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Gesù ''maestro degli sguardi'', parlava l'aramaico, l'ebraico e la Koiné, non il latino

Gesù cura il cieco in un passo ricco di significato anche simbolico e parlava l'aramaico di derivazione persiana che spesso si confonde con l’ebraico antico o paleo-ebraico, di derivazione palestinese
Dal blog di Riccardo Petroni - 29 luglio 2018 - 17:14

Gesù oltre a fare i miracoli “trasmetteva”e “riceveva” con gli “sguardi”. Esatto, con “gli sguardi” e con “la vista”, a partire dal momento del suo battesimo: “Vide squarciarsi i cieli”. Ma è interessante sapere che “vedere” vuol dire anche…percepireprendere in esameincontrarevisitarecapire…tentare di far qualcosa. Ecco che nel ridare la vista Gesù intendeva proprio donare o ridare esattamente queste doti. Il termine “vede”, riferito a Gesù, l’Evangelista Marco lo usa per una quindicina di volte (“E giungono a casa del capo della Sinagoga ed egli vede del tumulto e gente che piange ed urla forte”) e la parola “guardava” la utilizza per sei volte (“Sedutosi di fronte alla cassa delle offerte, Gesù guardava come la gente metteva denaro nella cassa”).

 

E poi Gesù “osservava”, oggetti, persone, situazioni: “Gesù entrò a Gerusalemme e andò nel Tempio. Si guardò intorno attentamente, osservando ogni cosa, poi, essendo già tardi, uscì per andare a Betania con i dodici discepoli”. E poi: “Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea”. Ed ancora: “Mentre passava, vide Levi, figlio di Alfeo, che sedeva al suo banco delle tasse”. Gesù guardava spesso anche con sguardo “circolare”, per dominare la folla, come un domatore nella gabbia dei leoni: “E guardandoli tutt'intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse…” E poi: “Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse…”. E guardava le persone anche con sguardo fisso e severo: “Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui”. E poi con atteggiamento affettuoso:  “Gesù, guardandolo, provò affetto per lui e gli disse…” E secondo Luca, alzava spesso lo sguardo: “Alzato gli occhi vide i ricchi…” e poi “Gesù alzò lo sguardo e gli disse…”.

 

Ma nel passo evangelico che ci parla del cieco di Betsaida (città vicino al Lago di Tiberiade, scoperta dagli archeologi nel 1996) troviamo qualcosa di davvero incredibile riguardo alla capacità di guarigione dei ciechi da parte di Gesù, al significato che attribuiva alla “vista” ed alla complessa simbologia ebraica retrostante. Dice l’Evangelista Marco:“Giunsero a Betsaida; fu condotto a Gesù un cieco, e lo pregarono che lo toccasse. Egli, preso il cieco per la mano, lo condusse fuori dal villaggio. Gli sputò sugli occhi, pose le mani su di lui, e gli domandò: vedi qualche cosa? Egli aprì gli occhi e disse: scorgo gli uomini. Ma li vedo come alberi che camminano. Allora Gesù gli mise di nuovo le mani sugli occhi ed egli guardò e fu guarito e vedeva ogni cosa chiaramente”.

 

Vediamo allora insieme il significato di questo passo. Va innanzitutto detto che Gesù aveva appena rimproverato i suoi Discepoli, che non riuscivano a comprenderlo, dicendo loro: “Non intendete, non capite ancora?" E poi: “Avete occhi e non vedete!” Ecco che Gesù abbina la cecità fisica a quella del cuore dei suoi Discepoli. Cecità del cuore che per Gesù era quella di non voler “vedere”, cioè non voler “comprendere”, non voler “prendere atto delle situazioni”. Gesù decide allora di guarire un cieco che si trovava nei paraggi, come chiaro invito ai suoi seguaci a rendersi liberi dalle tenebre della loro stessa cecità e tornare a “vedere”. E così fece: “Preso il cieco per mano, lo condusse fuori del villaggio”. Questo in ottemperanza al precetto ebraico: “Bisogna uscire dal villaggio, da tutto ciò che è in contrasto con la Parola di Dio!” E poi: “Gli sputò sugli occhi”. Attraverso la saliva Gesù trasmette al cieco il “Ruha”, che per gli ebrei e’ lo spirito di Dio che opera come forza vitale.

 

E successivamente, da guaritore quale egli era: “Gli impose le mani“. Ma per accertarsi dell’efficacia del suo intervento chiese al cieco: “Scorgi qualcosa?". E la risposta fu:“Scorgo gli uomini. Ma li vedo come alberi che camminano”. Il cieco dunque vedeva qualcosa, ma in modo imperfetto. Vedeva infatti gli uomini come delle ombre sfrangiate che si muovevano, che gli ricordavano degli alberi. Alberi in movimento dunque, simboli del ritorno alla vita che corre, del ritorno alla libertà che va inseguita, del ritorno alla conoscenza che spetta a noi rincorrere per conquistarla. Ecco allora che Gesù, di fronte alla vista ancora sfocata del cieco, nonostante il suo primo intervento, decise di intervenire di nuovo, per completare a perfezione la sua opera e: “Gli mise di nuovo le mani sugli occhi ed egli guardò e fu guarito e vedeva ogni cosa chiaramente”.

