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"Le vite lontane", una storia di sconfinamento alla scoperta di un'umanità in movimento

In questo appuntamento de "Il Lanternino", Stefano Zangrando ci accompagna alla scoperta di "Le vite lontane" della scrittrice bolzanina Anna Rottensteiner. Inserendosi in un filone tematico già esplorato, l'autrice, tra ricordo e immaginazione, connette con un filo l'esperienza familiare del tragico '900 altoatesino con le migrazioni della contemporaneità
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Di Il Lanternino - 09 marzo 2020

di Stefano Zangrando, docente, traduttore e autore

Tra i titoli dell’editore Keller usciti negli ultimi anni che presentavano un legame con il territorio, ricordo il buon successo avuto nel 2016 da Sassi vivi di Anna Rottensteiner. Lì la biografia sentimentale di una coppia italo-tedesca approdata in una Finlandia periferica e immersa nella natura si intrecciava con le vicende dell’Alto Adige pre-bellico e della Repubblica di Salò, in una narrazione che si muoveva tra l’idillio dell’altrove e reminiscenze inseparate dal divenire storico- politico.

 

In quello stesso periodo l’autrice, di origini bolzanine e oggi di stanza a Innsbruck, aveva pubblicato il suo secondo romanzo, la cui traduzione in italiano per mano di Carla Festi è uscita di recente per l’editore meranese alpha beta: si intitola Le vite lontane e, di quel primo lavoro, riprende in parte la poetica per declinarla in un nuovo orizzonte tematico.

 

È il tempo del ricordo e dell’attesa a scandire fin da subito il racconto. L’io narrante femminile, che solo alla fine della prima parte sappiamo chiamarsi Meta, si muove in uno spazio rammemorante sospeso, che solo a tratti si addensa in episodi che suggeriscano una pur esile trama. E nella tripartizione del libro, che si muove tra le case e la realtà rurale dell’infanzia, gli affetti e i cimenti professionali della prima età adulta e infine il tempo presente di una maturità compiuta – è il 2015 dell’onda migratoria che si addensa al Brennero –, il continuo fluire e rifluire dei tempi e degli spazi si alterna da un lato alla vicenda di un’altra Meta, una migrante etiope, vera e immaginata ad un tempo, cui la prima si rivolge in seconda persona, dall’altro ai brani epistolari di un passato familiare segnato dalle opzioni e dall’abbandono della Heimat.

 

Anche la narratrice, come e più dei suoi predecessori, ha vissuto nel segno dello sconfinamento – al di qua e al di là delle Alpi –, dell’inappartenenza, della ricerca di un luogo proprio e di un’identità: fragile quest’ultima nel corso dell’infanzia e adolescenza, dove a costituire l’altro ideale, rispetto al quale sperimentare il primo disincanto, è l’amica Siri; più consapevole in seguito, quando è l’amore di e per un uomo a costituire un nuovo approdo iniziatico, ma sempre irrisolta: «Passato il confine, ero di volta in volta una persona diversa. Sia in una direzione che nell’altra. Lì dove mi trovavo, non ero io. E là dove non mi trovavo, desideravo esserci. Così ero sempre due, una fuori e l’altra dentro»; con un esito tutt’altro che imprevedibile: «Col tempo, il mio paese d’origine divenne un paese straniero, i suoi abitanti degli estranei».

 

Si tratta del resto di una ricerca personale condotta nell’ombra lunga della vergogna, poiché «forse è proprio nella vergogna che riconosciamo noi stessi fino in fondo, forse è nella magnanimità dell’altro che si nasconde la possibilità di perdonare e dimenticare». È un’affermazione rischiosa soprattutto dove poi si declina in termini civili, in un’Europa incapace di accogliere e assunta a livello tanto collettivo quanto individuale come spazio della colpa. Ma è un rischio che l’autrice si assume scientemente, una scelta poetica che preserva il racconto dal patetismo autofustigatorio grazie alla dimensione “meta”-narrativa che fa dell’altra Meta, la migrante sfruttata e poi sfuggita ai carnefici, per molte pagine una figura evanescente, quasi una funzione ad uso della riflessione che l’io narrante opera su di sé.

 

Sarà tuttavia la sua realizzazione finale in personaggio vero e proprio, nel raccoglimento in un idillio montano che avvicina le due donne, a permettere alla Meta europea una resa pacificata all’alterità che accordi all’altra il suo vero nome. È l’apertura ultima alla realtà, dove la cognizione romanzesca della vita non può che tornare al silenzio.

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