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Per Giacomo ''la fede senza le opere è morta'', Paolo predicava l'opposto: ecco perché la Chiesa ha dimenticato il fratello di Gesù

Giacomo il Giusto era quindi inevitabilmente una figura troppo scomoda e “imbarazzante” per la Chiesa. Era allora meglio cancellarla del tutto. E così è stato
Dal blog di Riccardo Petroni - 01 settembre 2019 - 12:54

Abbiamo visto nel precedente articolo che il vero successore di Gesù a Gerusalemme non fu Pietro (se non per un breve periodo), bensì Giacomo il Giusto. Andiamo allora avanti su questa disamina. A tale riguardo è da tenere presente che Giacomo il Giusto, da “fratello del Signore” poteva vantare l’appartenenza al gruppo familiare di Gesù, “status” che Pietro non aveva. Su questo argomento così scrive Giannotto, Professore di Storia del Cristianesimo e Storia delle origini cristiane all’Università di Torino riferendosi agli ambienti ebraici del I secolo d.C.: “L’identificazione del successore all’interno del gruppo familiare, nella convinzione che sia una qualità del sangue che si trasmette per via ereditaria, è la modalità con cui i gruppi risolvevano il problema della successione dei capi carismatici”.

 

Riprova di quanto detto è che altri familiari di Gesù ebbero successivamente ruoli importanti nella Comunità, come ci ricorda Egesippo (III secolo d.C.) per il tramite di Eusebio di Cesarea (VI secolo d.C.), che in Storia Ecclesiastica cita Simeone, cugino di Gesù, indicandolo come successore di Giacomo il Giusto. E sempre Eusebio di Cesarea ci parla anche di alcuni altri parenti di Gesù che furono, ancora al tempo di Domiziano (51-96 dC.), a capo di comunità giudaico-cristiane. Ma altre due circostanze (oltre a quelle già citate) tratte dai testi “Canonici” mettono in evidenza in modo inequivocabile che fu Giacomo il Giusto il vero successore di Gesù a Gerusalemme.

 

La più importante è certamente quella relativa al Concilio di Gerusalemme, avvenuto nel 46 d.C. di cui ci parlano molto dettagliatamente gli Atti degli Apostoli. Il tema – sollevato da Paolo – era se accettare o meno i pagani nelle Comunità da lui fondate al di fuori di Gerusalemme, consentendo loro di non aderire alle rigide regole ebraiche (circoncisione, regole alimentari, rispetto del sabato ecc.). Dice il testo: “Poiché Paolo e Barnaba discutevano animatamente (..su quanto sopra..), fu stabilito che andassero a Gerusalemme dagli Apostoli e dagli anziani. Giunti a Gerusalemme, furono ricevuti dalla Chiesa, dagli Apostoli e dagli anziani e riferirono tutto ciò che Dio aveva compiuto”. (non dice che fu ricevuto in primis da Pietro). Iniziò così una lunga disamina sull’argomento.

 

All’inizio “si alzarono alcuni della setta dei farisei, che erano diventati credenti, affermando che è necessario circonciderli e ordinar loro di osservare la legge di Mosè (ovvero la Torah). Si alzò allora Pietro e disse: “Noi crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati e nello stesso modo lo siano anche i pagani”. Affermò quindi di essere assolutamente a favore del fatto di aprire agli “incirconcisi” (che peraltro aveva già battezzato). Ma quanto da lui sostenuto non convinse affatto i presenti, tanto che “tutta l'assemblea tacque”. A questo punto prese la parola Giacomo il Giusto , e disse:“Fratelli, ascoltatemi. Io ritengo che non si debba importunare quelli che si convertono a Dio tra i pagani, ma solo si ordini loro di astenersi dalle sozzure degli idoli, dalla impudicizia, dagli animali soffocati e dal sangue”.

 

d a seguito di questo suo intervento l’Assemblea presente autorizzò. Fu dunque l’intervento di Giacomo il Giusto, oramai da tempo capo indiscusso della comunità giudeo-messianica (e non quello di Pietro) a sbloccare questa complessa e delicata situazione. E Giacomo il Giusto, ebreo osservante, acconsentì all’avvicinamento dei pagani nelle “colonie” fondate da Paolo esclusivamente in virtù della “Prima Alleanza Noachide”, quella fatta – secondo la tradizione ebraica - da Yahvè con Noè ( שבע מצוות בני נח - Sheva Mitzvot B'nei Noah), che prevedeva che chi avesse rispettato dopo il Diluvio Universale i precetti suindicati (Sintesi delle”7 Regole Noachidi”) avrebbe avuto libero accesso al mondo dell’Aldilà, sarebbe tornato in quel Giardino dell’Eden dal quale erano stati cacciati Adamo ed Eva, per il fatto di aver trasgredito la Sua volontà.

