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Mi sono chiesto cos'è il cristianesimo da quando a 13 anni un monsignore (tirato a lucido) mi cacciò malamente dalla chiesa: ero coperto dalla melma spalata nelle strade devastate dall’Arno

Il Cristianesimo che mi avevano raccontato a “Dottrina”, fatto di domande e di risposte “preconfezionate”, non mi aveva mai convinto. Credo di averlo davvero capito solo accanto a Padre Fabrizio Forti, pochi anni fa (ora ho 70 anni), una mattina presto al carcere di Rovereto, dove andavo ogni quindici giorni a parlare del Gesù della storia a detenuti di tutte le etnie e quindi di tutte le religioni
DAL BLOG
Di Riccardo Petroni - 08 May 2021

Ha pubblicato “Yehoshua ben Yosef detto Gesù – La sua vera storia – la forza delle sue idee”, “Il Vangelo Segreto di Gesù”, “Gesù di Betlemme” e “Il Ritorno alla Casa di Israele (il Noachismo)”

E’ da quando ero molto giovane che mi chiedo seriamente cos’è il Cristianesimo. E credo di averlo davvero capito solo accanto a Padre Fabrizio Forti, pochi anni fa (ora ho 70 anni), una mattina presto al carcere di Rovereto, dove andavo ogni quindici giorni a parlare del Gesù della storia a detenuti di tutte le etnie e quindi di tutte le religioni.

 

Il Cristianesimo infatti che mi avevano raccontato a “Dottrina”, fatto di domande e di risposte “preconfezionate”, non mi aveva mai convinto. Poi, nel 1966 (avevo 13 anni), vi fu l’alluvione nella mia città: Firenze. E una domenica. Andando a messa, come era di rito, in un quartiere della città che non era stato inondato, fui cacciato malamente dalla Chiesa da un panzuto monsignore di turno, tirato a lucido, poiché ero entrato in quel “luogo sacro” coperto dalla melma spalata nelle strade devastate dall’acqua torbida, fuoriuscita dall’Arno. Non rimisi così piede in una Chiesa per svariati anni.

 

Sempre più alla ricerca del “cristianesimo”, quello che non studi sui libri diteologia”, bensì quello che puoi avvertire nel cuore, iniziai così ad approfondire, grazie a mia zia Mimma, Suora di Clausura alle Carmelitane Scalze di Napoli, il “Cristianesimo Ortodosso” e in particolare quello dei “Padri del deserto”. Cristianesimo che era stato scomunicato dal rappresentante del Papa nel 1054 a Costantinopoli e che era rimasto tale per circa 1.000 anni, fino al 1967, quando, sempre ad Istanbul, Papa Paolo VI lo “sdoganò”.

 

Che grande influenza hanno avuto su di me quelle letture. Dal “Pellegrino Russo” alla “Filocalia”. Mondi nuovi del tutto sconosciuti ai più. “Filocalia” significa “amore della bellezza”. Non quella esteriore. Quella interiore.

 

E’ una mastodontica raccolta - fondamentale nella Chiesa d’Oriente - di pensieri ascetici e patristici, dal III al VI secolo d.C. Sono gli scritti giustappunto dei “Padri del deserto”. Uomini che si ritirarono nelle grotte dei deserti di Scete e di Nitria, di Palestina e di Siria. La loro Chiesa era il cielo, la terra e il vento. Sono antiche pergamene greche, copte, armene e siriache pubblicate per la prima volta nel 1793 a Pietroburgo in paleoslavo, nel 1877 in russo, nel 1951 a Londra, nel 1953 in Francia, nel 1956 in Germania e diffuse oggi in tutto il mondo.

 

Scoprì dunque che è lì, nel deserto e nelle sue grotte, che è nato il “Cristianesimo”. Quello ascetico orientale. Così almeno pensai. Con S. Antonio Abate, nato intorno al 250 a Coma, villaggio dell’alto Egitto. E poi la “preghiera perpetua”, introdotta da Gregorio del Sinai, definita lo “joga cristiano” in quanto ripete all’infinito “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me”, proprio come “l’OM” induista.

 

E “l’Hesychia” (dal greco ἡσυχασμός ovvero calma, pace, tranquillità, assenza di preoccupazione), ovvero la “quiete interiore”, l’equilibrio che si acquisisce nell’impassibilità di fronte al disordine che ci circonda. L’identificazione di se stessi con il “gran Padre di tutti i cieli”. A sua immagine e somiglianza “spirituale”, in perfetta coerenza con quanto ci aveva lasciato detto Gesù: “Il regno dei Cieli è dentro di voi”. Quanti anni ho dedicato con passione a quei testi, rimasti scomunicati, come detto, per quasi mille anni.

