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"Il dollaro sta perdendo il suo predominio mondiale?": Paul Krugman spiega perché non è così sul New York Times

Il noto economista e premio Nobel ha pubblicato un pezzo sul quotidiano newyorkese spiegando perché il predominio del dollaro nei sistemi finanziari internazionali non sia al momento minacciato dai due principali contendenti: l'euro (per la frammentazione politica all'interno dell'Union) e lo yuan (per i 'capricci' autocratici della leadership cinese)

Di Filippo Schwachtje - 18 April 2022 - 19:16

NEW YORK. “Le persone me lo chiedono fin dall'inizio della mia carriera professionale. Seriamente: ho pubblicato il mio primo paper in merito nel 1980”. Ma la risposta, ha scritto qualche giorno fa Paul Krugman sul New York Times, nonostante i grandi cambiamenti vissuti dal mondo nel frattempo, tra la creazione dell'Euro e la crescita della Cina, è sempre la stessa: “Probabilmente no”. La fatidica domanda alla quale il noto economista risponde sulle colonne del quotidiano newyorkese è una di quelle che negli ultimi anni molti (soprattutto tra chi profetizza il declino degli 'States' in favore di altri attori dello scenario internazionale) hanno posto in diverse occasioni: “Il dollaro americano sta per perdere il suo ruolo dominante nel sistema finanziario mondiale?”. Come detto, secondo Krugman la risposta rimane sostanzialmente negativa ma, dice l'economista: “Anche se il dominio del dollaro dovesse erodersi, non importerebbe più di tanto”. Ecco perché.

 

Innanzitutto, cosa si intende quanto si parla del dominio del dollaro? “Gli economisti – scrive Krugman – assegnano tradizionalmente tre ruoli al denaro: è un mezzo di scambio, una riserva di valore e una unità di conto. Molte valute svolgono questi ruoli negli affari interni. Il dollaro è speciale perché gioca un ruolo sproporzionato negli affari internazionali”. La valuta americana è infatti il mezzo di scambio tra le diverse valute (chi decide di convertire una certa quantità di valuta in un'altra normalmente utilizza proprio il dollaro come 'mezzo' intermedio), una riserva di valore a livello globale (molti attori finanziari nel mondo hanno conti bancari in dollari) ed è un'unità di conto internazionale (visto che molti beni realizzati al di fuori degli Stati Uniti sono prezzati in dollari e molte obbligazioni internazionali garantiscono un rimborso in dollari).

 

Ma da cosa deriva questo continuo dominio, visto che l'economia americana non ha più quella posizione di comando che ha tenuto per alcuni decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale? “La risposta – scrive Krugman – è che ci sono dei cicli di feedback che si auto-rinforzano, nei quali le persone utilizzano i dollari perché altre persone utilizzano i dollari”. Nell'articolo Krugman prende ad esempio la valuta boliviana e quella malaysiana, sottolineando come in sostanza ci siano molte più persone che vogliono scambiare bolivianos e ringitt con i dollari rispetto a quanti preferiscano un 'passaggio' diretto tra le due valute. E' quindi molto più semplice (e vantaggioso) portare avanti quelle transazioni in via indiretta, utilizzando i dollari come mezzo. “Ma tutte queste transazioni indirette – dice Krugman – rendono i mercati del dollaro ancora più grandi, rafforzando i vantaggio della valuta”.

 

Un altro di questi 'loop' (descritto da Gina Gopinath, First deputy manging director del Fondo monetario internazionale, e Jeremy Stein, professore di economia ad Harvard) riguarda poi la determinazione dei prezzi e porterebbe in sostanza, spiega Krugman, ad un circolo virtuoso nel quale le aziende sono incentivate a 'prezzare' i beni in dollari, il che garantisce un potere d'acquisto relativamente prevedibile per gli asset in dollari, un aumento della domanda per questi asset ed in definitiva un ulteriore vantaggio per la valuta. Cosa potrebbe quindi rimuovere il dollaro dalla sua posizione speciale? Non molto tempo fa l'euro sembrava un'alternativa plausibile, dice Krugman: “L'economia europea è enorme, come lo sono i suoi mercati finanziari. Di conseguenza molto persone al di fuori dell'Europa detengono beni in euro e, quando vendono in Europa, fissano i prezzi in euro. Ma un vantaggio che rimane agli Stati Uniti è la dimensione del nostro mercato dei bond e la liquidità – la facilità di comprare e vendere – che il mercato fornisce”.

 

Fino alla sua crisi del debito sovrano nel 2009, l'Europa sembrava avere un mercato obbligazionario di dimensioni comparabili visto che i bond emessi dai vari governi sembravano intercambiabili e pagavano tutti all'incirca lo stesso tasso di interesse. Da allora però, scrive Krugman, i timori del default hanno fatto divergere i rendimenti: “In pratica questo significa che non esiste più un mercato 'europeo' dei bond: esiste un mercato tedesco, un mercato italiano e così via, nessuno dei quali è comparabile con quello americano”.

 

E per quanto riguarda la Cina? “La Cina – scrive l'economista – è un attore enorme nel commercio mondiale, il che potrebbe far pensare che le persone vogliano detenere molti asset in yuan. Ma la Cina è anche un'autocrazia con una certa propensione per politiche 'instabili', come evidenziato attualmente dal rifiuto di utilizzare i vaccini anti-Covid occidentali ed il continuo ricorso ad una strategia disastrosa ed insostenibile di lockdown. Chi vorrebbe esporre la propria ricchezza ai capricci di un dittatore?”. Parlando della situazione attuale, scrive Krugman, è vero che gli Stati Uniti hanno utilizzato in qualche modo il dollaro come “arma” contro Vladimir Putin: “Ma questo non è il tipo di azione che possiamo aspettarci diventare comune”. Tutto sommato, dice l'economista: “Il predominio del dollaro sembra ancora abbastanza sicuro, a meno che anche l'America non finisca per essere governata da un autocrate, il che temo sembri una possibilità reale in un futuro non troppo lontano”.

 

Come detto però, sottolinea Krugman, se anche il dollaro dovesse perdere il suo predominio nei sistemi finanziari mondiali: “Non farebbe chissà che differenza. Dopo tutto, cosa guadagnano gli Stati Uniti dal ruolo speciale del dollaro?”. I vantaggi (come per esempio la “possibilità di contrarre prestiti un po' più a buon mercato”) sono infatti in definitiva: “Banali per un'economia da 24 trilioni di dollari”.

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