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Al Festival dell'Economia si parla di ''Fuga di cervelli'': ogni anno è come se scomparisse una città delle dimensioni di Trento

Secondo la ricerca presentata nel corso del festival la perdita di capitale umana ha un valore che si avvicina ai 43 miliardi di euro

Pubblicato il - 01 June 2019 - 16:12

TRENTO. Ogni anno, dal 2008 e dall'inizio della crisi, è come se l'Italia perdesse una città immaginaria delle dimensioni quasi come Trento, ma fatta solo di "cervelli", di giovani altamente qualificati. Un dato spaventoso.

 

Sono questi, i risultati delle ricerche condotte da Massimo Anelli, docente dell'Università Bocconi, e esposti al Festival dell'Economia, in termini di perdita di capitale umano. Ma economicamente, a quanto equivale, quella città persa? La stima si aggira, per la ricercatrice Silvia Merler, attorno ai 43 miliardi di euro.

 

 

Ad andarsene, secondo quel fenomeno che ha preso nel tempo il nome di "fuga dei cervelli", i giovani, ma soprattutto i giovani qualificati, con una o più lauree.

 

 

"L'aumento, per l'Italia, di questi flussi di emigrazione, è cominciato un po' in ritardo rispetto ad altre realtà, nel 2012" - spiega Silvia Merler, ricercatrice di Algebris - "ma mediamente chi lascia il Paese è più istruito di chi resta: il 40% dei cosiddetti 'movers' infatti dichiara di essere laureato con 110 e lode".

 

Prima, chiara conseguenza: la perdita di "skills", di capacità. "In particolare a risentirne è il settore scientifico-tecnologico, il che ci rende impreparati alle sfide del futuro" - prosegue Merler. E mentre chi sa, se ne va, in Italia il 50% dei giovani disoccupati raggiunge il lungo periodo, ovvero resta senza lavoro per ben oltre 12 mesi.

 

Nel frattempo, poi, si rinforzano le disuguaglianze sociali: "Siamo penultimi tra i Paesi Osce per quanto riguarda il riconoscimento economico degli studi" - continua la ricercatrice - "il che vuol dire che non attribuiamo ai laureati stipendi più alti rispetto ai diplomati. Se a questo, si aggiunge il fatto che solo il 6% di chi è figlio di genitori non diplomati, raggiunge la laurea, il risultato è l'immobilità sociale".

 

E dal punto di vista politico? "I movers si presentano, secondo i sondaggi, più liberali e progressisti, mentre chi resta è negativo in materia di UE, che associa alla disoccupazione, nonché a favore di impedire l'immigrazione, anche dei suoi connazionali" - illustra ancora Merler, mentre il professor Massimo Anelli aggiunge - "l'emigrazione rallenta anche il cambiamento politico delle realtà più piccole, dei comuni: laddove troviamo forte spinta verso l'estero, infatti, troviamo anche sindaci più anziani, consiglieri comunali non laureati e pochi consiglieri donne". Ultimo fattore, non meno trascurabile, conclude il docente della Bocconi, "è l'invecchiamento della popolazione che resta. Il che poi, in economia, vuol dire anche meno imprese: si stima che siano circa 10 ogni 1000 emigrati, le aziende che non verranno mai fondate". 
 

Se forse sperare di contrastare o invertire il flusso è quasi un'utopia, una nota più positiva la porta Lorenzo Maternini, vicepresidente di Talent Garden: "L'unico modo per uscirne è fare qualcosa, qui e ora, e intendo proprio avere materialmente voglia di costruire. La differenza rispetto al passato è solo che dobbiamo fare 'in rete', in connessione tra città italiane e con il resto del mondo. Oggi non si è bresciani, non si è lombardi, non si è italiani". Dal canto suo, lo Stato, dovrebbe invece per Silvia Merler, "sistematizzare gli incentivi fiscali al rientro, riconosce i titoli di studio esteri, e molte altre di queste piccole cose concrete che però possono fare la differenza".

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