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Da ''Santa Sabata'' alla Basilica di Aquileia, ecco perché in Friuli il ''verbo'' di Gesù era ricondotto alla sua autentica matrice

Fondata la comunità di Alessandria d’Egitto, Marco decise di partire per Roma. E nel 64-66 d.C., (ma probabilmente anche prima), sul tragitto, passò per Aquileia, dove decise di “clonare”, diremmo oggi, una comunità identica a quella di Alessandria. Una comunità molto diversa da quella cristiana-pagana poi affermatasi con Paolo
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Di Riccardo Petroni - 01 novembre 2019

Ha pubblicato “Yehoshua ben Yosef detto Gesù – La sua vera storia – la forza delle sue idee”, “Il Vangelo Segreto di Gesù”, “Gesù di Betlemme” e “Il Ritorno alla Casa di Israele (il Noachismo)”

Comunemente, quando si parla di San Marco, ci viene in mente l’Evangelista, colui che ha scritto l’omonimo Vangelo, oppure si pensa a Venezia. Quasi mai si pensa a lui non come “evangelista”, bensì come “evangelizzatore”. A colui che ha avuto – in prima persona - il ruolo di gran lunga più importante nella divulgazione del pensiero “originale”, quindi esclusivamente ebraico, di Rabbi Yehoshua ben Yosef detto Gesù, Rabbino errante nella Palestina del I secolo. Ma partiamo dal suo Vangelo. Si ritiene sia stato scritto intorno al 65 d.C. E’ unanimamente ritenuto il più antico fra i quattro Vangeli Canonici. Sarebbe questo il motivo per quale il materiale di Marco è presente anche in Matteo e Luca, scritti successivamente.

 

Marco, differentemente da Matteo e Luca, inizia il suo Vangelo dal momento del battesimo per mano del cugino Giovanni Battista (quando Gesù aveva circa 30 anni). Non parla quindi del tutto dell’Annunciazione e della nascita di Gesù. Recenti studi hanno portato a ritenere che il suo Vangelo sia collocabile intorno al 50 d.C., solo una ventina di anni dopo la morte di Yehoshua (Gesù). Periodo nel quale erano verosimilmente ancora vivi dei testimoni oculari. Marco nacque in Palestina sotto l'imperatore Augusto. Poco o nulla si sa sulla sua gioventù e della sua famiglia. Dal Nuovo Testamento (“Lettera ai Colossesi”), unica fonte di informazioni su Marco, sappiamo che era cugino di Giuseppe di Cipro detto Barnaba (ebreo di stirpe levitica) e che introdusse Paolo ad Antiochia, dove comunemente viene collocata la nascita della prima comunità “pagano-cristiana”.

 

Marco non fu un apostolo, come spesso- erroneamente si sente dire. Importantissimi studi sull’evangelizzatore Marco sono stati fatti da due sacerdoti friulani: prima da Monsignor Guglielmo Biasutti (morto nel 1985) e poi da Don Gilberto Pressacco, morto nel 1997. E portano alle seguenti conclusioni: che Marco fondò ad Alessandria d’Egitto, intorno al 61-62 d.C. (ma probabilmente già nel 42 d.C.), la prima comunità “giudeo-cristiana”, completamente svincolata da quella che Paolo aveva fondato ad Antiochia; che nel 66 d.C. circa Marco fondò ad Aquileia un’ulteriore comunità “giudeo-cristiana”, con le stesse caratteristiche di quella di Alessandria d’Egitto.

 

Ma andiamo per gradi. Gli Atti degli Apostoli ci dicono che Marco inizialmente fu un affezionato discepolo di Paolo, che lo definisce “mio figlio”, sicuramente anche per la sua giovane età: “Vi saluta la Comunità che è stata eletta ed anche Marco, mio figlio”. Ma ci dicono anche che ben presto Marco e Barnaba presero le distanze da Paolo (che abiurava l’ebraismo), e si allontanarono definitivamente da lui: “Salpati da Pafo, Paolo e i suoi compagni giunsero a Perge di Panfilia. Marco si separò da loro e ritornò a Gerusalemme”. A Gerusalemme, cioè presso la comunità giudeo-cristiana guidata da Giacomo il Giusto (fratello di Gesù). Barnaba cercò di far accettare a Paolo questa circostanza, ma Paolo non ne volle sapere: “Ne nacque un’aspra contesa, tanto che si separarono. E Barnaba, preso seco Marco, navigò verso Cipro”.

 

Paolo fu così abbandonato sia da Marco che da Barnaba. E poi fu lasciato solo da tutti, come scrive nella “Lettera a Timoteo”, ad esclusione di Luca, che guarda caso era un “pagano”: “Cerca di venire presto da me, perché Dema mi ha abbandonato ed è partito per Tessalonica, Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. Solo Luca è con me”. Ad Alessandria d’Egitto era presente un’importante comunità ebraica, così descritta dallo studioso Cherif Hani Choucri: “Alessandria, era una città bellissima e - secondo la definizione di Giulio Cesare - nel De Bello Civili – era il sogno divenuto realtà di Alessandro Magno. A quei tempi contava quasi un milione di abitanti ed ospitava una ricca comunità ebraica dedita al commercio ed attiva politicamente”. Tanto attiva politicamente che Cleopatra (70 a.C. circa – 30 a.C.) aveva affidato ad un Generale ebreo, Seleuco, il comando della fortezza strategica che dava accesso al suo regno”.

