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Materne e nidi aperti per i figli dei sanitari, Picchetti: ''Solo un lavoratore è rimasto tagliato fuori: il suo Comune ha applicato la norma in maniera diversa dagli altri''

La Pat ha parlato di ''attività essenziali'' e inizialmente dal computo sembrava escluso chi lavora per la ditta che gestisce in appalto gli sportelli dell’Apss. Poi la stragrande maggioranza dei Comuni hanno ammesso anche i bambini di questa categoria di lavoratori, ''tutti tranne Levico che ha chiesto un chiarimento alla Provincia e ha risposto che è andata in senso opposto a quanto fatto in tutto il resto del territorio creando una grave discriminazione per questo lavoratore''

Di Luca Pianesi - 23 March 2021 - 19:57

TRENTO. ''Alla fine la maggior parte dei Comuni ha agito prontamente. Trento in testa, devo dire che ha risposto rapidamente e ha messo a posto le cose. L'unica persona, io credo in tutto il Trentino, che è rimasta tagliata fuori è di Levico Terme perché lì il Comune ha chiesto un chiarimento alla Provincia che è andata in senso opposto a quanto fatto in tutto il resto del territorio''. E' Stefano Picchetti della UilTuCs del Trentino Alto Adige a spiegare come solo grazie alle amministrazioni comunali si sia evitata una potenziale discriminazione verso una categoria di lavoratrici e lavoratori che per il comparto sanitario ha dei ruoli fondamentali.

 

''Stiamo parlando di chi lavora per la ditta che gestisce in appalto gli sportelli dell’Apss - spiega il sindacalista - che permettono l’accesso ai servizi essenziali, quindi tutti quegli operatori degli ospedali, degli uffici essenziali al funzionamento delle strutture. Ebbene quando la Pat ha fatto quella deroga per l'accoglimento dei bambini negli asili e nelle scuole materne per i sanitari, loro si sono viste e visti rifiutare la domanda. Tutto ciò nonostante la promulgazione dell’ordinanza emessa in fretta e furia dalla Pat in deroga alla norma tappa buchi che prevedeva l’accesso alle strutture per l’infanzia solo per i sanitari''.

 

A quel punto la UilTuCs ha chiesto chiarimenti, prima di tutto ai comuni. ''Non possono esistere lavoratori si serie A e lavoratori di serie B in un comparto delicato e necessario quale la sanità - aggiunge Picchetti -. Gli sportelli degli ospedali non possono essere chiusi perché non si è stati capaci di strutturare un piano di intervento valutando con le parti sociali le attività essenziali''.

 

E proprio partendo dalle parole ''attività essenziali'' quasi tutti i Comuni hanno deciso di accogliere le domande anche dei lavoratori degli sportelli. Tutti, tranne uno. ''A Levico si è preferito tornare dalla Provincia a chiedere cosa si intendeva - racconta ancora il rappresentante della UilTuCs - e questa ha risposto che non vi rientravano i lavoratori degli sportelli della sanità. E così solo una persona è rimasta tagliata fuori dal servizio generando una profonda discriminazione nei suoi confronti. La stessa norma è stata applicata nella stessa provincia in maniera diversa causando degli scompensi incredibili sul piano del rispetto dei diritti. Possibile che dopo un anno dall'inizio della pandemia ancora non sia chiaro a livello provinciale cosa si possa considerare 'attività essenziale' e cosa no? Come può la Pat fare delle deroghe senza sapere bene nemmeno a chi le darà?''.

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