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Il coronavirus, la Cei e lo scontro con lo Stato ricordando il motto ''date a Cesare quel che è di Cesare''

Monsignor d’Ercole ha urlato, rispetto all'ultimo dpcm di Conte: “La Chiesa non è il luogo dei contagi. Comitato Scientifico: ma chi ve l’ha detto che la Chiesa è il luogo dei contagi?”. Ed ha proseguito: “E’ un arbitrio, è una dittatura questa, quella di impedire il culto''. Ci ha pensato Papa Francesco, per fortuna, a recuperare il dettato di Yehoshua: ecco perché
DAL BLOG
Di Riccardo Petroni - 02 maggio 2020

Ha pubblicato “Yehoshua ben Yosef detto Gesù – La sua vera storia – la forza delle sue idee”, “Il Vangelo Segreto di Gesù”, “Gesù di Betlemme” e “Il Ritorno alla Casa di Israele (il Noachismo)”

Dice l’Evangelista Matteo: “Allora i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?''.

 

La domanda che fecero i farisei a Gesù era estremamente insidiosa. Se Gesù infatti avesse risposto che non era lecito pagare i tributi ai romani, si sarebbe macchiato di un gravissimo reato nei confronti dei conquistatori. Reato che avrebbe comportato la pena di morte. Se invece avesse risposto che era giusto pagarli, si sarebbe ugualmente macchiato di un gravissimo reato, ma questa volta nei confronti degli ebrei. Ma vediamo perché. Dobbiamo innanzi tutto partire dal presupposto che i Romani, ai tempi di Gesù avevano conquistato in pratica tutto il mondo allora conosciuto, dai confini con la Scozia, alla Spagna, all’Egitto, alla Mesopotamia. All’interno di questo immenso territorio vi erano tutte le razze all’epoca conosciute, che praticavano ogni tipo di religione. Ai romani non interessava affatto quale religione si praticasse e dove. Gli unici obblighi che imponevano con la massima crudeltà erano quelli di rispettare rigorosamente le loro leggi e quello di pagare i “tributi”, dal latino “tributum”, “contribuzione obbligatoria dei cittadini allo stato, pagata in rapporto al censo e prelevata per tribù”.

 

Al riguardo così si esprimono gli studiosi Horsley e Hanson: “Per i contadini giudei, che rappresentavano il 90% della popolazione, il governo dei romani (e dei sacerdoti) significava tasse straordinariamente gravose (si parla di circa il 40%), di fatto una vera e propria minaccia all’esistenza, tanto che per pagarle, in molti rimasero senza terre da coltivare. Minaccia che procurò sollevazioni di contadini su vasta scala”. I tributi all’amministrazione romana erano poi particolarmente odiati dai giudei poiché questa tassa era considerata il principale simbolo della loro schiavitù. Va però anche considerato che era severamente vietato al popolo ebraico di maneggiare le monete romane in quanto, avendo l’immagine dell’Imperatore, erano considerate “impure”. E l’impurità era sanzionata duramente. Violavano infatti il Primo Comandamento “Non avrai altro Dio all’infuori di me”. Di fronte alla domanda postagli dai farisei, Matteo ci riferisce che: “Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo. Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: questa immagine e l'iscrizione, di chi sono? Gli risposero: di Cesare. Allora disse loro: date a Cesare quello che è di Cesare, a Dio quello che è di Dio”(Ἀπόδοτε οὖν τὰ Καίσαρος Καίσαρι καὶ τὰ τοῦ Θεοῦ τῷ Θεῷ).