 

Gesù parlava l’aramaico, come testimoniano le seguenti citazioni nei Vangeli:“Presa la mano della bambina, le disse: Talità kum”, che in aramaico significa: "Fanciulla, io ti dico, alzati!”. E poi:“Osanna!...Benedetto è colui che viene nel nome del Signore!” In aramaico Osanna (הושע) significa “Signore aiutaci…salvaci”. Ed ancora: “E guardando il cielo, emise un sospiro e disse loro, "Ephfatha"", che significa: Apriti!. Ed “Abbà”, che significa “Padre”. E poi: “Non potete servire Dio e mammona (in aramaico “mammona” è la ricchezza), “Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: Elì, Elì, lemà sabactàni?” (Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?), “Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: Rabbunì!” ( Maestro).

 

Ma cos’è l’aramaico, di derivazione persiana, che spesso si confonde con l’ebraico antico o paleo-ebraico, di derivazione palestinese? Ci dice al riguardo, Simone Paganini, Professore Ordinario di Teologia Biblica all’Università di Aquisgrana, ricercatore alla Facoltà di Teologia Protestante dell’Universita’ di Monaco di Baviera: “Nel periodo persiano, l’ebraico venne sostituito dall’aramaico”.

 

Era infatti avvenuto questo:

-Nel 587 a.C. Gerusalemme viene assediata dal Re Persiano Nabucodonosor, che deporta a Babilonia circa 10.000 ebrei. Gli ebrei deportati si insediano presso il fiume Chebar e la loro condizione è caratterizzata da una relativa libertà, al punto che al momento del successivo rimpatrio, diversi di loro decidono di restare lì.

-Nel 538 a.C. Ciro il Grande di Persia conquista Babilonia e il suo Impero e concede la libertà religiosa agli ebrei che erano stati lì deportati.

-Come conseguenza fra il 538 a.C. ed il 520 a.C. circa 50.000 ebrei, guidati da Zerubabel, tornano a Gerusalemme e ricostruiscono il Tempio.

-Nel 456 a.C. torna in Palestina un secondo gruppo di circa ulteriori 5.000 israeliti.

 

Questi due gruppi, che avevano adottato a Babilonia l’alfabeto aramaico, lingua persiana antichissima, introdussero la stessa “dialettizzata” nei territori dove erano tornati, in Palestina. Scrive al riguardo Jules Isaac (1877 – 1963), storico e pensatore, vero pioniere del dialogo fra ebrei e cristiani: “Nel primo secolo l’aramaico era diventata la lingua parlata in Palestina dagli Ebrei, mentre l’ebraico esisteva allo stato di lingua religiosa ed erudita. E quando nelle Sinagoghe palestinesi si procedeva alla lettura della Torah, ogni versetto letto in ebraico veniva subito tradotto in aramaico”. Quindi, prosegue Paganini: “Fu normale approntare traduzioni della Bibbia ebraica nella nuova lingua, l’aramaico, così da favorirne la diffusione. Nacquero così, nel corso di quasi 300 anni un gran numero di cosiddetti Targumim (traduttori)”.

 

Ma Gesù, che non parlava latino, parlava anche l’ebraico e il greco, o meglio sarebbe dire la Koine’, antichissima lingua dialettale di derivazione greca, diffusa in tutto il mediterraneo nel I secolo d.C. È conosciuta anche come “Greco Alessandrino” o “Greco Ellenistico”, in quanto è stata la lingua che Alessandro Magno portò nei territori da lui conquistati, cioè tutto il mondo conosciuto di allora. Aveva quindi la stessa diffusione che ha l’inglese ai giorni nostri. Lingua, la Koinè, che parlavano anche i romani che occupavano la Palestina (e non il latino che non avrebbe compreso nessuno) e che abbiamo detto parlava anche Gesù. Come avrebbe infatti potuto capire prima il Centurione e poi Pilato, se non parlando la Koinè?

 

Ma dove aveva imparato Gesù la Koinè? Gli studiosi ritengono a Seffori, città a mezz’ora di cammino da Nazaret. Era una delle più grandi città della regione, che era stata distrutta dai Romani nel 4 a.C. a causa di una ribellione e che il Tetrarca della Galilea, Erode Antipa, aveva deciso di ricostruire e farne la Capitale del suo regno. La città, ribattezzata Autokratis, doveva avere un piano urbanistico simile alle città greco-romane. Era anche previsto un teatro con 5.000 posti, che l’avrebbe fatta diventare il centro culturale più importante di tutta la Galilea. A Seffori furono allestiti innumerevoli cantieri che durarono anni. Proprio in questi cantieri, dove lavoravano prevalentemente maestranze di origine greca, Gesù, al seguito del padre carpentiere, Giuseppe, avrebbe giustappunto imparato la Koinè.

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