 

Fondata la comunità di Alessandria d’Egitto, Marco decise di partire per Roma. E nel 64-66 d.C., (ma probabilmente anche prima), sul tragitto, passò per Aquileia, dove decise di “clonare”, diremmo oggi, una comunità identica a quella di Alessandria. Così scrive Angelo Vianello, Presidente dell’Associazione Don Gilberto Pressacco (dal quale è tratta la citazione): “Fra le due città c’erano rapporti via mare molto stretti. Gli intensi scambi commerciali che nell’antichità paleocristiana collegavano i porti di Alessandria d’Egitto e di Aquileia, favorirono anche l’instaurarsi e lo sviluppo di significative relazioni, culturali, artistiche e religiose tra le due metropoli”. E’ molto importante evidenziare come tutt’ora siano indelebili ad Aquileia i segni della comunità “giudeo-cristiana” fondata da Marco.

 

Scrive a proposito sempre Don Pressacco: “Un’antica e poco ascoltata tradizione friulana assume San Marco a fondatore della Chiesa di Aquileia. Le analogie infatti fra “De Vita Contemplativa” di Filone ed i fatti, luoghi ed istituzioni della Chiesa di Aquileia, superano le nostre aspettative”. Ed i segnali della presenza di quella comunità “giudeo-cristiana” sono ancora oggi del tutto evidenti, anche per un turista di passaggio, come sono stato io. Mi è apparso infatti subito chiaramente visibile nella splendida Basilica di Santa Maria Assunta, vicino alle fondamenta del campanile, un enorme mosaico raffigurante la “Stella di Davide”, inequivocabile “simbolo ebraico “in campo cristiano”. Cosa ci farebbe lì la “Stella di Davide” al di fuori delle tesi dei due sacerdoti friulani?

 

E poi – a pochi metri di distanza c’è - in perfetto stato di conservazione - la fonte battesimale esagonale e “per immersione totale”, con scalini interni per immergersi, riguardo alla quale la stessa guida locale ci ha spiegato come sia una tipica struttura ebraica, presente comunemente davanti alle Sinagoghe, per poter effettuare le previste abluzioni. E poi ci sono i resti dell’antica Sinagoga di Aquileia, così descritta dall’Enciclopedia Treccani: “Sinagoga di Aquileia: lunghissimo ambiente rettangolare terminato da abside, con ricco pavimento musivo con motivi geometrici e numerose iscrizioni”.

 

Infine è necessario parlare dell’incredibile “Culto del Sabato”, rispettato dalla popolazione proprio ad Aquileia, con la misteriosissima “Santa Sabata”, detta anche “Santa Sabide”. Già: “Santa Sabata”. Scrive al riguardo sempre Don Pressacco: “Nel corso dei suoi studi Mons. Biassutti aveva notato la dedicazione di molte Pievi friulane ad una Santa sconosciuta nell’agiografia ufficiale - Santa Sabata - che correlavano il culto della Santa alla solennizzazione del Sabato, secondo l’uso ebraico diffuso nelle campagne aquilensi”. Ecco dunque nientemeno che una Santa cattolica, venerata dal popolo, dal nome Sabata, che non rientra però fra quelle riconosciute “ufficialmente” dalla Chiesa. Santa venerata in onore del sabato: lo “Shabbat” ebraico. Ma non è tutto.

 

Santa che va di pari passo con una stranissima e certamente inconsueta usanza di quelle popolazioni, di effettuare il giorno di riposo il sabato. Di nuovo, quindi, lo Shabbat. Usanza invisa dalle autorità religiose dell’epoca, che portò addirittura nel XVII secolo a far sì che fossero nominati dei Pubblici Ufficiali, i cosiddetti Sabatari (o “Sabbatari”), per impedire quella “indegna usanza giudaica di riposo Sabbatico”. I “sabatari” avevano l’incarico di suonare le campane proprio il sabato sera, per intimare la cessazione del lavoro e dare il via al riposo domenicale. Perlustravano poi le campagne per multare gli eventuali trasgressori. Interessante il fatto che verso la metà del XVIII secolo, l’Arcivescovo Girolamo Gradenigo, cercò di sradicare anche l’usanza di battezzare le bambine con il nome di  Sabata o Sabide ed ordinò di cambiare il loro nome con quello di Maria.

 

Inoltre in data 3 aprile 1499, il Cardinale Domenico Grimani, Patriarca di Aquileia, emanò un nuovo decreto contro la diffusa usanza di celebrare il sabato come giornata festiva. Si doveva lavorare “fino al tramonto del sole del sabato, perché i credenti in Cristo non paiano indulgere all’uso giudeo”. Ma non e’ ancora tutto. E’ infatti da notare che in Friuli sono molto diffusi i cognomi De Sabata, Sabbadini, Sabbidussi, Sabota. Concludo riportando quanto scritto da Don. Pressacco: “Non sono stato io il primo ad ammettere un’origine giudeo-cristiana della primitiva chiesa di Aquileia. Molti anni prima di me, Mons.Guglielmo Biassutti, aveva formulato la medesima ipotesi, supportata peraltro da consistenti riscontri, ma non era stato né adeguatamente ascoltato, né capito. Per mia fortuna ho potuto conoscere questo grande studioso friulano e l’ho potuto frequentare nei suoi ultimi anni di vita. Poco prima di morire Mons. Biassutti era spaventato di lasciare la sua opera incompiuta”.

 

Poco ascoltato dalla Chiesa e spaventato in quanto, ancora una volta, l’imponente figura “giudaico-cristiana” di Marco, offuscava quella “pagano-cristiana” di Paolo, e riportava quindi Gesù alla sua autentica matrice, quella esclusivamente ebraica, invisa al mondo cattolico. E quindi il Marco “evangelizzatore”, divenuto poi S. Marco. E così è stato.

 

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