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A Dachau dove si massacrava il popolo di Gesù (e alcuni alfieri del Cattolicesimo) con la complicità del Papa

Pio XII non si è opposto a nulla, dalle leggi razziali ai rastrellamenti a due passi dal Vaticano, dagli arresti e deportazioni di preti coraggiosi. Sono stato a Dachau e proprio lì mentre suonava a morto la campana di quel tetro campo, mi è apparso ancor più vile del “negazionismo'' sostenere che il Vicario di Cristo accettò tutto questo orrore per evitare conseguenze peggiori
DAL BLOG
Di Riccardo Petroni - 26 gennaio 2020

Ha pubblicato “Yehoshua ben Yosef detto Gesù – La sua vera storia – la forza delle sue idee”, “Il Vangelo Segreto di Gesù”, “Gesù di Betlemme” e “Il Ritorno alla Casa di Israele (il Noachismo)”

E’ domenica 20 gennaio 2020. Sono le 13,30 quando sono entrato dalla porta in ferro che mi avrebbe introdotto nel campo di sterminio di Dachau, posizionato a pochi chilometri dalla gioiosa Monaco di Baviera. Nevicava. Su quella porta c’è scritto in ferro battuto “Arbeit macht frei” “Il Lavoro rende Liberi”, frase che ha accompagnato al massacro milioni di persone, non solo ebrei, ma anche sinti, omosessuali, disabili, malati di mente, oppositori del regime, testimoni di Geova, massoni, prigionieri di guerra, sovietici, slavi, sacerdoti cattolici ecc. Se ne calcolano dai 15.000.000 ai 17.000.000 dal 1933 al 1945. Il progetto del Cancelliere Tedesco Adolf Hitler era quello di “derattizzare” l’umanità, al fine di far rimanere solo quella che lui definiva la “razza ariana”, della quale lui certamente non era un bell’esemplare.

 

Se andiamo però sull’Enciclopedia Treccani, alla voce “ariani”, si ha la sorpresa di scoprire che questo termine “designa i popoli iranici di ceppo linguistico indoeuropeo (l'Iran, il Pakistan, l'Afghanistan, l'Asia centrale e la Siberia), che si chiamavano fra di loro ariyà (dal sanscrito “signore”). Arisch (“ariyà” in tedesco) fu utilizzato – da parte dei teorici del nazismo – per indicare il tipo etnico biondo nordeuropeo, concepito come continuazione diretta dell’antica popolazione ariana nobile ed eletta. Si trattò di un falso storico di gravità inestimabile, basato su almeno due errori: identificazione di lingua con razza, e mito della razza e della lingua pura”. Dunque la storia della “razza ariana” è una “fake news”. Nient’altro che una drammatica e criminale “fake news”.

 

Ma torniamo a noi. Mentre stavo entrando nel campo di Dachau, mi sono tornate in mente le parole della canzone di Francesco Guccini “Auschwitz – Canzone del bambino nel vento”: “Son morto ch’ero bambino, son morto con altri cento, passato per il camino e adesso sono nel vento. Ad Auschwitz c’era la neve e il fumo saliva lento, nei campi tante persone, ma un solo grande silenzio”. E’ vero: c’era solo un grande silenzio, anche perché solo il silenzio può descrivere quello che ho rivisto lì. “Rivisto” perché a Dachau c’ero già stato oltre 55 anni fa (avevo 13 anni), allorché mia madre, che durante la guerra aveva nascosto degli ebrei (rischiando la vita) mi ci portò dicendo: “Per sapere cos’è stato il nazismo devi vedere cos’è un campo di sterminio. Dopodiché avrai compreso tutto”. E così è stato. Ma mentre camminavo in quel tetro piazzale sotto la neve, circondato da fossati e fili spinati, ecco che mi sono trovato davanti alla cappella cattolica, dove campeggia la croce con appeso l’ebreo Yehoshua ben Yosef, rabbino di professione, meglio conosciuto con il nome di Gesù di Nazareth.

