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Ucciso tra i boschi durante una battuta di caccia, per la famiglia troppi elementi non tornano e il caso va riaperto

Tanti dubbi, molti sospetti, una dinamica che per la famiglia non tornerebbe e un elemento su tutti a gettare nuova luce sulla vicenda: la registrazione della chiamata al 112/118, effettuata dai compagni della vittima, reperita solo dalla difesa delle parti offese

Di Luca Pianesi - 09 ottobre 2019 - 06:01

VIGO RENDENA. La famiglia ha depositato una memoria per riaprire il caso sulla morte di Michele Penasa e ora aspettano la decisione del giudice. Un documento che riporta anche la registrazione della telefonata per chiedere i soccorsi. Sarebbero tanti i dubbi sulla vicenda, forse ci sarebbe stato anche qualcun altro con comitiva. E poi ci sarebbero i tempi troppo dilatati tra il colpo mortale e la telefonata ai soccorsi e il corpo della vittima trovato non nella posizione indicata; infine i colori degli abiti indossati sarebbero stati diversi da quelli del manto di un cervo.

 

Tanti dubbi, molti sospetti, una dinamica che per la famiglia non tornerebbe e un elemento su tutti a gettare nuova luce sulla vicenda: la registrazione della chiamata al 112/118, effettuata dai compagni della vittima, reperita solo dalla difesa delle parti offese. Martedì 8 ottobre la famiglia di Michele Penasa ha presentato opposizione alla richiesta di archiviazione per la sua morte. Avvenuta intorno alle 20 dell'11 settembre 2017 durante una battuta di caccia nella zona di malga Calvera, in Val Rendena, era stata imputata a un tragico incidente: guardiacaccia in pensione, si trovava tra i boschi con altri due amici quando improvvisamente è partito un colpo che lo ha ferito mortalmente al ventre. Poi la chiamata ai soccorsi e l'arrivo dei vigili del fuoco di Vigo, dell'elicottero e dei carabinieri della stazione di Riva del Garda.

 

La vicenda era stata chiusa come un incidente: l'indagato, uno dei due amici di Michele, Luigi Da Rin D'Iseppo, al Pm aveva spiegato di aver visto un'ombra, di aver sentito un fruscio a pochi metri da lui e di aver creduto che fosse un cervo. Aveva, quindi, sparato colpendo il suo amico Michele. Si era, quindi, deciso per omicidio colposo. L'imputato, assistito dall'avvocato Mauro Bondi, aveva patteggiato un anno di reclusione, con pena sospesa, davanti al giudice Miori. La famiglia Penasa, però, non si è accontentata e ha continuato ad indagare, approfondire la questione. Sembrava loro incredibile che la vita di una persona, di un marito, di un padre, potesse valere solo un anno di reclusione, con pena sospesa, e così hanno trovato quelle che per loro e i loro avvocati difensori sono prove, evidenze che permetterebbero di riaprire il caso.   

 

Martedì 8 ottobre, quindi, c'è una nuova udienza in tribunale perché la famiglia chiede che sia aperta un’inchiesta più approfondita sul tragico evento. Innanzitutto i cacciatori che, da buoni amici, sono partiti quel giorno per la battuta al capriolo, erano tre e il terzo sarebbe stato scagionato nonostante, per l'accusa, le sue dichiarazioni si sarebbero rivelate contraddittorie (tra queste quella legata al fucile che sarebbe stato lasciato in macchina mentre nella registrazione della telefonata per chiedere soccorsi si sentirebbe la sua voce in sottofondo che dichiarerebbe di avere sparato anche lui). Poi ci sono i tempi tra l’omicidio e la chiamata dei soccorsi che, sempre per l'accusa, sarebbero eccessivi mentre il corpo della vittima sarebbe stato trovato in una posizione diversa da quella indicata.

E’ stato, poi, accertato che la distanza tra chi ha sparato e la vittima era tale da non mettere in difficoltà un cacciatore esperto. Il fucile, poi, era munito di cannocchiale e lo stesso accusato avrebbe dichiarato di avere sparato con tutta calma. Sempre stando all'accusa c’era la massima visibilità e, oltretutto, il terzo uomo averebbe avuto il binocolo e lo avrebbe usato su richiesta. Oltretutto i due cacciatori avrebbero dichiarato di aver riconosciuto il cervo dai suoi colori mentre la vittima, Michele Penasa, sarebbe stata vestita con colori molto diversi dal marrone del manto: una mimetica tendente al verde.

 

Insomma, per la famiglia Penasa il caso va riaperto anche perché ci sarebbero altri elementi per far pensare a responsabilità differenti da quelle emerse sino ad oggi: il fucile di Michele Penasa sarebbe stato molto distante dal corpo, da dichiarazioni spontanee tra le famiglie sarebbe anche emersa la presenza di altre persone, discordanze nei tabulati telefonici riguardanti la chiamata dei soccorsi e altro. Ipotesi, dubbi, sospetti o prove concrete, tali da riaprire il caso? La risposta, come è giusto che sia, spetta soltanto alla magistratura.

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