 

Ecco che la risposta che Gesù (Yehoshua) dette alla domanda provocatoria dei Farisei, definì già da allora in modo molto chiaro, inequivocabile e definitivo, la differenza che ci deve essere fra Stato e Chiesa. Il tributo è dovuto a Cesare, che rappresenta lo “stato laico”, in quanto le leggi in essere in Palestina in quel momento erano quelle ed andavano dunque rispettate. La religione, lo “stato celeste” non doveva quindi e non poteva sottrarvisi. Questo in coerenza anche con il fatto che gli ebrei sparsi nel mondo dal VI secolo a.C. circa (c.d. “della diaspora” ovvero “dispersi”, “esiliati”) erano e sono rigorosamente obbligati, ovunque essi siano, a rispettare le leggi di quel luogo. E Gesù (Yehoshua), non dimentichiamocelo mai, era ebreo (un Rabbi, ovvero un insegnante di Torah).

 

Detto questo veniamo alle 20.30 circa del 26.4.2020. Il Presidente del Consiglio Italiano Giuseppe Conte, in relazione al contagio da Coronavirus, annuncia "La fase 2 scatta dal 4 maggio prossimo e sarà comunque adattata all'andamento della curva dei contagi". E dopo aver enunciato una serie di interventi ci dice che “sulle messe e le cerimonie funebri c'è stata una fitta interlocuzioni con il comitato tecnico-scientifico, che non ha nascosto la propria rigidità”. Quindi conferma “la proroga delle restrizioni per le messe e l'apertura, ad un massimo di quindici persone tra i congiunti, delle cerimonie funebri, possibilmente all'aperto e mantenendo il distanziamento sociale”. Conte conclude l’argomento ringraziando la Cei per la sua comprensione. Si dimentica di ringraziare i Protestanti, i Cristiani Ortodossi e gli Ebrei (oltre a tutte le altre religioni), che hanno aderito senza problemi alle stesse restrizioni dei Cattolici ed in particolare si dimentica dei Mussulmani, che stanno festeggiando il Ramadan chiusi in casa, anch’essi senza alcun problema.

 

La Cei è la “Conferenza Episcopale Italiana”, l’Assemblea permanente di tutti i Vescovi della Chiesa Cattolica Italiana. Fra i suoi compiti c’è quello di “Mantenere i rapporti con le pubbliche autorità dello Stato Italiano”. Dopo solo pochi minuti dall’intervento del Presidente Conte, con toni mai sentiti prima, parte un attacco frontale contro di lui (quindi contro lo Stato Italiano, tenuto conto del ruolo che ricopre) proprio da parte della Cei, in rappresentanza di tutti i vescovi italiani, quindi della Chiesa Cattolica. Di fronte alla proroga suindicata, peraltro perfettamente in linea con quanto chiesto a tutti i cittadini italiani, la Cei tuona dicendo: ”I Vescovi Italiani non possono accettare di vedere compromesso l'esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l'impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale”.

 

Tradotto in “vaticanese” vuol dire che non solo lo Stato Italiano sta “violando il diritto di culto”, paragonando questa decisione a quella presa da Mussolini contro gli ebrei con le leggi razziali, bensì si dice allo Stato Italiano che se non viene rivista subito la decisione in parola, la Chiesa cesserà di dare il suo contributo economico a favore dei poveri, così sostanzioso in questo periodo (cosa c’entrano altrimenti i poveri?). Ecco poi che i Vescovi proseguono il loro intervento decidendo di decidere cosa dovrebbe fare il Governo Italiano: “Il governo dia indicazioni di carattere sanitario, ma è la Chiesa a organizzare la vita della comunità”. Che sempre tradotto in “vaticanese” vuol dire: “A noi non interessa affatto se c’è il coronavirus, che ha mietuto solo in Italia 27.000 morti e circa 250.000 nel mondo. E tantomeno se questa strage può proseguire od aumentare se non teniamo duro ancora per un po', rispettando noi per primi le regole chieste dagli scienziati a tutti gli italiani (popolo che è stato il più duramente colpito) e che sono applicate in tutto il mondo. I nostri riti vengono prima e non consentircelo è “anatema” (come diceva S. Paolo). In pratica, formalmente, una sorta di inverosimile ed anacronistica “scomunica” al Governo Italiano, che Conte (con S. Padre Pio nel portafoglio) rappresenta, applicando un comportamento che è l’esatto opposto di quanto ha detto – come abbiamo visto - proprio quel Gesù (Yehoshua) che ci guarda dagli altari di tutte le chiese.