 

Così scrive Robert Eisenman, della California State University di Long Beach, studioso specializzato su Giacomo il Giusto: “Quelle regole fanno Parte della Prima Alleanza stretta con Mosè sul Monte Sinai e della precedente Alleanza fatta con Noè”. Ma la questione dell’apertura nei confronti dei pagani che avessero rispettato le “Leggi Noachidi” (quindi i “Noachisti”, dei quali parleremo in futuro) che sembrava risolta, ebbe un drammatico seguito. E protagonisti furono proprio Paolo e Pietro. Ce lo racconta in modo compiuto la Lettera ai Galati, scritta da Paolo di Tarso tra il 54 e il 57 d.C., dunque pochi anni dopo il Concilio di Gerusalemme (la Galazia si trovava nell'odierna Turchia, nei dintorni dell'attuale capitale Ankara). La Lettera di Paolo ai Galati denuncia in modo durissimo il grave comportamento di Pietro che, in visita a quella Comunità, alla presenza di Paolo, sconfessò la decisione presa nel corso del “Concilio di Gerusalemme” di aprire ai pagani, rifiutandosi “ufficialmente” di pranzare e di dialogare con loro.

 

Afferma Paolo che allorché si recò a Gerusalemme in occasione del “Concilio” la decisione di procedere all’avvicinamento dei pagani, previo rispetto delle leggi Noachidi, venne “da parte delle persone più ragguardevoli che non hanno imposto nulla di più (di quelle leggi)”. E prosegue così la lettera: “Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi”. Sulla sequenza...Giacomo...Cefa...Giovanni... così si esprime Claudio Giannotto: “L’ordine dei nomi della triade non è irrilevante. Ed il primo posto occupato da Giacomo indica verosimilmente che gli veniva riconosciuta una funzione speciale all’interno del gruppo dirigente, una sorte di primato d’onore e questo primato è confermato dal ruolo che egli eserciterà durante il cosiddetto Concilio di Gerusalemme”.

 

Bene: eccoci allora alla domanda finale. Ma se, come risulta chiaro da quanto fin qui detto, fu Giacomo il Giusto il vero successore di Gesù, perché è stato cancellato del tutto dalle vicende Evangeliche, tanto che la sua figura è del tutto sconosciuta (se non a pochi “addetti ai lavori”)? Ecco che se lo chiede anche Reza Aslan, Professore all’Università della California di Riverside e member of American Academy of Religion “Perché Giacomo è stato quasi del tutto rimosso dal Nuovo Testamento ed il suo ruolo nella Prima Chiesa è stato assunto da Pietro e Paolo, nell’immaginario di gran parte dei cristiani moderni?”.

 

I motivi sono tre.

 

Il primo è l’imbarazzo del fatto che Giacomo è inequivocabilmente definito da tutte le fonti “il fratello di Gesù”. Definizione che cozza irrimediabilmente con il dogma della verginità perpetua di Maria, che presuppone che non abbia avuto altri figli. Interessante evidenziare che la parola greca usata dai Vangeli per definire “i fratelli” è αδελφόι che indica i fratelli consanguinei, o al massimo fratelli con un genitore in comune, in pratica i “fratellastri”. Ma quando si tocca questo argomento la Chiesa si affretta a dire che può voler dire anche “cugini”. Bene: la confusione e l’imbarazzo su questo argomento è tale che per i protestanti Giacomo è “fratello carnale”, per i cristiani ortodossi è “fratellastro”, per i cattolici è “cugino” di Gesù.

 

Il secondo è giustappunto il fatto che fu Giacomo e non Pietro il vero successore di Gesù. Evento che contraddice ciò che ci è stato tramandato, in relazione, come abbiamo visto, alla famosa frase: “Tu sei Pietro e su questa Pietra edificherò la Mia Chiesa”.

 

Il terzo è perché Giacomo il Giusto nella sua lettera Canonica sostiene una tesi esattamente opposta a quella di Paolo di Tarso, diventato poi San Paolo, il più “gettonato” nel mondo cristiano, per i motivi che vedremo. Paolo infatti sosteneva: “L’uomo non è giustificato per le opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo”. Un uomo, nel significato ebraico, è “giustificato”, quando si è “reso giusto di fronte a Dio”. Dunque per Paolo è la fede in Gesù risorto e non le opere a far entrare nel Regno di Dio. Giacomo invece predicava l’opposto: “La fede senza le opere è morta!”.

 

Su questo punto così scrive Bruno Maggioni: “La lettera di Giacomo contraddice il centro della teologia di Paolo. Paolo sostiene che la fede salva, non le opere. Giacomo invece sostiene che l’uomo e’ “giustificato” dalle opere e non dalla fede soltanto”. Giacomo il Giusto era quindi inevitabilmente una figura troppo scomoda e “imbarazzante” per la Chiesa. Era allora meglio cancellarla del tutto. E così è stato.

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