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Jacopo, con il Covid a 37 anni: “Doveva essere un gioco da ragazzi ma non lo è stato. Ho avuto paura e devo ringraziare i sanitari che mi hanno salvato”

Jacopo è entrato in ospedale convinto di dover sostenere solo alcuni esami di routine ma in realtà era positivo al Covid e come se non bastasse gli è stata diagnosticata una polmonite: “È iniziata così la mia avventura in ospedale, a 37 anni, io che non sono mai stato ricoverato più di un giorno. Se sono qui devo ringraziare ‘l’esercito’ del Santa Chiara”

Di Tiziano Grottolo - 29 dicembre 2020 - 05:01

TRENTO. “Fidati, vai al pronto soccorso e fatti fare una lastra, sarai più tranquillo”, inizia con questo suggerimento il calvario di Jacopo Brunelli 37enne originario di Fiavè finito in ospedale a causa del Covid. Il suggerimento che sicuramente ha contribuito al lieto fine della storia arriva dall’ex medico di famiglia, ora in pensione, di Jacopo, un consiglio arrivato dopo tre giorni di febbre alta che non vuole andarsene nonostante i medicinali.

 

“Qualche giorno prima mio padre mi aveva convinto a prendere un saturimetro – spiega il 37enne – dopo aver visto i valori peggiorare di giorno in giorno ho chiesto a mia moglie Valentina di accompagnarmi in pronto soccorso”. È il 12 dicembre e Jacopo è convinto di dover sostenere solo alcuni esami di routine per poi tornare a casa: non sarà così. “Dopo aver atteso in una stanza dedicata a un certo punto arriva un’infermiera che mi conferma la positività al tampone. In quel momento ho provato un senso assurdo di soddisfazione, finalmente mi sono sentito parte della schiera dei positivi, d’altra parte non avevo mai avuto febbre così alta per così tanto tempo”.

 

Dopo qualche ora il 37enne viene richiamato in ambulatorio, c’è un po’ di preoccupazione nell’aria, Jacopo infatti non è risultato solo positivo ma gli viene diagnosticata anche una polmonite. “È così che è iniziata la mia avventura in ospedale – racconta Jacopo a Il Dolomiti a 37 anni, io che non ero mai stato ricoverato più di un giorno. Sono stato accompagnato al sesto piano di Medicina, reparto trasformato in Covid”. L’opinione di tutti è che basteranno un paio di giorni e poi il paziente potrà essere dimesso, ma anche questa seconda certezza verrà smentita. “La mattina del 13 dicembre ho fatto la conoscenza ‘dell’esercito del Santa Chiara’. Mi sentivo abbastanza bene, respiravo e non ero preoccupato, i valori sembravano andare bene”.

 

In poco tempo però, la situazione precipita, la febbre torna a salire Jacopo ha bisogno dell’ossigeno. “Il 14 dicembre è un giorno che non dimenticherò mai, il più brutto ma forse anche il più fortunato della mia vita, è il giorno in cui ho incontrato il 'generale' di questo fantastico ‘Esercito’ ed è anche quando ho capito che le cose si stavano mettendo male”. La situazione è grave Jacopo viene sottoposto alla cura, ancora sperimentale, del plasma iperimmune. I risultati attesi però tardano ad arrivare e il quadro clinico non migliora. “Lo ammetto, mi sono preoccupato, doveva essere un gioco da ragazzi ma non lo era più. Io 37enne che dovevo uscire in poco tempo ho rischiato di finire in terapia semi-intensiva, col casco, in quelle scene da film viste in televisione fino al giorno prima”.

 

Ormai è passata una settimana da quando Jacopo è entrato in ospedale, i test dell’emogas (che servono a misurare le pressioni parziali dei gas arteriosi e il pH del sangue) sono così numerosi che diventa difficile anche effettuare i prelievi nel modo corretto. “Devo ringraziare pure mia moglie – ricorda il 37enne – da casa ci siamo dati forza l’un l’altro anche se la paura era tanta”. Nel fine settimana arriva la svolta: i parametri rilevati con il test dell’emogas vanno bene. “Sono esploso in un pianto a dirotto, non ci credevo, finalmente una buona notizia. Persino il mio vicino di letto, anche se non aveva ben capito cosa stesse succedendo si era messo a piangere”. È la fine dell’incubo, il 21 dicembre Jacopo ha potuto tornare a casa dalla sua famiglia, benché sia ancora in isolamento.

 

“Devo dire grazie ‘all’esercito del Santa Chiara’, questi sanitari hanno dimostrato una professionalità che mai ho visto da nessuna parte. Sono convinto – afferma Jacopo – che rappresentino il lato eccellente e di orgoglio del settore pubblico. Durante la mia degenza non mi sono mai sentito abbandonato, però credo dobbiamo dare tutto questo per scontato. Per cui di cosa ci lamentiamo? Del fatto che dobbiamo indossare una mascherina? Di non potere avvicinarci ai nostri amici e cari? Di doverci lavare le mani? Sono orgoglioso di essere stato curato da questo ‘esercito’ in uniforme. Sono orgoglioso di vivere in una terra dove posso godere di tutto ciò. Per questo voglio ringraziare queste persone che sono in guerra, stremate, ma la forza che ho visto nei loro occhi non tende ad affievolirsi. Quindi non mollate, continuate così, abbiamo ancora tutti bisogno di voi”.

 

Di seguito pubblichiamo la lettera integrale che Jacopo ha inviato a Il Dolomiti

 

 

 

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