Vinci. Ne è uscito un “album” di variegate capacità e di altrettanto variegate visioni. Che saranno messe in mostra.

 

  Chi sul muro voleva dipingere la storia e i simboli di Trento. Chi  sul muro voleva indicare la necessità ecologica di una città, un’anima mai abbastanza verde. Chi il muro lo avrebbe invece animato come un cartone: pieno di personaggi fantasiosi. Chi ne avrebbe fatto un grande “trompe oeil” con gli squarci tridimensionali che lasciano sfogliare un libro in cui ieri ed oggi  si incrociano. Chi, ancora, il muro lo avrebbe “usato”: ne avrebbe ricavato lo spazio per installare panchine e pensiline per il filò degli studenti, pre e post lezione.

 

 Insomma, i trenta progetti che hanno mobilitato la creatività di decine e decine di studenti non difettano di sensibilità. Ed è normale che chi è stato chiamato a giudicare e infine a scegliere non abbia avuto gioco facile. Tanto è che le tre commissioni previste dal concorso, (una degli studenti del Da Vinci, una della Circoscrizione e quella “tecnica” di esperti) hanno selezionato quattro idee parecchio lontane l’una dall’altra. Ma tutte ricche di stimoli. Di sostanza.

 

 Ma in ogni concorso alla fine ci deve essere un risultato. Il risultato che farà rinascere il muro di Via Madruzzo va salutato come un atto di coraggio. Come un’inedita e intrigante occasione.

 

 Tra non molto il muro di via Madruzzo sarà ripulito. Entro l'anno sarà realizzata la lunga linea rossa  inventata da Asja. Una linea che sale e scende per tutta la lunghezza del muro. Una linea che interrompe la sua assoluta continuità esplodendo nei tratti, (tecnicamente felici), di due mezzibusti, un uomo e una donna. Uniti tra loro.

 Essenzialità, ecco il marchio dell’opera.

 

 Ma è un’essenzialità che amplifica – così lo spiega l’autrice – il bisogno di abbattere le rigidità, (quelle fisiche ma soprattutto quelle mentali) di una città. Le rigidità, cioè, che pesano e ingabbiano, che delimitano o vietano gli spazi. Che sono – però - vitali spazi di una socialità che è sempre più ardua.

 

 Asja Pedrolli non ha pretese filosofiche. Né, tantomeno, sociologiche. Sostenuta da Giuliano Orsingher – il suo artista/professore – si è concentrata sul colore: l’impatto del  rosso che risalta sul bianco e sul vuoto. Eppure - inconsapevolmente e acerbamente - la linea, i mezzibusti e la frase-domanda “who are you?” sono filosofia. E sociologia.

 

 La “La linea rossa” è una sfida, una bella sfida, per chi crede che l’arte moltiplica a dismisura il suo valore quando riesce a farsi “strumento” per altro. Un “altro” che non è necessariamente artistico. L’altro de “La linea rossa” è proprio quella domanda – (chi sono? Chi siamo?). E inventarsi un “metodo” per rispondere alla domanda potrebbe far diventare il muro di via Madruzzo un’Agorà della quale la Trento assopita e intorpidita nel suo benessere e nelle sue sicurezze ha davvero bisogno.

 

 

 Ma come rispondere? Roberto Conte – il docente del Da Vinci che assieme a Gloria Zeni e Maria Grazia Brunelli del Vittoria ha coordinato con passione il progetto “Lunghi un muro” –  vuole ragionarci assieme agli studenti. Anche e prima di tutto con quegli studenti che hanno mostrato perplessità – (le hanno scritte sul loro giornalino, “L’urlo di Vitruvio) – del tipo “Temiamo che il muro sarà di nuovo rovinato dai graffiti in poco tempo”.

 

 E’ un dubbio legittimo. Ma  se gli studenti – dice Conte e diciamo noi – adottassero davvero quel muro? Se “Lunghi un muro” diventasse un esperimento permanente di comunicazione tra giovani e città? Se provassero a “far vivere” quel muro? Se “La linea rossa” fosse l’inizio e non la fine di un laboratorio/concorso? Se si trovasse insieme, (scuola, studenti, città), il modo per far diventare il muro una grande bacheca del pensiero giovane?

 

  Si potrebbero costruire eventi “lunghi il muro”. Con adeguate soluzioni di salvaguardia il muro potrebbe diventare una “bacheca sociale”  raccogliendo post-it, fogli, disegni, proiezioni di sms e whatsapp. E chissà che altro. Quel muro potrebbe trasformarsi in una un’immensa “lavagna”  generazionale. Una lavagna sulla quale non “si scrive”: si attaccano e si staccano i pensieri.

 

 Certo è una prospettiva a rischio. I bianco sarà certo un invito per chi scarabocchia i muri. Ma gli pseudo artisti della cretineria non si sarebbero fermati di fronte a nessuno dei trenta progetti artistici. E allora viva il rischio. Viva il rischio della novità e dell’inconsueto. Viva il rischio di una scelta che omaggia la contemporaneità e guarda all’arte  non come fine ma come mezzo. Un mezzo efficace di interattività: culturale e sociale.

 

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