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Dovevano fare la diagnosi ad Arco, ma Regione e Asl si erano opposte e ora il tribunale le condanna, l'avvocato Schuster: ''Diritto fondamentale alla salute''

La Asl di Alessandria e Regione Piemonte avevano rifiutato di garantire la diagnosi genetica preimpianto ad una coppia, portatrice del gene del rene policistico, che aveva perso la piccola Stella per la stessa malattia. Schuster: "Incomprensibile però la decisione di compensare le spese legali"

Pubblicato il - 17 ottobre 2018 - 16:19

TRENTO. "Per la giudice è fuori discussione che la diagnosi è un diritto fondamentale a tutela della salute, come già stabilito dalla Corte europea per i diritti umani e dalla stessa Corte costituzionale nel 2015", queste le parole dell'avvocato Alexander Schuster nel commentare la sentenza del tribunale di Vercelli.

 

Il tribunale ha, infatti, condannato la Regione Piemonte e L'Azienda sanitaria di Alessandria a garantire la diagnosi genetica preimpianto alla coppia Barrot-Di Martino, portatori del gene del rene policistico. Esistono due forme di questa malattia, una autosomica dominante, più comune e tipica dell'adulto, e una autosomica recessiva, più rara e presente nell'infanzia. Entrambe possono portare all'insufficienza renale cronica. 

 

A inizio anno la coppia, già provata per la perdita della piccola Stella per questa patologia e dopo un mese in terapia intensiva, si era vista rifiutare l'autorizzazione a chiedere la prestazione di diagnosi genetica preimpianto al Centro di procreazione medicalmente assistita di Arco, tra i pochi centri pubblici attrezzati per tali indagini in Italia.

 

"L’Asl - dice Schuster - aveva resistito davanti al giudice e aveva chiesto l'intervento della Regione, la quale, pur a fronte della drammatica storia della coppia già colpita dal dolorosissimo lutto della prima figlia, aveva rivendicato una 'spiccata discrezionalità' in merito.

 

La svolta è arrivata lunedì 15 ottobre scorso, il tribunale di Vercelli ha accolto in modo totale la tesi dello studio legale dell'avvocato trentino e quindi condannato l'amministrazione a garantire la diagnosi in via diretta, quindi in Piemonte, oppure in via indiretta in mobilità interregionale. 

 

"Se la Corte - evidenzia l'avvocato - è pervenuta alla declaratoria di incostituzionalità per violazione del fondamentale diritto alla salute e riconoscendo che la discrezione del legislatore ordinario ha travalicato i propri limiti, non si vede come si possa concludere che per contro sussisterebbe legittima discrezionalità dell’amministrazione regionale piemontese a non garantire quel medesimo diritto fondamentale ad una procreazione cosciente e responsabile e della salute della donna, che ci concretizza nell’accesso alla prestazione di diagnosi genetica preimpianto. E la richiesta di un’assistenza obbligatoria altro non è che il diretto corollario di quanto statuito dalla giurisprudenza costituzionale sulla prevalenza del diritto assoluto alla salute".

 

Attraverso l’assocazione La mano di Stella, Cindy Barrot è attiva per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della diagnosi preimpianto e sulle contraddizione del contesto italiano: "Come si possono sostenere interamente i costi dell’interruzione di gravidanza e della terapia intensiva, ma non garantire le tecniche che consentono di prevenire la sofferenza alla donna, ma anche al nascituro condannato a malattia o morte certa?".

 

"In Italia - aggiunge Schuster - pare solo Toscana e Provincia di Trento garantiscano queste prestazioni nel regime pubblico. Il problema è quindi nazionale. E' la prima decisione in Piemonte e la seconda dopo un precedente lombardo. Abbiamo altre coppie che si sono rivolte a noi: a breve procederemo a ulteriori cause. In molte necessitano di tali screening genetici e regioni (e Governo) rimangono sordi alle loro richieste".

 

Non tutto però si è concluso nel migliore dei modi in quanto il tribunale ha compensato le spese legali. "L’Amministrazione - prosegue l'avvocato - riesce così con successo a negare il diritto alla salute. Pur avendo vinto, la coppia di fatto subisce una beffa: dovrà sostenere costi equivalenti a quella prestazione che potevano ottenere privatamente subito, senza attendere i mesi di una causa".

 

"Questa decisione del giudice - osserva Barrot - è incomprensibile. Viviamo con lo stipendio da operaio di mio marito e per questo non potevamo rivolgerci a cliniche private. È stato riconosciuto il torto della Regione, ma dobbiamo tirare fuori quegli stessi soldi perché abbiamo 'osato' chiedere giustizia, soldi che non avevamo e che non abbiamo. Adesso capisco perché l’amministrazione dice sempre e comunque di 'No': il banco vince sempre".

 

Ora la Regione sta valutando se presentare un reclamo. "La decisione del giudice è un problema diffuso nei tribunali italiani - conclude Schuster - che mina le fondamenta stesse dello Stato di diritto: la giustizia rimane un diritto dei ricchi".

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