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Coronavirus, Armani: “Chiudiamo le sedi produttive”. Bloccato anche lo stabilimento di Mattarello

Da lunedì 24 febbraio, per una settimana, tutti gli uffici e le sedi produttive di Lombardia, Emilia, Veneto, Trentino e Piemonte saranno chiuse per consentire gli interventi di disinfestazione. I sindacati: “Bene il riguardo per la salute, ma decisione senza preavviso, molti lavoratori non sanno nulla”

A sinistra lo stabilimento di Mattarello. A destra Giorgio Armani foto di Jan Schroeder (Wikipedia)
Di Tiziano Grottolo - 23 febbraio 2020 - 15:55

TRENTO. La comunicazione è arrivata come un fulmine a ciel sereno: gli stabilimenti produttivi di Armani , l’azienda italiana che opera nel campo della moda fondata da Giorgio Armani e Sergio Galeotti, chiuderanno i battenti per una settimana. Dunque, non solo la sfilata prevista per domani all’interno della Milano Fashion Week si svolgerà a porte chiuse (in diretta streaming), ma a quanto pare le porte non si apriranno nemmeno per gli stabilimenti produttivi.

 

Ad annunciarlo, tramite una nota interna, è stata la stessa multinazionale: “A seguito dei casi di contagio da Coronavirus (Covid-19) riscontrati in Nord Italia, in via del tutto precauzionale, al fine di tutelare la salute di tutti i colleghi, l’azienda ha deciso di intensificare il servizio di disinfestazione degli ambienti di lavoro e pertanto da lunedì 24 febbraio per una settimana tutti gli uffici e le sedi produttive ubicate in Lombardia, Emilia, Veneto, Trentino e Piemonte saranno chiuse per consentire gli interventi previsti”. Tra gli stabilimenti chiusi ci sarà anche quello di Mattarello che conta circa 150 lavoratori, mentre a livello nazionale si parla di oltre 6000 unità.

 

Secondo quanto si apprende tutti i dipendenti saranno considerati in permesso retribuito, mentre i dirigenti e i responsabili di funzione dovranno garantire disponibilità e reperibilità. Rimarranno attivi i servizi essenziali su espressa richiesta dei rispettivi responsabili. Le attività aperte al pubblico invece, opereranno regolarmente in base alle disposizioni amministrative dei Comuni di appartenenza.

 

Nello stesso comunicato diffuso da Armani si legge: “Vi informiamo che sin da venerdì scorso l’Azienda ha adottato misure precauzionali, chiedendo direttamente ai dipendenti residenti nelle zone limitrofe a Codogno di tornare nelle proprie abitazioni, in linea con quanto richiesto dalle Autorità Sanitarie”.

 

Da oltre due settimane sono stati sospesi tutti i viaggi da e per la Cina e, nell’ipotesi di rientri da questi paesi, ai dipendenti di Armani è stato ordinato di restare a casa per almeno 14 giorni e avvertire immediatamente il proprio referente aziendale. Sospesi per una settimana, “fino a nuove disposizioni”, anche tutti i viaggi programmati da e verso l’estero, fatti salvi i rientri previsti alle sedi di appartenenza. “Continueremo a monitorare la situazione con l’obiettivo di tutelare al meglio la salute di tutti” conclude il comunicato aziendale.

 

Decisione questa che ha colto alla sprovvista sindacati e lavoratori che commentano: “Ben venga ogni precauzione che mira a salvaguardare la salute dei lavoratori ma avremmo preferito essere messi prima al corrente delle intenzioni dell’azienda e non solo a cose fatte”.

 

Detto questo però, ci saranno anche altre questioni da risolvere sulle quali i sindacati intendono vigilare, ad esempio, come sottolinea il trentino Mario Cerutti della Filctem Cgil: “Bisognerà capire che ricadute avrà questa decisione sui lavoratori”. Uno dei nodi sarà capire se il permesso retribuito sarà scalato da quelli maturati dai lavoratori o se si tratterà di un bonus messo a disposizione dall’azienda. Infatti, simili strumenti spesso sono utilizzati per far fronte a cali di produzione: “Siamo appena a febbraio – fa notare Cerutti – e impegnare queste risorse per un’intera settimana potrebbe dare problemi in futuro”.

 

Un’ulteriore fonte di apprensione deriva da una questione prettamente economica: “Probabilmente Armani non sarà l'unico gruppo a prendere una tale decisione, ma fermare la produzione non è uno scherzo, questa scelta avrà sicuramente ripercussioni sull’intera filiera e di certo non vogliamo che alla fine a pagare il conto siano solo i lavoratori”.

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