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''Perché Dio non interviene per fermare l'epidemia?'', come l'ebraismo spiega l'origine dei mali e perché tutto è rimesso al ''libero arbitrio''

La Pasqua si chiama “Pesach”, in ebraico “פסח” e significa "passaggio”. Dura 8 giorni (7 giorni in Israele). Quest’anno la Pasqua Ebraica da noi cade dalla sera dell’8 aprile alla sera del 16 aprile. Commemora la fuga degli ebrei dall’Egitto verso la “Terra Promessa”. Parte da una tragedia per spiegare una rinascita ed ecco perché quando chiesi ad un mio amico Rabbino, dopo la visita a Dachau: “Dov’era Dio nei giorni di quello sterminio?” lui rispose: “E dov’erano gli uomini durante quello sterminio?”
DAL BLOG
Di Riccardo Petroni - 11 April 2020

Ha pubblicato “Yehoshua ben Yosef detto Gesù – La sua vera storia – la forza delle sue idee”, “Il Vangelo Segreto di Gesù”, “Gesù di Betlemme” e “Il Ritorno alla Casa di Israele (il Noachismo)”

In questo drammatico periodo di “coronavirus” e di conseguente obbligata permanenza in casa, ed inoltre in periodo di Pasqua, ho letto da più parti che molti credenti si chiedono affranti: “Perché Dio non interviene per debellare nel mondo questo tremendo flagello, che colpisce anche i più deboli e più poveri?”. Bene: chiuso anch’io – come doveroso – fra le pareti domestiche e quindi indotto ad una maggiore riflessione, vorrei contribuire con un mio piccolo pensiero personale, al fine di approfondire questo tema che, alla fine, è cruciale per chi crede.

 

E per farlo, partirei proprio dalla ormai imminente Pasqua. Scrive Giovanni nel suo Vangelo: “Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei”. Gesù (Yehoshua) si apprestava quindi a festeggiare la più importante commemorazione dell’ebraismo, religione che lui, da Rabbino, professava e insegnava. Quindi, per comprendere il vero significato che la Pasqua aveva per Gesù (Yehoshua), bisogna giocoforza calarsi nel pensiero ebraico. La Pasqua si chiama “Pesach”, in ebraico “פסח”e significa "passaggio”. Dura 8 giorni (7 giorni in Israele). Quest’anno la Pasqua Ebraica da noi cade dalla sera dell’8 aprile alla sera del 16 aprile. Commemora la fuga degli ebrei dall’Egitto verso la “Terra Promessa”, quindi la loro emancipazione dalla schiavitù, alla quale erano sottoposti in quel territorio. Ricorda quindi il viaggio che gli ebrei fecero attraverso il deserto verso la libertà.

 

Viaggio durato 40 anni, capitanato da Mosè (descritto nell’Esodo - יציאת מצרים ). La prima sera di Pesach si commemora (dal 1.200 a.C. circa) con il “Seder di Pesach” (Cena Pasquale). Ed a tavola viene servito pane azzimo (non lievitato) in quanto, dovendo fuggire, non ebbero il tempo di attenderne la lievitazione. E poi erbe amare, in memoria dell’amarezza della schiavitù in Egitto e vino, simbolo di gioia e di felicità. E poi l’agnello pasquale, che va mangiato in ricordo di quanto avvenne, sempre alla vigilia della fuga dall’Egitto, come ci riporta la Bibbia: “Ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. Se la famiglia fosse troppo piccola per consumare un agnello, si assocerà al suo vicino, al più prossimo della casa, secondo il numero delle persone; calcolerete come dovrà essere l'agnello, secondo quanto ciascuno può mangiarne”.

 

La libertà dunque è il tema di fondo della Pasqua. Si legge così nel sito it.chabad.org (Chabad Lubavitch: primario movimento ebraico ortodosso, diffuso a livello internazionale): “Per Pesach celebriamo la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù in Egitto e, al tempo stesso, dall’antico sistema di vita egizio, ed il rifiuto dei suoi costumi. Perciò insieme alla nostra liberazione fisica festeggiamo la nostra redenzione spirituale. Infatti, l’una non può esistere senza l’altra. Non ci può essere vera libertà, se non accettando come guida nella nostra vita di ogni giorno i precetti della Torà (la Bibbia)”. Ma andiamo per gradi. Se parliamo infatti di “libertà” in senso “teologico”, va detto innanzitutto che l’ebraismo non concepisce il “dogma” , come avviene nella Chiesa Cattolica.

