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Panico in montagna, la psicologa: “Non basta infilarsi un paio di scarponi per affrontare un'escursione, c'è anche una dimensione psicologica da considerare"

Dopo l'intervento degli scorsi giorni sul monte Stivo, dove tre giovani sui vent'anni hanno chiamato i soccorsi dopo una crisi di panico, la presidente dell'ordine degli psicologi del Trentino Roberta Bommassar ed il presidente del Soccorso alpino del Trentino Walter Cainelli spiegano cosa fare per cercare di prevenire situazioni del genere in alta quota e come reagire nel caso in cui si verificassero

Di Filippo Schwachtje - 31 marzo 2022 - 20:59

TRENTO. “L'attacco di panico è una patologia severa per il vissuto soggettivo: sul momento la sensazione è quella di essere prossimi alla morte, ci si paralizza e si fa fatica anche a spiegare cosa si sta vivendo”. Una situazione angosciante che milioni di persone loro malgrado si trovano a vivere ogni giorno ma che in montagna, spiega a il Dolomiti la presidente dell'ordine degli psicologi del Trentino Roberta Bommassar, è doppiamente pericolosa: “Ecco perché è necessario da una parte cercare di prevenire una potenziale situazione di pericolo in quota e dall'altra sapere come affrontarla”. Proprio in Trentino, per la precisione sul sentiero dei Geroli che porta alla sommità del monte Stivo, negli ultimi giorni tre ragazzi sui vent'anni si sono bloccati senza riuscire a proseguire a causa di una crisi di panico (Qui Articolo) per la quale è infine intervenuto anche l'elicottero (il cui conto, salato, è arrivato pochi giorni dopo Qui Articolo).

 

“Spesso mentre si pensa ai pericoli della montagna in termini di danno fisico, derivato per esempio da una caduta – dice Bommassar – non si tiene in conto che l'ambiente montano di natura pone delle sfide anche dal punto di vista psicologico, legate per esempio alla fatica fisica di un'escursione e alla paura di non riuscire più a proseguire, all'impossibilità di controllare l'ambiente che ci circonda, fino alle vertigini ed a moltissime altre situazioni”.

 

Insomma: un'escursione in montagna non è una semplice passeggiata e va affrontata con la giusta serietà, cercando di prevenire eventuali situazioni di pericolo, come sono per l'appunto le crisi di panico. “Non basta infilarsi un paio di scarponi per affrontare un'escursione – spiega infatti l'esperta – bisogna pensare che quello montano è un ambiente provante anche dal punto di vista psicologico e di conseguenza scegliere itinerari adatti alla nostra preparazione, alla nostra esperienza ed alle nostre capacità”.

 

Dello stesso avviso anche il presidente del Soccorso alpino del Trentino Walter Cainelli, che nel ribadire l'importanza di scegliere percorsi adatti sottolinea: “Se ci si ritrova in una situazione di panico, chiamare i soccorsi è la scelta giusta. In contesti come questi un gran lavoro è svolto dagli operatori della centrale che, una volta ricevuta la chiamata d'emergenza, fanno il possibile per cercare di dare indicazioni ai presenti su come gestire la problematica. In generale la cosa migliore da fare è cercare di rimanere in sicurezza e seguire le indicazioni degli operatori. In una condizione del genere non ha nessun senso pensare di proseguire: provare ad andare avanti o tornare indietro può peggiorare le cose”.

 

In particolare, aggiunge Bommassar: “E' probabile che cercando di vincere la crisi e rimettendosi in cammino possa verificarsi una ricaduta. La prima cosa da fare in caso di attacco di panico in ambiente montano è trovare un posto sicuro dove fermarsi e cercare di riprendere un respiro regolare per evitare di finire in iperventilazione. In generale è necessario prendersi il tempo per riuscire eventualmente a riprendere il controllo, ma come sempre il fattore più importante è la prevenzione”.

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