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Base jumper, tre incidenti (uno mortale) in una settimana. Il sindaco di Dro: "Adesso basta. Come per i suicidi smettiamo di parlarne. Evitiamo il rischio emulazione"

Il senatore Fravezzi lancia la provocazione e spiega che negli anni è risultato impossibile porre dei divieti: "Rischieremmo di finire per avere noi la responsabilità. I lanci sono incontrollabili". E gli stessi siti specializzati spiegano che "molto probabilmente morirai o riporterai gravi ferite, ma nessuno ti potrà impedire di farlo"

Di Luca Pianesi - 08 aprile 2017 - 06:43

DRO. "Io proporrei agli organi di stampa di non parlarne proprio più, per evitare il rischio di emulazione. Siamo in grossa difficoltà e l'angoscia, da amministratore, per questa situazione è davvero tanta". Arriva a chiedere agli organi di informazione un trattamento simile a quello che viene riservato ai suicidi, il sindaco di Dro e senatore della Repubblica Vittorio Fravezzi, per le tante, troppe morti di base jumper che sfidano la sorte tuffandosi dal Becco d'Aquila. Una provocazione, la sua, nemmeno troppo provocatoria, però, se si pensa che sullo stesso sito internet "brentobaseschool" gestito dal base jumper pavese (trasferitosi da un po' di tempo proprio a Dro) Maurzio Di Palma alla domanda "perché fare il base jump" la risposta è questa: "Il Base Jump è una delle attività più libere e democratiche che un individuo possa fare. Potresti prendere un paracadute e senza nessuna istruzione lanciarti da una montagna. Molto probabilmente morirai o riporterai gravi ferite, ma nessuno ti potrà impedire di farlo. L'unica cosa che potrà impedirti di farti del male sarà la tua coscienza e un po' di amor proprio". 

 

Insomma "la morte e le gravi ferite" sarebbero da mettere in conto, come un infortunio al ginocchio o una storta a una caviglia giocando a pallone. Sono, anzi, una componente fondamentale di questo "gioco" dove l'errore non lascia scampo diventa ferale, come ferale è il colpo di sfortuna, l'apertura del paracadute ritardata di pochi decimi di secondo, il colpo d'aria non previsto. E non è un caso se l'anno scorso in una sola estate sono stati 37 i base jumper che hanno perso la vita. Una vera strage: 15 solo nel mese di agosto, praticamente uno ogni due giorni. Ed è bastato che riscappasse fuori un bel sole deciso e che le temperature tornassero a rialzarsi per ricominciare ad aggiornare questo macabro conteggio (in realtà già ripartito, qui in Trentino, a metà febbraio con la morte di un base jumper tedesco sul Sass Pordoi).

 

Il 28 marzo dal Becco dell'Aquila un belga ha sfiorato la tragedia finendo per sbattere contro la parete zebrata e per impigliarsi con le corde su rocce e piante. Risultato: vita salva ma una gamba fratturata. Quattro giorni dopo la sorte ha voltato le spalle a un giovane lucchese, ritenuto uno dei migliori base jumper italiani: la sua tuta alare sperimentale non lo ha assistito fino in fondo e allo scadere dei fatidici 9 secondi di planata il paracadute non si è aperto ed ha perso la vita. Altri tre giorni ed è stato il turno di un'americana finita in rianimazione dopo essere precipitata sulla strada forestale in località Le Bene riportando numerose ferite. E ogni volta codici rossi, ambulanze, ospedali allertati, elicotteri che partono, vigili del fuoco straordinari costretti a confrontarsi con scene agghiaccianti, momenti tragici e immagini scioccanti. 

 

La domanda che abbiamo rivolto al sindaco di Dro è: perché? Perché proprio Dro e la sua comunità debbono farsi carico di questa situazione e come se ne può uscire? "Difficilissimo - ci ha risposto Fravezzi -. E' da anni che mi confronto con l'avvocatura della provincia e anche con gli apparati ministeriali per chiedere aiuto, assistenza. Altri sindaci hanno da risolvere i giusti problemi delle strade, dei servizi, di come migliorare la vita ai loro concittadini. Io mi trovo da anni a scontrarmi con questa complicatissima situazione. Con persone che perdono la vita nel mio comune in un modo terribile e noi, purtroppo, siamo inermi. Non abbiamo gli strumenti che servirebbero per affrontare davvero la questione. Abbiamo lavorato per normare la cosa, abbiamo studiato divieti e leggi ad hoc ma non se ne esce. Anzi il rischio sarebbe addirittura quello di mettere a repentaglio le casse del Comune. Se, per esempio, fissassimo un divieto di lancio dovremmo perlustrare notte e giorno il Brento e ogni montagna circostante. Dovremmo avere personale nei boschi, sulle cime dei monti, all'ingresso dei sentieri. Qui stiamo parlando di persone che potenzialmente possono lanciarsi da qualsiasi posto e in qualsiasi momento (come scrive anche il sito brentobaseschool "è una delle attività più democratiche e libere che un individuo possa fare" ndr) e se ci fosse il divieto e qualcuno finisse per uccidersi o ferirsi gravemente rischieremmo di cadere nel paradosso che la responsabilità di quanto accaduto, a quel punto potrebbe essere della stessa amministrazione che non ha vigilato a sufficienza".

 

Ora qualcuno parla di indotto per il territorio e giustifica la pratica dicendo che anche in moto la gente muore, anche andando in macchina, che se si è sfortunati o poco attenti basta attraversare la strada nel posto sbagliato al momento sbagliato per perdere la vita. Per carità, capita è vero. Ma non c'è partita, non c'è confronto che tenga. Il sito "lanciati.it" spiega che "la storia italiana del Base Jumping è direttamente legata alla parete del Monte Brento, in provincia di Trento, località che si trova a dieci chilometri a nord di Riva del Garda che per fama è la seconda parete in Europa destinata alla pratica di questa estrema disciplina sportiva". E prosegue spiegando che "il Monte Brento con il suo tanto amato e temuto Becco dell’Aquila, infatti, offre a chi ama il Base Jumping circa 1200 metri di volo ed uno dei lanci più facili e frequentati al mondo, la zona richiama infatti all’incirca 2000 coraggiosi appassionati ogni anno". Insomma, pochissime persone, per tantissimi incidenti e morti.

 

"Il gioco non vale la candela - conclude il senatore Fravezzi - quello che possiamo fare è continuare a ripetere, come fosse un mantra, questa frase. Recuperiamo il senso del limite. Giocarsi l'esistenza in 9 secondi per una botta di adrenalina non ha senso. Poi c'è il libero arbitrio, ovviamente. Ci sono piani etici e di libertà della persona che vanno rispettati. C'è una riflessione aperta. L'unica cosa che possiamo provare ad arrestare è il fenomeno dell'emulazione. Smettiamola di parlare di chi si butta dalle montagne e parliamo delle cose belle che si possono fare sulle nostre montagne. Dro può offrire molto di più".  

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