 

La parola “dogma” deriva dal greco “δογμα” e significa “decisione, giudizio, decreto, dottrina religiosa”. Per “dogma della Chiesa” si intende un pronunciamento del Papa o di un Concilio in unione con il Papa, per definire espressamente una verità di fede che deriva da una rivelazione di Dio. I 10 Dogmi espliciti della Chiesa sono dunque aspetti teologico-dottrinali definitivi. La loro messa in discussione è eresia e comportava nelle epoche passate anche la messa al rogo. Nell’ebraismo, al contrario, il fondamento di tutto si trova nel “libero arbitrio”, cioè nella capacità di ciascuno di noi di scegliere liberamente fra il “bene” ed il “male”. Questo, in coerenza con il concetto che Dio ha creato l’Universo nel segno dell’imperfezione, come ci ricorda Rav Elia Benamozegh (1823 – 1900), considerato il Rabbino italiano più influente dell’800: “Già all’inizio, la creazione si presenta sotto il segno dell’incertezza e dell’imperfezione, che raggiunge il culmine con la creazione dell’uomo: creando libero l’uomo, Dio ha infatti introdotto nell’Universo un fattore radicale d’incertezza. Dio, con il suo Adamo, mette infatti a rischio l’intera sua creazione”.

 

Dio “mette a rischio l’intero creato” in quanto dà ad Adamo (ed Eva), la facoltà di tradirlo, circostanza che poi avviene realmente. Ecco che il mondo, che Dio stesso aveva creato, gli apparve così tanto imperfetto che “si pentì di averlo creato”. E questo perché “la malvagità dell’uomo era grande sulla terra ed ogni disegno concepito dal suo cuore era unicamente rivolto al male, tutto il giorno”. E Dio si pentì al punto tale da distruggere il mondo per “affogamento”, mandando il “Diluvio Universale”, dal quale si salvarono solo i pesci, Noè e la sua famiglia ed ogni coppia di animali viventi, in modo che potessero riprodursi in una nuova generazione completamente staccata dalla precedente.

 

E riguardo al “male” così si esprime Riccardo Di Segni, Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Roma: ”Il male sta nelle nostre possibilità di scelta. Il male che è dentro di noi è la pulsione a commettere azioni che non sono consentite”. Quanto abbiamo fin qui detto corrisponde alla visione ebraica delle “Due Vie”, e quindi la “Via della Vita” e la “Via della Morte”. Si legge infatti nel “Testamento di Aser”, figlio di Giacobbe, uno dei padri dell’Ebraismo: “Dio diede due vie ai figli degli uomini, due strade e due luoghi e due mete. Perciò tutte le cose sono due, una opposta all’altra. Due vie, quella del bene e quella del male, per le quali ci sono due istinti che la determinano”. E così è scritto nel “Manuale di Disciplina” della Comunità di Qumran: “Dio ha disposto per gli uomini due spiriti. Questi sono gli spiriti della verità e gli spiriti dell’ingiustizia. In una sorgente di luce sono le origini della verità e da una fonte di tenebra le origini dell’ingiustizia”.

 

E recita così l’Epistola di Barnaba (70 – 132 d.C.): “Vi sono due vie dell’insegnamento e della libertà: quella della luce e quella delle tenebre” Disse infine Mosè al popolo d’Israele, nel momento nel quale si staccò da loro: “Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita”. Ma se l’uomo è stato creato con la libertà di scegliere fra il “bene” ed il “male”, questo vuol dire che è l’uomo, e non Dio, il responsabile del bene e del male che fa a sé stesso ed agli altri. Ecco allora che se avvengono dei cataclismi e siamo tutti subito a dire che sono i più deboli ed più poveri a dover subire le peggiori conseguenze, usando l’espressione “piove sempre sul bagnato”, è esclusivamente perché sono gli uomini che hanno ridotto in povertà ed alla fame quelle moltitudini di loro simili. Persone che risulteranno così, alla fine, i più crudelmente colpiti da quella disgrazia. E certamente, se quegli stessi cataclismi fossero stati affrontati, da subito e da tutti, con generosità e spirito fraterno, invece che con egoismi e chiusure, il risultato sarebbe stato, come è sotto gli occhi di tutti anche con il coronavirus, molto diverso.

 

Concludo dicendo che chiesi ad un mio amico Rabbino, dopo la visita a Dachau: “Dov’era Dio nei giorni di quello sterminio?”. E il Rabbino mi rispose con un’altra domanda, come è uso nel mondo ebraico (lo faceva anche Gesù-Yehoshua): “E dov’erano gli uomini durante quello sterminio?”. Ma su questa stessa linea di pensiero sembra essere anche il Dalai Lama, quando afferma: “Ciascuno di noi è l'artefice del suo destino, spetta a noi crearci le cause della felicità. È in gioco la nostra responsabilità e quella di nessun altro”.

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