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Quando, come ''fazzoletto giallo'', sono salito su un ''treno bianco'' e ho accompagnato i malati a Lourdes per capire cos'è la fede

Scoprii un immenso mondo di immensa sofferenza, gestita quasi esclusivamente dalle mamme e una sconfinata tipologia di tremende malattie che non conoscevo. Non le conoscevo perché avevo fino ad allora scansato quel mondo. Malattie che certamente quel viaggio a Lourdes non avrebbe guarito, anche perché i casi di guarigione accertati ed accettati dalla Chiesa da quel lontano 1858 ad oggi sono 70 (ci vanno circa 5 milioni di persone all’anno). Ma allora, mi chiesi, perché andavano in quel luogo? Lo capii solo al rientro
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Di Riccardo Petroni - 15 maggio 2021

Ha pubblicato “Yehoshua ben Yosef detto Gesù – La sua vera storia – la forza delle sue idee”, “Il Vangelo Segreto di Gesù”, “Gesù di Betlemme” e “Il Ritorno alla Casa di Israele (il Noachismo)”

Il termine “fede” deriva dal latino “fides”: “Il fatto di credere con assoluta convinzione nella verità e giustezza di un assunto”. In poche parole vuol dire avere “fiducia” in qualcuno od in qualcosa. Si può avere una fede “politica”, una fede “calcistica” e così via. Oppure in una persona. E non a caso l’anello nuziale si chiama proprio “fede”. Ma più comunemente il termine “fede” si abbina ad una religione o più specificatamente a “Dio”. Io “ho fede in Dio”, si dice: “Io credo in Dio”. E di contro “io non credo in Dio”.

 

Fin qui le definizioni. Ma ci siamo mai chiesti cosa può voler davvero dire “nel proprio intimo” aver fede in Dio? Bella domanda. Io me l’ero posta, ma una risposta convincente non l’avevo trovata, anche perché non si parla di qualcosa di “tangibile”, bensì di un “sentimento profondissimo”. Penso però che mi fossi avvicinato a capire “la Fede in Dio”, paragonandola alla fiducia che un bambino ha nei confronti della propria madre. Una fiducia istintiva, irrefrenabile, viscerale, intoccabile e non descrivibile, che deriva dal fatto di essere stati nel suo grembo per nove mesi e da quello essere stati generati. La “madre” dunque, presenza e simbolo indelebile ed incommensurabile di sconfinata grandezza, paragonabile in forma “laica”, forse, solo all’Universo, che oltre ad essere infinito, tutto contiene, senza tempo e senza spazio.

 

Allora è da lì che dovevo iniziare la mia ricerca. Dalla “mamma”. Ed in particolare dalla “madre di tutte le madri”, da Myriam (Maria), la madre di Yehoshua ben Yosef (Gesù). Decisi così, una diecina di anni fa circa, di andare a Lourdes, dove è avvenuta la prima apparizione della Madonna, in una grotta ai piedi dei Pirenei , l'11 febbraio 1858. Maria apparve a Bernadette, una quattordicenne analfabeta e poverissima che disse: “Se la Santa Vergine mi ha scelto, è perché sono la più ignorante”. Bernadette, che essendo malata di asma (avendo avuto il colera), non poté neanche frequentare il Catechismo, quindi di religione non ne sapeva niente.

 

Decisi però che per cercare di capire cos’è “la fede” fosse necessario andarci, a Lourdes, con i “treni bianchi”, con i malati sulle barelle, con quelle povere persone ed i loro familiari, colpiti dalla vita nel profondo del loro essere, in forma irreversibile. E per poter stare il più possibile accanto a loro e vivere così con loro quel viaggio, detto “della speranza”, chiesi di andarci come “fazzoletto giallo”, addetto ai servizi più umili (qualunque cosa mi andava bene). Mi fu così assegnato il compito di servire a tavola: colazione, pranzo e cena. Non nego che già dalla partenza, alla stazione di Vicenza, mi resi conto che avrei affrontato una nuova esperienza molto intensa, alla quale non ero preparato. Ma sentivo che dovevo farla in uno spirito di umiltà assoluta, quella che nella mia vita non avevo mai avuto. Dovevo quindi “viverla con il cuore”, abbandonando tutti gli stereotipi che fino a quel giorno mi avevano condizionato.

