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Sul Monte Specie in mezzo alla tormenta, dove cielo e terra diventano uguali e il Grande Bianco strapazza gli occhi

Prima la trafila tra Baries e Prato Piazza tra pulmini e proposte di parcheggio. Poi l'arrivo in quota e via di ciaspole, con due amiche speciali, e la neve a rendere tutto uniforme. Terza tappa alla ricerca di una cura miracolosa con finale a base di totelloni
Dal blog di Lou Arranca (Alias Ivo Cestari) - 03 marzo 2018 - 12:19

3° giorno di "cura" dopo la scalata al Santuario della Madonna della Corona e la salita tra le nuvole del Rifugio Marchetti: con le ciaspole sullo Strudelkopf/Monte Specie (2307 m)

 

Con la mia borsa di Kleenex e tutto per quel che serve per ciaspolare, oggi andrò verso Dobbiaco dove mi attendono due nuove compagne di avventura. Mi dicono che il giorno prima la giornata era stupenda ma fredda e si sono dedicate al fondo. Partenza alle 6.30 e arrivo verso le 9 . La giornata, manco a dirlo, è caratterizzata da deboli nevicate che mi accompagnano per quasi tutto il viaggio. La destinazione avrebbe dovuto essere il Picco di Vallandro/Durrenstein (2839 m), una panoramicissima vette delle Dolomiti di Braies, in Alto Adige, ma valutando le condizioni del clima e la sempre più copiosa nevicata, decidiamo di limitarci ad una cima più modesta: il Monte Specie/Strudelkopf (2307 m).

 

 

Cosa non hanno visto i miei occhi a causa di queste nuvole accecanti? La Croda Rossa e la Croda del Becco, le Tre Cime, il gruppo dei Cadini, il Monte Cristallo, le Tofane e la Marmolada. Praticamente il Gotha delle Dolomiti. Ho provato invece la sensazione unica del “whiteout” totale, ovvero l’essere immersi nel bianco più assoluto, tanto da non vedere quasi i propri piedi. Il punto di partenza per questa escursione è il parcheggio a Prato Piazza a 1979 m. Tra le 10 e le 16 ci si arriva con il bus navetta da Ponticello/Braies. Prima delle 10 si può percorrere la strada per Prato Piazza anche con la propria macchina pagando un pedaggio.

 

Qui si apre il conflitto di interesse: poiché non sono ancora le 10 chiediamo se la strada è percorribile, vista la neve presente e quella che sta arrivando. Il tipo guarda con disprezzo la mia Rifattona (che pure è un ottima 4x4 d’antan..) e mi dice che assolutamente consiglia il pulmino. Il parcheggiatore, lì vicino, rimane impassibile. Mi accorgo subito che il “consigliere” in realtà è l’autista del pulmino che sgraffigna 9 euro a testa a persona per un biglietto di andata e ritorno. Mi auguro che sia compreso almeno il prezzo del parcheggio, ma ovviamente non lo è. Sarebbero altri euro che si involano, ma è lo stesso posteggiatore a dirci di non pagare non perché il prezzo è compreso nel biglietto della navetta, ma perché oggi, con la neve, i vigili non sarebbero saliti. Immagino già il Grande Complotto, con vigili che, invece, sbucano da tutte le parti e mi fanno pagare tutto per quello che non ho mai pagato nella mia vita da “portoghese”.

 

 

Comunque, il prezzo da pagare per questa gita da famiglia (vista la scarsa difficoltà tecnica, almeno nella stagione estiva) sarebbe un vero salasso: 4 persone pagherebbero 36 euro, più il parcheggio. In alternativa si può salire in macchina entro le 10 pagando un pedaggio di 8 euro. Ma torniamo a noi. Arrivati comodi comodi alla Malga Prato Piazza, la strada forestale n. 37, trasformata ormai in pista da fondo, conduce al Rifugio Vallandro a 2.040 m. Qui, opposto al rifugio, si trova un edificio del fronte austro-ungarico, che, situato lungo l'ex confine con l'Italia, serviva per proteggere la Valle di Landro e la Valle di Braies Vecchia. Durante la Prima Guerra Mondiale il forte era dotato di mitragliatrici, cannoni e carri armati. Dopo le guerre, le possenti mura, molto danneggiate, sono state in parte ristrutturate. Prato Piazza durante la Prima Guerra Mondiale era una zona molto contesa, e la croce sul Monte Specie è stata eretta dai combattenti della Val Pusteria in memoria dei commilitoni caduti durante le due guerre.

 

 

Indossiamo quindi le ciaspole e ci addentriamo nella densità del Bianco Puro: fuori dal bosco, perdiamo ogni riferimento arboreo. Sopra e sotto si confondono, nessuna traccia visibile, rari cartelli affiorano a malapena dalla neve alta. Procediamo lentamente e “a naso”, sprofondando di almeno 30 centimetri ad ogni passo.

 

 

 

Ci alterniamo a tracciare la rotta tenendo come riferimento punte di alberelli e vaghe tracce di scialpinisti che però col tempo scompaiono sotto i fitti fiocchi di neve. Alla Sella del Monte Specie (2200 m) intravvediamo i resti di un fortino che sembra galleggiare nel Bianco Vuoto. Puntiamo diritti con gli occhi affaticati dal biancore: non si riesce a mettere a fuoco le distanze e nemmeno a capire se dobbiamo affrontare dossi o avvallamenti.

 

 

Al fortino sappiamo di non essere distanti dalla croce di vetta. Questa infatti compare vagamente un centinaio di metri più in alto e dopo che per anni ho inveito contro le troppe croci di vetta come simbolo “invadente” sulle nostre cime, capisco che almeno una funzione di utile segnacolo ce l’hanno: un semplice omino di pietra infatti, risulterebbe invisibile. D’altra parte però, se si volesse proseguire con il riempire di simboli religiosi ogni montagna, anche un’enorme forchetta dei Pastafariani potrebbe assolvere al compito di punto di riferimento.

 

 

 

Ad ogni modo, puntando più o meno incerti verso la croce, dopo una ventina di minuti arriviamo in vetta. Si alza improvviso il vento gelido da Nord (come previsto dalla Legge di Murphy), per cui è impossibile fermarsi a bere o mangiare qualcosa. Ci preoccupa poi il fatto che la nevicata sta cancellando rapidamente le nostre tracce e quindi, vista la visibilità pari a zero, scendiamo lasciandoci scivolare nelle onde nevose del mare bianco. Incrociamo, in modo tale che sembrano fluttuare nel cielo, altri due scialpinisti che vagano nel Biancume Senza Meta. Chissà se hanno visto la croce, ma almeno hanno visto noi in lontananza e provano a riorientarsi.

 

 

 

In silenzio, per resistere ai granelli di ghiaccio che ci picchiettano il viso e sciolgono irrimediabilmente il rimmel dagli occhi delle mie amiche, trasformandole in Panda delle Nevi, seguiamo a fatica la via dell’andata passando vicino a punti di riferimento del tutto nuovi che ci pare non aver mai visti mentre salivamo.

 

A tre ore dalla partenza siamo fortunosamente di ritorno alla Malga Prato Piazza. Qui facciamo conoscenza di un piatto fantastico che rimarrà nel nostro cuore: un raviolo gigante di segale aperto, con ripieno di verdure a loro volta ricoperte di crema di parmigiano. Spaziale. 

 

 

Riprendiamo gradualmente la capacità di vedere i colori e qualche buon bicchiere di vernaccia ci rimette in carreggiata. Oggi non si è visto nessun panorama, l’esperienza è stata tutta interiore. La cura è finita, andiamo in pace.

 

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