 

E poi le liturgie di rito orientale. Musiche e canti celestiali, così magistralmente interpretati da Rachmaninoff, che ascoltavo insieme alle canzoni dei Beatles, di cui mi ero innamorato già dal 1962. E le icone russe. Sacre immagini dipinte da mani ignote su improvvisate tavole di legno. Spesso da contadini, che isolati nelle steppe o dai ghiacci, intendevano rendere omaggio ai sacri eventi con la rude semplicità del loro lavoro quotidiano. E trasformavano così in Chiesa la loro umile casa, proprio come facevano i primi cristiani. Quanta dolcezza su quei volti dipinti con tanta fede. La fede della povera gente. Quella di mia nonna Ada. O dell’Ernesta, nonnina che mi abitava accanto a Modena ai tempi dall’attentato al Papa. E di mio nonno Angelo, che ancora alla mia attuale età faceva il posteggiatore all’aperto davanti al cimitero di Trespiano a Firenze.

 

E poi la ricerca di cosa fosse il “cristianesimo” mi portò a “Cammino”, di padre Josemaria Escrivà ed agli altri suoi scritti, con la “beatificazione del lavoro ordinario” dell’Opus Dei. Per essere santi non è necessario essere persone speciali, bensì è necessario svolgere al meglio i compiti che il buon Dio ti ha assegnato qui sulla terra, dove ti trovi in questo momento. La santità infatti non sta sugli altari che odorano di incenso, bensì “sul marciapiede”, in ogni attività che svolgiamo, qualunque essa sia, in grado di trasmettere agli altri, concretamente, i “valori evangelici”.

 

E così arrivò anche per me il nuovo millennio, con il viaggio in Terra Santa, da “Cavaliere del Santo Sepolcro di Gerusalemme”, insignito da Papa Wojtyla e l’incontro con il Patriarca di Gerusalemme. E con me avevo quell’icona da viaggio russa della “Madonna dell’Aiuto”, che appoggiai sul S.Sepolcro e che sempre mi sono portato con me nella mia vita girovaga. E infine, inevitabilmente, mi immersi nell’immenso “corpus” di testi Canonici ed Apocrifi, che mi precipitai ad andare a vedere “dal vivo” alla London Library a Londra.

 

In quei testi capii:

- che il “circonciso” Gesù era nato e morto ebreo e che niente aveva a che fare con il Cristianesimo, che non ha fondato e che non avrebbe voluto fondare. Fu creato infatti da Paolo di Tarso una quindicina di anni dopo la sua morte, con la definitiva rottura con il mondo ebraico che Gesù non avrebbe mai abbandonato e conseguente spostamento sul mondo pagano.

- che i primi, unici e autentici seguaci del pensiero di Gesù erano degli ebrei, i cosiddetti “Giudeo-Messianici” (e non i “cristiano-pagani” di Paolo), quel gruppo di ebrei, a partire dagli Apostoli, che credevano che Gesù fosse il “Messia atteso” dagli ebrei e solo dagli ebrei. “Cristo” infatti è la traduzione precisa della parola ebraica “Messiah”, “Messia Ebraico”. Ebrei capitanati da “Giacomo il Giusto”, fratello di Gesù, primo “Vescovo” (ἐπίσκοπος = capo di una comunità di fedeli) a Gerusalemme per oltre 25 anni (quindi non Pietro). Giacomo il Giusto che riteneva che la “fede” senza le “opere” fosse del tutto inutile, come aveva chiaramente scritto nella sua Lettera “Canonica”, ovvero ritenuta autentica anche dalla Chiesa.

 

Per essere seguaci di Gesù quindi, mi dissi, ci vogliono “i fatti” e non “l’esegesi teologica”, puro “volo pindarico”, “utopia” allo stato puro. In poche parole: “chiacchiere”. Ma torniamo a quella mattina con Padre Fabrizio in carcere a Rovereto.

 

Dopo essermi sottoposto ai controlli previsti per entrare, fui accompagnato da una guardia carceraria, come di consueto, al secondo piano, dove si trovavano detenute le donne.

 

Arrivato in quello che comunemente viene definito “il braccio femminile”, orrida definizione che non corrispondeva affatto a quello che era l’ottimo “clima interno” di quella casa Circondariale, mi incamminai verso il parlatorio, dove ad aspettarmi c’era un sorridente Padre Fabrizio. Mentre ci stavamo salutando una guardia carceraria ci interruppe e disse a Padre Fabrizio: “Guardi che in quella cella c’è Maria (nome di fantasia per rispetto della privacy). E’ stata arresta stanotte per aver ucciso il figlio”. Infanticidio dunque.

 

Un brivido gelido percorse fulmineo la mia spina dorsale. Padre Fabrizio, con la massima calma le disse: “Portami da lei”. I due si incamminarono (e io dietro) in quel corridoio che mi sembrò interminabile. Ricordo ancora che un sinistro rumore metallico accompagnò l’apertura della cella. All’interno c’era Maria distesa per terra, immobile come morta.

 

C’eravamo solo io, Maria e Padre Fabrizio, che si inchinò, l’afferrò e la rimise in piedi. Poi l’abbracciò forte forte e la strinse a sé. E quell’abbraccio ebbi l’impressione che non finisse mai. Poi, sereno, Padre Fabrizio le disse: “Cara Maria, forza, che da oggi si riprende il cammino insieme”. Tornai a casa stordito e per parecchi giorni lo rimasi. Non ero preparato a questo. Ma finalmente avevo capito cos’era il “Cristianesimo”.

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