 

Il clima davanti a quei treni, alla stazione, era quello che si vive in un film sulla prima guerra mondiale, con le tradotte militari che portano i feriti sulle barelle. Un indescrivibile via vai di familiari e di infermiere vestite di bianco che portavano e montavano sul treno i malati, che trovavano posto sulle carrozze appositamente attrezzate. A me avevano riservato una cuccetta nuda e cruda in uno scompartimento a sei. Potevo così iniziare ad avere un primo contatto umano. Ma quando entrai nella carrozza accanto, dove c’erano le barelle con i malati distesi (bambini, giovani, anziani) ed almeno un familiare (quasi tutte donne), capii subito quanto fortunata era stata la mia vita e fu proprio lì che decisi che, una volta andato in pensione, avrei dovuto “restituire” facendo volontariato di prima linea, gratuitamente. Già, fu proprio lì che mi venne infatti in mente la frase di Gesù: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.

 

Il viaggio fu interminabile (dura infatti più di 24 ore, con una lunghissima incomprensibile sosta al confine francese), ma quel tempo così lungo mi fu molto utile per comprendere quello che stavo facendo e per conoscere le persone che poi avrei dovuto servire a tavola e con le quali avrei voluto familiarizzare.

 

Ma facciamo un piccolo passo indietro e torniamo a Bernadette che quel giorno, nel lontano 1858, mentre andava a raccogliere la legna , vide “una signora vestita di bianco. Indossava un abito bianco, un velo bianco, una cintura blu ed una rosa gialla sui piedi”. Era una “piccola Signora giovane”, una “bellissima signora”. E da quel giorno di febbraio al luglio dello stesso anno, le apparizioni furono in totale 18. Bernadette fu presa per pazza e fortemente osteggiata sia dalla Chiesa che dal Governo Francese. A 22 anni si trasferì nel convento di Nevers, dove morì nel 1879, a 35 anni , di tubercolosi ossea. Quando arrivai a Lourdes di lei non sapevo niente. Comprai così un libretto e la prima cosa che mi colpì profondamente fu il suo volto ed in particolare i suoi penetranti occhi, determinati e fieri, l’opposto della figura ieratica che mi immaginavo.

 

Il fatto di servire a tavola mi consentì di avere un contatto diretto con le persone presenti: malati e familiari. Scoprii così un immenso mondo di immensa sofferenza, gestita quasi esclusivamente dalle mamme e una sconfinata tipologia di tremende malattie che non conoscevo. Non le conoscevo perché avevo fino ad allora scansato quel mondo. Malattie che certamente quel viaggio a Lourdes non avrebbe guarito, anche perché i casi di guarigione accertati ed accettati dalla Chiesa da quel lontano 1858 ad oggi sono 70 (ci vanno circa 5 milioni di persone all’anno). Ma allora, mi chiesi, perché andavano in quel luogo? Lo capii solo al rientro, sullo stesso treno, guardando negli occhi le stesse persone del viaggio di andata. Capii che tutti loro, proprio tutti, avevano ricevuto il miracolo dalla Madonna di Lourdes, quindi non solo quei 70 al mondo “catalogati”.

 

Proprio così. Maria non aveva guarito i loro cari “fisicamente”, ma aveva dato agli accompagnatori, come detto quasi tutte mamme, un poderoso rinforzato coraggio di affrontare quell’immane tragedia umana che le aveva colpite. I loro occhi, all’andata spenti, rientravano a casa brillanti e pieni di una potente forza interiore che oramai avevano perso. Era questo il grande miracolo che avevano ricevuto tutti, me compreso, da Maria, facendo quel viaggio. Quando fu l’ora di lasciarci, di nuovo alla Stazione di Vicenza, al rientro, mentre stavo salutando tutti, davvero commosso, una giovane ragazza sulla sedia a rotelle che avevo assistito, che poteva muovere solo un braccio ed esprimere delle semplici emozioni con il volto, mi sorrise, alzò quel braccio e mi invitò a “battere 5”. Le nostre mani così si incontrarono per un ultimo saluto. Poi, sparì nella folla. Capii così in pieno, in quel momento, cos’è “la fede”.

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