 

E la Cei lo fa con un’arroganza mai vista nei “tempi moderni”che fa pensare che non si siano resi conto, che non siamo più nel medioevo . Ma a rendere ancora più grottesca la circostanza (se è possibile), già di per sé esecrabile, interviene anche immediatamente Mons. Giovanni d’Ercole, Vescovo di Ascoli Piceno, grande frequentatore dei media, che, abbandonando il suo proverbiale “aplomb” britannico, con toni esasperati e da portuale, dice testualmente: “Le parole di Giuseppe Conte sono state veramente dei macigni che hanno bloccato veramente un dialogo che era sincero, ma poi alla fine non si può essere fregati nella vita”. Dice proprio “non si può essere fregati”, inusitata espressione non proprio degna di un Vescovo. Anche perché se il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che rappresenta istituzionalmente tutta l’Italia, ha “fregato” la Chiesa Cattolica, se ne desume che è un “truffaldino” e che tale è tutto il Popolo Italiano. Ma il telegenico Vescovo non si ferma qui.

 

All’accusa vaticinante che nessuno ha fatto, che la Chiesa sarebbe un “luogo di contagio”, Mons. d’Ercole ha urlato, rosso in faccia: “La Chiesa non è il luogo dei contagi. Comitato Scientifico: ma chi ve l’ha detto che la Chiesa è il luogo dei contagi?”. Ed ha proseguito: “E’ un arbitrio, è una dittatura questa, quella di impedire il culto''. E poi, sempre urlando: “bisogna che il diritto al culto ce lo diate, altrimenti ce lo prendiamo”. Ha detto proprio così: “altrimenti ce lo prendiamo!”. Non vado oltre. Parla quindi di “dittatura” e di violazione del “diritto di culto”, proprio quello che accadde sotto gli occhi di Papa Pio XII nei confronti degli ebrei. Papa Pio XII che di nulla si accorse, nemmeno dei 1.259 ebrei che vennero arrestati a pochi metri dai suoi occhialini (antesignani di quelli di John Lennon) a Roma. Di questi 1.022 furono deportati ad Auschwitz e solo 16 tornarono (solo una donna). Di fronte alle prese di posizione della Cei, inammissibili sia sotto il profilo formale che sostanziale (la Città del Vaticano è uno stato Straniero come tutti gli altri), fortunatamente il 28 aprile scorso è intervenuto Papa Francesco, che introducendo la messa mattutina a Santa Marta, ha detto: “In questo tempo nel quale si incominciano ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e dell’obbedienza alle disposizioni perché la pandemia non torni“.

 

Invita dunque a rispettare le regole chieste dal Governo, dettate da saggia prudenza. E così facendo ha onorato il pensiero di quel Gesù (Yehoshua), che per lui e per tutti i cattolici è il massimo referente ed ha ricordato a tutti i Vescovi Italiani di non discostarsi mai dal pensiero del Maestro. La Cei, di fronte a questo intervento, ha farfugliato che non intendeva attaccare il Governo Italiano. E così adesso, come si usa dire, “palla al centro” che comincia la mediazione. Ma visto che siamo in tema, mi permetto umilmente ricordare alla Cei quanto disse, sempre Gesù (Yehoshua), in tema di preghiera, quindi di culto, sia “pubblico” che “personale”, laddove la parola “culto, dal latino “cultus” (“coltivaazione”, “venerazione”) vuol dire: ”Manifestazione interiore o esteriore del sentimento religioso, come ossequio individuale o collettivo reso alla divinità” (Enciclopedia Treccani).

 

Leggiamo allora insieme proprio la versione della Cei, di per sé esplicativa del pensiero di Gesù (Yehoshua): “Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate”. Bene: chi ha orecchi da intendere, intenda.

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