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Le librerie sono aperte, ma l'unico libraio ambulante della regione no. Osti: “Sempre chiuso in zona rossa, ma nessuno vuole farmi una deroga”

Arturo Osti lavora da 6 anni come libraio ambulante. Con la zona rossa, però, non è potuto andare in strada a lavorare, mentre le librerie sono aperte. “Sono l'unico che ha questa attività professionale in regione e le istituzioni non fanno una deroga”

Di Davide Leveghi - 30 March 2021 - 17:53

TRENTO. C'è un libraio che non può lavorare. Mentre tutte le librerie di Trento, anche in zona rossa, hanno avuto la possibilità di mantenere l'attività aperta, Arturo Osti ha ricevuto dal Comune la comunicazione che nelle settimane in cui il Trentino si trova nella fascia a rischio più alto non può scendere in strada con la propria bancarella a vendere i suoi libri. “Non voglio che gli altri non lavorino – ci tiene a precisare – ma che per me, unico in Trentino Alto Adige che svolge l'attività di librario all'aperto, le istituzioni facciano una deroga”.

 

In questa situazione, infatti, si è venuto a creare un paradosso. Le librerie sono aperte e come gli altri negozi devono rispettare le regole sui dispositivi di sicurezza e gli ingressi contingentati. Ma chi, come Osti, vende gli stessi prodotti all'aperto, dove il rischio di contagio è molto minore, non può svolgere la propria attività.

 

In quanto ambulante di generi non alimentari non posso lavorare – spiega – è permesso infatti solamente agli ambulanti che vendono generi alimentari o fiori. A comunicarmelo è stato il Comune, che mi ha inviato una pec. Il paradosso, però, è che il mio codice Ateco dice che vendo libri e oggetti usati. E come libraio potrei lavorare, ma non all'aperto. Ne ho parlato al commissario del governo, al sindaco e anche al capo dei vigili. Tutti si sono mostrati gentilissimi e disponibili, ammettendo l'incongruenza. Ma non hanno fatto niente ed è la terza settimana che non ho entrate”.

 

Per questo Osti ha deciso di esporre la propria bancarella in una della tre postazioni che occupa a rotazione, quella di Piazza Fiera, denunciando con i propri cartelli i paradossi della sua condizione. “Sono qua nella mia postazione già pagata – prosegue – non sto lavorando perché lo voglio fare solo se sono autorizzato. Non sto vendendo libri, quindi, ma con me ho solo quelli che più mi rappresentano. Sono la mia coperta di Snoopy, che porto sempre con me”.

 


 

E' un mio diritto lavorare. Ci sono attività che stanno chiudendo. Io non voglio suicidarmi né chiuderla, perché la amo e l'ho scelta. Sono l'unico in Trentino Alto Adige a fare questo lavoro in maniera professionale. Ho un capannone con 80mila libri, 3 postazioni in Piazza Fiera, Piazza d'Arogno e via Verdi. Ho un ottimo rapporto con la cittadinanza, con gli studenti e i turisti. Non sono qui per manifestare contro la istituzioni, per dare contro al Comune. Chiedo solo che mi diano la possibilità di lavorare, che facciano una deroga. È assurda questa situazione, in altre città, come Milano, la deroga l'hanno data”.

 

La situazione, d'altronde, è piuttosto complicata già da tempo. “Io sono chiuso da quando siamo diventati rossi ma l'ultimo anno è stato molto difficile – spiega Osti – in arancione ad esempio lavoravo con la gente della città, e non potevo più contare su quelli delle valli. In giro non ci sono più over80, che comprensibilmente sono terrorizzati. Non ci sono turisti, ormai animali rari, né gli studenti universitari, che sono valori aggiunti. Diciamo che con l'arancione lavoro al 30%, quello che basta per ripagarmi i costi. Ma tra il 30%, il 100%, che è impossibile, e il niente, come ora, preferisco lavorare al 30%”.

 

“A dicembre ho chiuso, praticamente non ho fatto niente. E così anche a gennaio. Sono stati dei mesi magri. A febbraio, invece, c'è stata una piccola partenza, almeno mi sono ripagato le spese e sono arrivato pari. Poi siamo arrivati a marzo, che è stata una tragedia – prosegue – questo è un tipo di attività che puoi lavorare solo con il sole. Se piove o pioviggina non si ferma nessuno. Questo, nondimeno, è il periodo più bello dell'anno per vendere i miei prodotti. Perché non fa nemmeno troppo caldo e la gente si ferma. Ma questa normativa mi castiga”.

 

Sceso ogni giorno dal suo paese natale, Spormaggiore, Osti soffre le conseguenze di questi continui stop, così come molte altre attività. Gli aiuti economici, nondimeno, difficilmente permettono di sostenere tutte le spese. “L'anno scorso ho preso qualcosa sia dalla Pat che dallo Stato – conclude – ma è pochissimo, copre forse il 5%. ho perso 30mila euro di fatturato e ne ho presi 3mila. Ora si parla di aiuti dallo Stato da devi avere almeno il 30% in meno di fatturato. Io ne ho il 27%. quello che le persone non capiscono, però, è che chi lavora per conto proprio ha dei costi. E quello che le istituzioni ti danno in questo momento è un'illusione”.

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