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"Coro seduto" , il lavoro che non t'aspetti

La giovane compagnia laziale di Controcanto Collettivo esce da ogni prevedibilità con "Sempre domenica", un irresistibile rap teatrale di sei attori e sei sedie che si moltiplicano per raccontare le frustrazioni della distanza tra impiego e sogni naufragati, tra stipendio e aspettative negate di "privilegiati" solo in apparenza. Nella stagione del Portland una boccata d'ossigeno per chi crede in un teatro "altro" che punta sul coraggio dei temi scomodi.
DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 13 gennaio 2018

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

TRENTO. “Coro seduto” non abita la riserva di una prosa in cui l’estetica prevale sull’anima, la tecnica accantona l’emozione della spontaneità. Il teatro, cioè, dalla troppa prevedibilità. Compresa la prevedibilità di qualità e successo.

 

 C'è troppo teatro, insomma, dal quale esci quasi sempre uguale a come sei entrato. Ma "Coro seduto” è altro. E’ altro teatro: un po' cinema, un po' cartone animato. Ma è un teatro ancorato ad un presente ad alta potenzialità di identificazione. E’ un teatro d’aria. Di aria pulita così come sono pulite – senza trucco e senza inganno – le facce dei giovani attori protagonisti. All'’unisono.

 

 “Coro seduto” è Collettivo Controcanto.  Un collettivo che, per l’appunto, recita da seduto. E ciononostante è movimento. E che movimento: accelerazioni e frenate verbali si intrecciano con una sincronia stupefacente. L’atletismo dei sentimenti, una ginnastica che non richiede attrezzi di scena se non una  forte passione per quel che si recita e per come lo si recita.

 

  Passione che rende leggera la fatica di un copione/non copione che lascia amplissimo spazio alla personalità.  Controcanto Collettivo è una compagnia nata “in compagnia” – scuola, strade, amicizie - tra i Castelli Romani: tra Ariccia e la porchetta. “Sempre domenica” è l’ultimo dei quattro lavori fin qui allestiti dal sodalizio.  Ha stupito mezza Italia. Finalmente ha stupito anche il Trentino.

 

  “Sempre domenica” venerdì sera ha reso ancor più bella la “Bella stagione” di prosa civile del teatro Portland. Una bella sorpresa. Una sorpresa in crescendo. Un’ora e mezza di parole che si rincorrono, si cercano, si incontrano e si scontrano, si passano il testimone in un staffetta miracolosamente senza fiatone.

 Un’ora e mezza “volante”. Un’ora e mezza di recitazione che si potrebbe definire “rap”. Sì, perché come nel rap l’essenza è il messaggio. La sostanza – insomma – vale più della forma. La forma di “coro seduto” è la semplicità di una, due, sei intuizioni. Anzi sette, perché la sensibilità della regia è fuori palco ma sul palco si materializza in ogni istante.

 

 La forma di “coro seduto” è il “minimal” scenografico: le sedie, sei sedie, e null’altro. Ma su quelle sedie a portata di pubblico s’accomoda un universo di pensieri tanto attuali, intergenerazionali, quanto irrituali. Giovani e lavoro? No,  non  può essere solo e sempre il lamento dei disoccupati e dei senza futuro. Raccontare il dramma umano e sociale della disoccupazione - in teatro come al cinema o in tv - è fin troppo semplice. Utile, specie se lo spettacolo non cincischia e, piuttosto, s’incazza. Utile ma scontato. Già visto..

 

 Meno facile e infinitamente più coraggioso, è recitare un’eresia. Quale eresia? I lavoratori, non necessariamente giovani, che pur lavorando campano male. Ecco allora che Controcanto – il “coro seduto” – va in scena armato di una travolgente ironia per dire che tra stipendio e soddisfazione c’è troppo spesso una distanza incolmabile. No, “Sempre domenica” non è un saggio teatrale sul precariato. E’ denuncia, quello sì.

 

 Ma è una denuncia costruita sulla comicità. Comicamente seria. Si denuncia la contraddizione singola e collettiva di chi deve adeguarsi al “privilegio” di un lavoro vivendo il lavoro come un brusco risveglio da sogni, aspettative, illusioni.

 

 La ragazza che adora l’arte che ha studiato ma deve praticare l’arte di far buon viso a cattivo gioco di segretaria frustrata. Lo studente che si fa un mazzo di rinunce per un dottorato ed è costretto a sentirsi in colpa di fronte all’offerta di un impiego che non centra un tubo con le sue appassionate fatiche universitarie. Il meccanico e la commessa – la coppia alla quale solo l’amore borgataro impedisce di scoppiare – che s’arrabatta tra turni impossibili e idee di un miglior lunario. La voglia, il bisogno, di “crescere” vanno a sbattere, (soldi, burocrazia, eccetera).

 

 Hanno il lavoro, ma è un lavoro dannato per quel che toglie agli affetti: a loro stessi, ai figli. E ancora il “corriere” dei pacchi che fa venire in mente l’inarrivabile Epifanio di Albanese per quanto è ingenuo e genuino. Un bicchier d’acqua lo fa innamorare ma l’amore di un frustrato – i giri sempre uguali, il sogno di un Bed and Breakfast che resta un sogno – è amore a durata breve.

 

 Quindi solitudine: solo anche tra gli amici di sempre. E gli amici di sempre sono sempre più umani: ancore di terra, ma di una terra che ti scappa da sotto i piedi. Amici tra loro ma immediatamente amici di un pubblico che ci mette un niente a partecipare, (davvero, non per educazione), al tarantolato ritmo di “Coro seduto”. E il ritmo di un’umanità parallela, comune, della propria porta e della porta a fianco. Ognuno dei sei attori opera per moltiplicazione: il protagonista di una vicenda e il suo interlocutore.

 

 Non c’è confusione nell’abbondanza di simpatia che raggiunge il diapason quando “Coro seduto” intona e stona Vasco Rossi, (sì, perché Vasco va stonato, se no non è Vasco). “T'immagini la faccia che farebbero se da domani davvero tutti quanti smettessimo. T'immagini se fosse sempre domenica”. Beh se la vita non può essere fatta di sole domeniche nemmeno può essere un eterno lunedì.

 

 Federico Cianciaruso, Fabio De Stefano, Riccardo Finocchio, Martina Giovanetti, Andrea Mammarella, Emanuele Pilonero. E una regista, Clara Sancricca, che ha cavato oro da una discussione franca e collettiva tra attori che si sono ritagliati un abito sartoriale nel caratterizzare i loro personaggi.

 

 Sarà meglio segnarsi questi nomi  perché sul loro ghiotto dosaggio tra bravura e simpatia sarebbe delittuoso che qualcuno non investisse. Intanto ci ha investito Portland, in coerenza con le scelte di una stagione che nel piccolo spazio di Piedicastello testimonia quanto la “differenza” nelle scelte teatrali sia un valore del quale c’è un gran bisogno.

 

   La bontà del teatro – e di tutte le culture – non si misura a “pienoni”. Il teatro può svegliare gli ormoni ma è meglio se rafforza i neuroni. “Coro seduto” ci riesce. Dunque grazie. E, si spera, alla prossima.

 

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