 

E mi è così inevitabilmente venuto in mente che solo in quel campo, posizionato nella ricca Baviera, dove il 70% della popolazione era (ed è) cattolica, ben 1034 sacerdoti e cappellani militari cattolici sono stati barbaramente uccisi o fatti morire di stenti (stipati come delle bestie nel “blocco n. 26), rei di aver nascosto “sulla loro pelle”(e non certo su quella della Vaticano) ebrei, avversari politici, soldati inglesi e americani ecc. E pensavo che mentre il popolo delle parrocchie era ben conscio in quegli anni del martirio dei loro più generosi ed eroici sacerdoti, l’unico a “non accorgersi di niente” fu proprio Papa Pio XII. Quel Pio XII (al secolo Eugenio Maria Giuseppe Giovanni Pacelli), che non solo non proferì parola ufficiale davanti al tentato annientamento della razza ebraica (la “razza” alla quale apparteneva Gesù), bensì non prese alcuna posizione neanche in difesa dei suoi prelati. Prelati che pagavano in modo così orrendo il fatto di “praticare” il Vangelo della carità cristiana, quello stesso Vangelo che Sua Santità Papa Pio XII, al posto di “praticare”sapeva solo “predicare”, ma non nelle baracche putride dei campi nazisti, bensì all’interno delle stanze finemente affrescate dai più illustri artisti di tutti i tempi.

 

 

Ed era al sicuro. In Vaticano. E di fronte alla camera a gas di Dachau, dove venivano uccise per asfissia 150 persone per volta (alle quali si faceva credere che sarebbero andate a fare la doccia), e poi, di fronte ai forni crematori che li rendeva fumo nel vento, mi è sembrata del tutto ipocrita e vana la tesi sostenuta anche da autorevoli studiosi (anche di religione ebraica), che Pio XII fece così per evitare peggiori conseguenze ed accanimenti da parte di Hitler. Tesi questa, che alle 15.00 dello stesso giorno, mentre suonava a morto la campana di quel tetro campo, mi è apparsa ancor più vile del “negazionismo”. E questo perché è storicamente innegabile che Pio XII aveva già dimostrato in modo chiaro la sua posizione “ufficiale” nei confronti degli ebrei, quando non batté ciglio nel 1938 allorché Benito Mussolini,  introdusse le famigerate Leggi Razziali, che ricalcavano praticamente alla lettera le stesse brutali norme antiebraiche introdotte nel 1775 da Papa Pio VI, come ho spiegato nel mio precedente articolo (QUI IL LINK).

 

Ma Pio XII non ebbe alcun sussulto neanche quando i “suoi” sacerdoti venivano barbaramente torturati ed uccisi nel carcere romano di Regina Coeli, cioè a “pochi metri”dal Vaticano (il “Tempio della Cristianità”). E’ il socialista Sandro Pertini (successivamente divenuto Presidente della Repubblica), che così descrive quello che avvenne a don Giuseppe Morosini nel carcere di Regina Coeli a Roma, dove lui stesso era incarcerato: “Detenuto a Regina Coeli sotto i tedeschi, lo incontrai un mattino: usciva da un interrogatorio delle SS, il volto tumefatto grondava sangue, come Cristo dopo la flagellazione. Con le lacrime agli occhi gli espressi la mia solidarietà: egli si sforzò di sorridermi e le labbra gli sanguinarono. Nei suoi occhi brillava una luce viva. La luce della sua fede. Benedisse il plotone di esecuzione dicendo ad alta voce: Dio, perdona loro: non sanno quello che fanno, come Cristo sul Golgota''.

 

E sempre Pio XII non fiatò neanche e di nulla si accorse di fronte al rastrellamento effettuato dalla Gestapo “sotto casa”, cioè nel ghetto di Roma, avvenuto tra le 5,30 e le 14 di sabato 16 ottobre 1943 (quindi di giorno e durante lo “shabbah” ebraico), nel corso del quale furono catturate 1259 persone, di cui 689 donne, 363 uomini e 207 tra bambini e bambine, quasi tutti ebrei. E 1023 di loro furono condotti, sotto gli occhi di tutti, nei 18 vagoni del convoglio “speciale” che dalla Stazione Tiburtina di Roma, li avrebbe portati direttamente al campo di sterminio di Auschwitz. E soltanto 16 di loro sarebbero sopravvissuti: 15 uomini ed una sola donna, Settimia Spizzichino (morta il 3.7. 2000). Di fronte a questi aberranti dati di fatto, ed ancora stordito da quel luogo sinistro, mi sono chiesto (e chiedo a voi lettori di chiedervi), cosa avrebbe pensato il giudeo circonciso Gesù (figlio di padre e di madre ebrea), del fatto che colui che è definito il suo rappresentante sulla terra, il Papa (quindi Papa Pio XII), non prese alcuna posizione e non mosse un dito di fronte all’Olocausto. Non prese alcuna posizione e non mosse un dito di fronte a quel massacro, perpetrato sia contro il popolo di Gesù, cioè quello ebraico, sia contro i ministri di quella “sua” religione, cioè il Cattolicesimo, che lui, infallibile per Dogma, rappresentava?

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